Golfi d’ossa

di Simone Aramu

D’estate mi si abbronza solo la schiena. Polpacci rossi e ginocchia bianche come calle.

Ogni primo caldo dell’anno maledico la mia vanità, il mio riflesso, il mio compleanno che cade nella stagione meno lusinghiera a me.

Quando le linee con destinazioni balneari aumentano le loro frequenze, io mi rammarico di aver desiderato l’afa d’agosto fra i brividi dei giorni della merla.

Luglio mi sorprende fra le nuove collezioni di una qualche boutique a scartare maglie come carte doppie nel pinnacolo. No. No. No. Neanche. No.

Lo scollo non va.

Smanicatura troppo ampia.

– Arrivederci, grazie.

Punto verso casa, il maestrale che ha ripreso ad alzare gonne e a spalancare le finestre mi giustifica a incrociare le braccia sul petto mentre cammino, un po’ curvo per fendere le folate di aria fredda e secca.

In un’ora scarsa di autobus, in un rimestarsi di sudore e aria condizionata sconsiderata, sono di rientro in un appartamento non mio che mai ho osato arredare secondo il mio gusto per la consapevolezza della sua temporaneità e pigramente prevenendo un trasloco che vada oltre le due valigie e una scatola. Mi concedo una doccia veloce, più calda del caldo. Rendo grazie al vapore, per lo specchio appannato.

Nonostante il vento degli ultimi giorni, la calamita sul frigo, con il suo termometro in plasticaccia, segna una temperatura che nell’intimità del buio e della casa vuota giustificherebbe chiunque a non vestirsi. Mi butto addosso una vecchia maglia e un paio di pantaloncini da corsa, in cui nessuno aveva mai nemmeno accelerato il passo, e mi dirigo verso il cucinino. Con il fornello piccolo, quello da caffettiera, mi accendo una sigaretta.

Sa di gas.

La schiena contro la cornice in pietra della porta che invita sul balcone, mi lascio scivolare piano a terra, con le cosce al fresco e i capelli ancora bagnati che ogni tanto liberano una goccia che mi bagna il colletto della maglietta.

Per me la giornata è al termine ma i palazzi sono ancora ottonati da un sole che non si poserà prima di alcune ore.

È in questi momenti, nella calma costruita dai miei rituali, che i miei gesti tradiscono il mio bisogno di finzione.

Così, la mano della sigaretta, raccolta nell’accenno di un pugno, si poggia contro il petto. Il mio corpo devia la mia attenzione su se stesso, mentre osservo pigramente e senza interesse il traffico serale colare lentamente giù per la discesa, al cui apice si trova casa mia.

Le nocche leggermente piegate mi si posano sullo sterno, il palmo e il polso sul costato e sul capezzolo. Ad altezze diverse.

Gli occhi confermano quanto le mani sentono.

È sempre lì.

Visto dall’alto, sembra una coppia di colline toscane. Una linea morbida, come quella di una strada che si snoda in tre tornanti.

Vista da fuori, è come sarebbe un petto d’argilla se una palla da bowling gli venisse fatta cadere addosso. O ancora come se, come raccontavo da piccolo, una certa Natura con un senso dell’umorismo a senso unico avesse deciso di farmi nascere con una ciotola al posto del petto. Tutt’ora non mi è chiaro per raccogliere cosa.

Ho il petto concavo come i tanti golfi della mia terra, strabico come le donne del cubismo.

Capitano giorni in cui arpionerei il mio sterno con degli ami legati alla maniglia di una porta aperta, che chiuderei sbattendo, nella speranza di raddrizzarmi il petto.

Si presentano poi quelle settimane, che mutano in mesi, in cui smetto di ignorare il mio riflesso. Studio con una precisione isterica lo schifo oltre lo specchio, ogni linea, ogni ombra. Il mio corpo diventa  un dogma, una filastrocca mediocre che ho imparato a memoria, scrutata in ogni suo versetto, in cerca di un’estetica che mi è sempre sfuggita ma nella cui esistenza confido.

Per ciascuna occhiata che riservo a me e alle mie forme si genera un nuovo moto di desolazione. Quell’addome destinato alla prominenza rispetto al petto, quei capezzoli divergenti.

Non è bastato affamarmi per mesi, saltando pasti e mentendo sulle porzioni. L’ago della bilancia arretrava ma non il mio profilo. Inflessibile, la dittatura dello sterno non hai mai ceduto alla magrezza.

Una scossa di bruciore mi fa scattare con veemenza, sibilando una bestemmia che infrange il silenzio in cui mie ero rifugiato e che avevo teneramente protetto.

Rimuovo la mano destra dal petto, infilo la sigaretta fra i denti e spazzo via la cenere incandescente che mi era caduta in grembo, scottandomi le gambe. Prendo un’ultima boccata di fumo e spengo con sgarbo quanto restava del mozzicone su un piattino da caffè improvvisato a posacenere.

Mi lascio sfuggire un sonoro e roco sospiro. È senza posa la mortificazione che mi porta l’ossessione per il mio aspetto. Mi umilia il mio aspetto, e mi umilia la consapevolezza di essere ossessionato. Realizzo di continuo l’entità della mia vanità, della frivolezza e superficialità, vergognandomene.

Tuttavia non vi è margine dell’alta marea del fastidio che mi arrecano gli specchi nei camerini, le palestre e le spiagge gremite, in cui passo le ore a prendere il sole di spalle, censurando il più possibile il mio fronte. A scapito della pelle delle mie spalle, ormai votate a un perenne rossore estivo.

 Sto più comodo così, mento.

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