Ecofemminismo e perché salverà il mondo

di Anna Cadoni

Le donne sono più docili, hanno l’istinto materno e sono nate per salvare l’uomo dai suoi disastri. Le donne sono belle anche se non si truccano e se non si curano, sono belle perché racchiudono nei loro corpi il miracolo della vita, e perché sanno ascoltare. Devono essere pazienti, perché alla fine del divertimento è a loro che toccherà pulire. Alcune verranno aiutate, quelle fortunate, perché hanno trovato un uomo buono che le tratta bene…

Ora torniamo nel 2020. È febbraio, fuori fa caldo e io mi chiedo per la centesima volta dall’inizio dell’anno come faremo a salvare il mondo.

Ma soprattutto mi chiedo perché, da un po’ di tempo a questa parte, ho una convinzione in testa che mi dice che l’ecologismo è un problema femminista e come problema femminista deve essere trattato. Perché a volte nella banalità delle cose vere ci perdiamo, e perdiamo i significati e le ragioni che ci spingono a pensare una cosa piuttosto che un’altra. E quindi a un certo punto del lunghissimo, interminabile mese di gennaio, durante il quale sono state registrate delle temperature simili ai tempi primaverili, mi sono chiesta quale sia la ragione del mio banalissimo pensiero: il femminismo deve essere ecologista.

Si chiama ecofemminismo, e sui dizionari non si trova. Coniato dalla ( ovviamente) francese Françoise d’Eaubonne nel 1974 e mai arrivato in Italia, l’ecofemminismo vede nella subordinazione femminile della società moderna e contemporanea e nello sfruttamento delle risorse naturali lo stesso comune denominatore: il patriarcato. Ancora il patriarcato? Ancora il patriarcato. Scriveva d’Eaubonne nel ’74 : “Ci sembra che il tempo abbia rivelato che il femminismo non è solamente la protesta della categoria umana schiacciata e sfruttata. Per il femminismo l’umanità tutta è in crisi.” Cinquant’anni fa qualcuno ci diceva che il cambiamento sarebbe dovuto essere radicale e immediato.  

È stato però mentre leggevo “Il mondo che vogliamo” di Carola Rackete, in cui la capitana e attivista ripercorre il lungo calvario dello scorso giugno a bordo della  Sea Watch 3 e riflette sulle enormi responsabilità che hanno i paesi del Primo Mondo rispetto alle migrazioni incontrollabili degli ultimi anni, che ho iniziato a capire più profondamente la banalità delle cose vere. A quelle certezze che già avevo, cioè che i migranti climatici ed economici fanno parte di una realtà che è una diretta conseguenza di secoli di sfruttamento delle risorse dei paesi colonizzati, si sono aggiunti i dati, i numeri, le prove scientifiche. Rackete scrive del punto critico dello scioglimento dei ghiacci, della retroazione positiva del sistema climatico terrestre, dell’overfishing, della sopravvivenza delle specie invasive rispetto alla biodiversità. Scrive di numeri, statistiche, di accordi mai rispettati; soprattutto scrive di come questa colossale crisi mondiale affligga principalmente i paesi del Terzo Mondo. Deforestazione, inquinamento industriale, privatizzazione dell’acqua, carenza di materie prime a causa delle monocolture o degli allevamenti che contaminano l’acqua.

La Conferenza di Parigi del 2015, durante la quale gli stati membri si sono impegnati a mantenere un limite di riscaldamento di 1,5 gradi sembra, cinque anni dopo, un’utopia lontana. Davanti a quello che sembra un disastro annunciato, evitabile ma non evitato, quale sia davvero la reazione degli esseri umani rimane ancora un mistero. Oltre la consapevolezza, oltre i movimenti studenteschi, oltre le previsioni degli scienziati, della NASA, quello che vivono le altre persone, cos’è? C’è il negazionismo, c’è la disillusione, c’è il dolore ecologico.

Ecological grief. Questo termine, in particolare, è rimasto fisso nella mia mente mentre continuavo la lettura. Ho cercato su Google, pensando che potesse essere una nuova espressione, coniata qualche mese fa da Green Peace e ancora sconosciuta ai più. Ci sono milioni di risultati, molti sono articoli accademici; queste due parole potrebbero diventare famosissime, tra non molto. E ne avremo molto bisogno, per capire quello che ci succede. “Depressione, pensieri suicidi, stress post-traumatico” sono i principali segnali che quello che si sta vivendo è dolore ecologico, legato alla consapevolezza che una certa foresta, una specie animale, una zona di nevi perenni, non esisteranno mai più. È un vero e proprio lutto, la sofferenza per la morte di un numero incalcolabile di realtà terrestri.

Questo dolore, se non siete degli esseri insensibili, lo avrete provato anche voi, qualche volta. Nel vedere una città distrutta, una montagna senza più neve, un lago prosciugato, una specie estinta. Ma chi lo ha provato profondamente, questo dolore, chi ci ha rimesso la casa, la famiglia o la sua vita stessa, è di solito qualcuno lontano dalla nostra esistenza. Nel 2017 il Parlamento europeo lo ha detto chiaramente: i meno colpevoli subiscono i danni peggiori. Il rapporto della plenary in Parlamento Women, Gender Equality And Climate Justice sostiene che “i cambiamenti climatici avvengono globalmente ma hanno effetti disastrosi sui paesi e sulle comunità che sono meno responsabili del riscaldamento globale; gli effetti sono visibili soprattutto sulle popolazioni che più dipendono dalle risorse naturali per la loro sopravvivenza e hanno meno mezzi per difendersi dai disastri naturali come la siccità, alluvioni, uragani”.

La relazione entra poi nello specifico, individuando nelle donne le principali vittime dei cambiamenti climatici, trovandosi generalmente in posizioni più vulnerabili rispetto agli uomini. Per le donne, infatti, è di norma più ostico l’accesso alle risorse di sostentamento primario, all’istruzione, all’occupazione. Eppure molte di queste donne, queste ultime della società, hanno spesso un ruolo primario nell’organizzazione e nella gestione del consumo dell’acqua potabile, dell’agricoltura, della cura dei familiari. Tuttavia, pur ricoprendo ruoli primari alla sopravvivenza, stanno fuori dalle politiche sociali e stanno fuori dalle scuole. Queste donne, che nel settore dell’agricoltura producono il 90% del cibo consumato, possiedono l’1% del terreno coltivabile. Il 70% delle persone che vivono in estrema povertà nel mondo è costituito da donne; ora sappiamo che di questa povertà, il cambiamento climatico è ampiamente responsabile. Incide infatti sul gap di genere, sulle migrazioni, sulla violenza legata ai ruoli di genere, sul traffico di esseri umani, sullo sfruttamento sessuale.

Leggere un qualsiasi report degli ultimi vent’anni riguardo le differenze tra i generi legate al cambiamento climatico significa rendersi conto, una volta per tutte, che l’ecologismo è una questione di giustizia sociale, e perciò una questione femminista. Quando ci siamo guardate intorno per la prima volta, quando abbiamo guardato il mondo e abbiamo pensato per un attimo che le cose, gli eventi, fossero tutti separati, che fossero a compartimenti stagni; quando abbiamo pensato che non necessariamente un’azione corrispondesse a una reazione; quanto ci sbagliavamo. Quanto non avevamo capito che tutto è collegato, e che siamo nel migliore dei casi degli ignoranti e nel peggiore complici.

Non è più possibile distinguere, separare e pensare di occuparsi di un problema piuttosto che di un altro. Non è possibile aspettare che i cambiamenti arrivino dall’alto, perché molto spesso non arriverà proprio niente. Mentre leggevo il resoconto di quei giorni di giugno vissuti sulla Sea Watch 3 avevo in mente quelle ricche nazioni europee che facevano rimbalzare una nave piena di esseri umani nel sole cocente dell’estate mediterranea e giocavano a chi avesse meno responsabilità, tutte ugualmente colpevoli e legate da un indissolubile vincolo di superiorità economica e di sfruttamento dei popoli e delle materie prime. È davvero difficile immaginare che queste stesse nazioni, in quanto sostenitrici di un modello di sviluppo non sostenibile, alla continua ricerca del superamento di se stesse nel vortice infinito del capitalismo, possano effettivamente guidare il lungo cammino tortuoso che porterà all’uguaglianza sociale. Probabilmente non lo faranno, e non possiamo aspettarci che lo facciano.

È la consapevolezza che la salute degli esseri umani è intrinsecamente collegata alla salute della terra, che ci farà andare avanti. Ce lo diceva cinquant’anni fa d’Eaubonne, e ancora non l’abbiamo capito bene:

È ora di dimostrare che il fallimento del socialismo nel fondare un nuovo umanesimo (e quindi nel non riuscire a evitare questa distruzione dell’ambiente e questa inflazione demografica) è direttamente correlato al rifiuto di mettere in discussione il sessismo mantenuto, anche se sotto forme diverse, sia dai socialisti sia dai capitalisti. E che non è la liberazione delle donne a dipendere dall’istituzione del socialismo, ma è la nascita di un socialismo di tipo totalmente nuovo, mutazionale, a dipendere dal controllo dei propri destini da parte delle donne e della distruzione irreversibile del patriarcato. […] È essenziale sottolineare la condanna a morte, da questo sistema in agonia convulsiva, di tutto il pianeta e della sua specie umana se il femminismo, liberando la donna, non libera l’intera umanità, cioè non strappa il mondo all’uomo di oggi per trasmetterlo all’umanità di domani.

Carola Rackete, Il mondo che vogliamo, Garzanti, Milano, 2019.

Françoise d’Eaubonne, Le Féminisme ou la mort, Pierre Horay Editore, Parigi, 1974.

World Health Organization, Gender, Climate Change and Health, 2014.

Report Parlamento europeo del 18-12-2017, “Women, gender equality and climate justice”.

Ringrazio Catherine Penn e Francesca Aiuti per la traduzione dal francese di d’Eaubonne.

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