In-differenze, parte II

di Alessandra Contu

A

Mi fanno male le braccia, non riesco a tenderle, così come la schiena che non sta bene in nessuna posizione, si lamenta ritta, è irrequieta stesa. Dev’essere il frutto dell’allenamento troppo intensivo del giorno prima, mi riprometto di andarci piano. I gesti automatici mi spingono fuori di casa, ancora noncurante della pioggia che batte forte sulle superfici umide e rimbalza schizzi violenti. Come al solito non ho l’ombrello. Il passo rapido tuttavia è impossibile dato il mio fisico stanco, devo arrivare al centro, ma il contrasto tra le mie falcate tentennanti e le gocce decise mi faranno arrivare fradicia. Forse dovrei lasciar perdere, tornare indietro e rimandare l’appuntamento. Tocco istintivamente il cellulare nella tasca destra del cappotto, è così ora che si decide di vedersi, o di non vedersi più, è così semplice. Un messaggio digitato in qualche secondo, e una possibile realtà viene frantumata in altrettanto tempo. A volte mi domando quali siano i danni di tale comodità. Tuttavia rassegnata mi rispondo che dalla comodità non si ha scampo. Non mi sfiora l’idea di raggiungere la mia meta nonostante tutto, se non posso oggi, sarà domani, mica c’è fretta, c’è tutto il tempo del mondo, così si dice per affrontare meglio l’esistenza. L’acqua m’impedisce di scoprire lo strumento utile alla mia missiva, e non c’è alcuna pensilina, così mi riparo nel primo bar disponibile in via Dante.

B

Ho dolori in tutto il corpo, l’umidità di questi giorni ha reso le mie ossa e i miei muscoli legni ardenti. Non trovo conforto seduto, non trovo conforto steso, la mia condizione fisica non è che lo specchio della mia condizione mentale. Piove a dirotto, ha cominciato qualche secondo fa, con lentezza mi accingo a mettere al riparo il mio materasso lercio, i miei quattro stracci e qualche oggetto personale, di cui non so neanche più la provenienza. Ogni tanto metto in dubbio anche la mia. Spesso mi sento come queste cose buttate in strada, disprezzate dallo sguardo austero dei passanti. Forse dovrei lasciare perdere, starmene qua e non presentarmi all’appuntamento. Istintivamente mi porto le mani sul viso bagnato e con gesti rapidi sfrego. Se potessi farlo anche con il resto del mio corpo, probabilmente questa realtà cambierebbe, basterebbe ripetere quell’azione per qualche istante. A volte mi domando quali siano i danni di tale semplicità. Una semplicità così misera e così scontata a me negata. Non mi sfiora l’idea di presentarmi, non più, sono certo che non sarà né oggi né domani che cambierà qualcosa, così mi dico per rendere più tollerabile la mia esistenza. Adesso non c’è più spazio per me all’asciutto di quel balcone, così mi riparo nel primo bar disponibile in via Dante.

A

Lui era già là, sul ciglio della porta, forse timoroso di disturbare, fradicio quanto me. Quando gli passo a fianco percepisco il suo sguardo basso ma curioso. Io non ho il coraggio di alzare il mio. Mi dirigo in fretta al bancone e ordino un caffè macchiato, la barista non sorride e poggia distrattamente la tazzina di fronte a me. Prendo il cellulare e disdico l’incontro. Mi sento più lontana da tutto adesso, più lontana da lei, che ormai non vedo da giorni. Sento una fitta forte al petto, sento la mia testa scottare per un istante, gli occhi velarsi di una sofferenza autoinflitta, ma poi chiamo a gran voce l’apatia che mi concede la pace fittizia dei sensi, e il cuore riprende a battere con regolarità anche se ogni tanto singhiozza, fa quello che impongo ai miei occhi di non fare. Lui è ancora là che aspetta, ma ormai sono come svuotata, non ho più nulla da offrirgli, neanche un caffè, ma d’altronde se non è oggi, sarà domani, non c’è fretta, c’è tutto il tempo del mondo.

B

Rimango sulla soglia, pronto a scappare via non appena la pioggia si acquieta un po’, non mi va di attirare su di me più attenzione del dovuto, non posso permettermi neanche un caffè, quell’euro ha un’altra importanza vitale. La vedo entrare rapida, ha un cappuccio ma mi rendo conto che anche il viso è fradicio così come il cappotto. Non alza lo sguardo stavolta, mi riserva lo stesso trattamento della maggior parte dei passanti. Ordina qualcosa al bancone, non ho bisogno di girarmi per sapere cos’è, lo sento dall’odore, poi con la coda dell’occhio confermo l’intuizione. La osservo mentre digita qualcosa, poi il suo volto si dipinge di un’espressione sofferente, scommetterei quella del pianto; dura solo una frazione di secondo, è come un fulmine a ciel sereno. Le do le spalle rapidamente non appena percepisco il suo capo alzarsi. So che ormai qualcosa è andato storto, so che vorrebbe fare qualcosa per me, ma ormai non può, starà pensando che se non oggi, sarà domani, penserà di avere tutto il tempo del mondo, proprio quello che a me manca.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...