Scriveremo perché ne vale la pena, perché importa

di Anna Cadoni

Ciascuno coi ricordi che ha ci si fa le proprie certezze, quelle verità assolute che rimangono salde nella mente e raramente cambiano negli anni. Che poi queste verità siano plasmate dalle parole degli altri o dalle proprie e che non combacino con ciò che di quel ricordo è veramente accaduto, poco importa.

Quindi diciamo che, per quanto mi ricordo, la mia storia politica è iniziata così:  la prima manifestazione a cui ho partecipato è stata intorno al 2000, o forse era il 2001, ed era una marcia per la pace. Lo so con certezza perchè c’erano tantissime bandiere, quel giorno, ed erano quelle della pace. E poi in quegli anni le manifestazioni contro la guerra avrebbero raggiunto in numeri più alti della storia italiana, come quella volta a Roma, in cui si erano contati in 3 milioni ma per Gianfranco Fini, che a quel tempo era il vicepresidente del Consiglio, valevano ben poco. Aveva detto lui che  l’antiamericanismo ideologico e il pacifismo totalitario certamente non avrebbero indotto Saddam a disarmare. Nel 2001 avevo nove anni e a un certo punto ho iniziato a sentir parlare della guerra, ho iniziato a sentir parlare del terrorismo. In quei giorni, durante i pranzi di famiglia la politica, che era sempre stata un aspetto centrale dei discorsi (urlati) di tutti, diventò la conversazione. È stato quel momento della vita in cui ti rendi conto di stare al mondo, di poter influenzare qualcosa e di quanto le azioni del singolo diventino le azioni della collettività e possano smuovere le cose.

Ho deciso di diventare vegetariana quando avevo diciotto anni ed era il 2010. Mi stavo diplomando, ero vicinissima al non dover mai più studiare la chimica e la matematica in vita mia, e soprattutto sentivo di poter fare tutto. E io ancora non lo sapevo, ma era lo stesso anno in cui veniva pubblicata l’edizione italiana di Eating Animals di Jonathan Safran Foer con il titolo ( che inizialmente considerai fuorviante, ma di cui in seguito compresi la forza) Se niente importa. Quando lessi per la prima volta quel libro sapevo già da che parte stare, avevo già preso quella decisione socialmente fastidiosa che era abbandonare il consumo di carne e pesce dalla dieta, ma quel libro mi cambiò di nuovo, più profondamente, definitivamente. In quel titolo si riassumeva tutto il senso dell’opera e quando finii di leggerlo, insieme a un profondo senso di disgusto e di senso di colpa, le parole che ricordavo erano “se niente importa, non c’è niente da salvare”. Meno di dieci parole, brevi e comuni, messe insieme avevano fatto un’enorme differenza. Quello che avevo sentito fino a quel momento, quello che mi pulsava dentro quando sentivo che qualcosa non andava, che non andava bene, aveva preso la forma di una frase. Se niente importa, non c’è niente da salvare. Erano le parole della nonna di Foer che, durante l’Olocausto, si era rifiutata di mangiare la carne non kosher, nonostante fosse sicura che la fame l’avrebbe presto uccisa. “Ma neppure per salvarti la vita?”, le chiede il nipote, due generazioni più tardi, più di mezzo secolo dopo, in un mondo ricco, opulento; e lei risponde così, con quelle parole che ti fanno sentire piccola piccola, avvinghiata all’immediatezza delle cose e alla facilità con cui a volte diamo risposte pensando che siano le uniche possibili: “se niente importa, non c’è niente da salvare”.

In qualunque modo si voglia intendere la politica, la lotta, è quel momento lì che dobbiamo salvaguardare, quell’angolo di libertà che ci differenzia dalla versione di noi stessi che non ha potuto/voluto scegliere.

Questo spazio, questo piccolo angolo di libertà ce lo siamo prese per cambiare qualcosa, per dimostrare a noi stesse e agli altri che raccontare importa. Che non è tutto uguale, ma proprio per niente. Che possiamo essere noi, fatte di singoli e poi di collettività, a smuovere la terra che ci sta sotto i piedi. Questo spazio comprenderà tutto quello di cui ci sentiremo di parlare, tutte le cose che abbiamo da dire sulla nostra generazione di ventenni e trentenni. Scriveremo delle cose che abbiamo vissuto, dei legami che abbiamo creato e delle storie che si sono intrecciate intorno alla nostra esistenza. 

In questo primo mese abbiamo scritto di quello che significa essere costrette a lavorare negli ambienti tossici e frenetici della ristorazione, del non avere diritti in un micromondo di sfruttamento e abusi psicologici; abbiamo usato i nostri occhi per vedere l’odio e la fobia verso i nostri corpi, detestati ed adorati allo stesso tempo in una follia incontrollabile; abbiamo sognato dei mondi migliori, lontani e vicini al nostro, così maledettamente realizzabili che il paragone con i nostri modelli ci fa rabbrividire, ma ci mette anche una grande speranza; e poi abbiamo sentito le distanze incolmabili tra gli esseri umani, le differenze che ci separano e le somiglianze che ci rendono fratelli in un’epifania dell’incontro; infine, abbiamo scritto di quello che siamo quando siamo emigrati e quando siamo immigrati nelle terre che ci adottano, che ci accolgono, esuli di un’intera generazione.

Questo spazio sarà necessariamente antirazzista, anticlassista e femminista.

Scriveremo perché ne vale la pena, perché importa; perché ce le dobbiamo tenere strette le parole, le immagini, le cose che possiamo creare, le cose che possiamo scegliere. Tutto questo è da salvare.

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