Un’altra emigrata sarda ad Amsterdam – due o tre cose che ho capito in questi anni olandesi

di Valeria Cadoni

1.Questo è il mio quarto gennaio olandese, ed è, anche, il periodo più difficile di tutto l’anno. Durante le vacanze natalizie, di solito trascorro due settimane a Cagliari, dove sono nata e cresciuta, circondata dalla mia famiglia, dalle amiche e dagli amici, e faccio finta che il tempo non esista. Mi muovo leggera tra gli incontri, i visi, le chiacchiere, gli abbracci, come un palloncino gonfiato con l’elio volo senza peso tra le vie della mia città. Il tempo, però, esiste, e scorre velocissimo, in un attimo è già arrivato l’anno nuovo, e con lui la mia nuova partenza. Per i primi giorni l’equilibrio tra le due sfere della mia vita rimane talmente turbato che mi ci ammalo, soffro di un micidiale scompenso affettivo, l’elio si esaurisce e il palloncino cade sgonfio sul pavimento.

Sono un’emigrata privilegiata: ho scelto di trasferirmi nei Paesi Bassi non perché non abbia trovato lavoro in Sardegna ma perché, semplicemente, ho sempre desiderato vivere qui e sono felice. Amsterdam ha fatto breccia nel mio immaginario molti anni fa, molto prima di aver sentito il richiamo della sua anima tollerante nell’Italia oscurantista in cui sono stata adolescente, molto prima di aver ascoltato incantata i racconti della ragazza con cui ho conosciuto l’amore a quindici anni, prima. Credo sia successo qualcosa di più di vent’anni fa, d’estate, quando i miei genitori hanno portato me e mia sorella a girare in camper questa terra senza montagne, di cui ricordo i cavalli con gli stivali di pelo, i maiali diversi dai nostri, le case alte e strette e i mulini imponenti, le luci rosse, i giocattoli di legno, i pesci arrosto. Era il 1996, avevo sette anni e un seme di sogno veniva inconsapevolmente piantato dentro di me.

Il razzismo esiste dappertutto, anche qui. Per questo motivo, penso che se fossi un’immigrata marocchina, per esempio, la mia esperienza sarebbe probabilmente diversa. O se fossi nata nel mar dei Caraibi, a Curaçao, Aruba o Sint Marteen, che sono tuttora nazioni costitutive del regno dei Paesi Bassi (che ne è, quindi, stato sovrano) credo mi sentirei mancare l’aria, soprattutto nei mesi di novembre e dicembre, quando per le strade di tutto il paese si cammina immersi nella tradizione di Sinterklaas, omone bianco con la barba lunga seguito da servi neri carichi di doni, gli Zwarte Pieten, con i loro labbroni rossi e il fare un po’ fesso. Da bianca, questi dolori non li posso capire fino in fondo. Ma la sensazione che si prova a veder sminuito il peso di una discriminazione da chi non la vive sulla propria pelle, quella la conosco bene. Così cerco sempre di tenere in mente che il posto più libero che sono riuscita a immaginare per me stessa (quello che per primo al mondo nel 2001 ha legalizzato matrimoni e genitorialità per la comunità LGBT) rimane lo stesso paese che non ha ancora fatto tutti i conti con il suo passato schiavista e il suo presente xenofobo.

Mi piace pensare che questi anni che sto vivendo in una terra diversa da quella in cui sono nata mi stiano cambiando. Mi avvicino a cose che non conosco, imparo l’umiltà di ammettere che non le capisco e mi apro al tentativo. Questo vale tanto per i grandi problemi quanto per le banalità del quotidiano. Ad esempio… Ce l’avete presente il mantra delle cose assolutamente antigieniche che i genitori sardi ripetono fino allo sfinimento, convincendoci silenziosamente del fatto che se ci comportassimo diversamente moriremmo tutti di lunga e penosa malattia? Per non cadere nel rischio di generalizzare in maniera eccessiva, cito solo alcuni dei moniti più solidi all’interno della mia famiglia: i denti si lavano solo ed esclusivamente in bagno; dopo aver lavato i piatti, il lavandino deve essere così  pulito da essere potenzialmente utilizzabile per mangiarci dentro; sul tavolo di cucina si poggiano solo piatti, vasi di fiori e liste della spesa; se una goccia d’acqua cade sul pavimento, non usare mai e poi mai lo strofinaccio che si usa per i ripiani; asciugare i capelli sempre (altrimenti ci si ammala, sempre.) Ora, quando sono arrivata qui, ognuna di queste, ed altre, informazioni costituiva verità inoppugnabile. Sono tutte cose, queste, che rafforzano in noi lo stereotipo degli italiani puliti contro la marea lurida dei popoli senza bidet. Quello che mi sento di dire, oggi, è che ci sono alcune cose che continuo a fare all’italiana e altre che ho deciso di cambiare, perché è questo, per me, il bello del viaggio. E quindi, quando un giorno tornerò a vivere in Sardegna, in casa mia ci si toglierà sempre le scarpe all’ingresso, all’olandese, perché non mi ci immagino proprio più a camminare sul mio pavimento con le stesse suole che trascino per la strada.

2.Si dice che negli aeroporti la gente dia il meglio di se stessa. Tra baci, lacrime, partenze, ritorni, addii e promesse, l’amore e la gentilezza esplodono in tutta la loro bellezza e chiunque sorride, che sia per incontenibile gioia o inarrestabile tristezza. Io credo che tutto questo cominci a svanire non appena ci si avvicina all’imbarco, e che sparisca completamente una volta che si sale sull’aeroplano. A onor del (mio) vero, devo dire che questa mostruosa metamorfosi l’ho vista verificarsi in maniera molto evidente in Italia, e non tanto in Germania, Belgio e Paesi Bassi (ovvero le zone che conosco maggiormente per via dei loro collegamenti con l’ísolatissima isola da cui provengo.) Ho visto persone in fila superarne altre senza nemmeno guardarsi intorno, piano, centimetro dopo centimetro, pensando di essere invisibili; altre, una volta salite a bordo, le ho viste spintonare con arroganza il passeggero davanti, in nome di una fretta ingiustificata, mossa probabilmente dal terrore di finire a sedere in un posto lontano dalla propria valigia; forse le stesse, sono quelle che non ringraziano gli assistenti di volo mentre porgono loro  salatini e succo di frutta, trattandoli come se facessero parte della tappezzeria; su ogni volo della mia vita, ho assistito al sorprendente spettacolo della gente che, non appena le ruote toccano la pista, slaccia la cintura, si alza, apre le cappelliere, e rimane incastrata, in piedi, sudata e nervosa, creando uno stato di attesa e agitazione che in realtà mi diverte, mentre resto seduta fino a quando il segnale luminoso non viene spento. Ho incontrato tutti loro: quelli che sorpassano facendo finta di niente, quelli che spingono convinti di averne diritto, quelli che ignorano e sminuiscono il lavoro altrui. Poi ci sono i feticisti del bagaglio. Chissà cosa trasportano di così importante, che impone loro un’attenzione tanto zelante. Di solito viaggio leggera, con uno zaino da trekking o un trolley e un tascapane di tela (di quelli che mia madre detesta, in quanto la combinazione tra la mancanza di cerniera e la mia distrazione porta spesso alla perdita di buona parte dei miei averi.) Oggi ho il posto finestrino, non capita quasi mai, ma oggi sì, ho il 6A. La cappelliera, però, quando arrivo è già tutta piena: ci sono un una valigia, una borsa e uno zainetto. Guardo quelli che saranno i miei due compagni di viaggio per i prossimi settanta minuti, due uomini sulla quarantina il cui sguardo inespressivo è totalmente assorbito dallo schermo del telefonino. Chiedo se lo zaino appartenga a uno di loro: uno abbozza un <<no>> con la testa ciondolante e torna a fare il nulla che stava facendo prima della mia domanda, l’altro risponde a voce così bassa che non lo sento nemmeno, e penso <<va bene, quindi è tuo.>> Quasi mi vergogno per lui, questo capitan coraggio, ma la verità è che io non la sopporto, la gente che fa la furba e cerca di fregare gli altri. Mi giro gentilmente verso gli altri passeggeri alla ricerca del proprietario, ma non appena chiedo di chi sia, il mio vicino di posto trova, questa volta, le parole per rispondere. <<È mio, perché?>> La hostess mi guarda divertita, e felice, suppongo, di non dover intervenire. Io cerco di trattenermi dal ridere in faccia al capitan coraggio di turno, afferro il suo prezioso zainetto e glielo passo: <<perché la mia valigia non ci sta, mica per altro>> dico. Mentre ascolto l’assistente di volo durante la dimostrazione delle procedure di salvataggio, penso a quante volte abbia dovuto assistere a queste scene ridicole, e a quanta pazienza debba portare per riuscire a lavorare in mezzo a noi, turisti, viaggiatori, migranti. Quando finisce e mette via la valigetta, mi chiedo quante persone, in caso di incidente, penserebbero a salvare i propri quattro stracci prima della propria pelle. Poi l’aereo prende velocità e poi quota, e io saluto il Golfo degli Angeli e la Sella del Diavolo al buio: <<buongiorno, e a si biri.>>

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