Un’altra emigrata sarda ad Amsterdam – due o tre cose che ho capito in questi anni olandesi

di Valeria Cadoni

1.Qualche giorno fa ho finito di leggere per la prima volta un intero libro in olandese e mi sono sentita benissimo. L’autore è Kader Abdolah e il titolo De kraai, ‘Il corvo’ in italiano. È un romanzo breve composto da venti capitoli, ovvero il genere letterario che preferisco, insieme al racconto e alla poesia. Abdolah è uno scrittore persiano-olandese, fuggito dall’Iran nei Paesi Bassi alla fine degli anni Ottanta. Qualche anno fa (durante quella che forse fu l’ultima edizione settembrina del festival cagliaritano di Marina Café Noir) trovai che sembrasse simpatico, ma soprattutto fui travolta dalla potenza della sua esperienza così radicalmente diversa dalla mia eppure così vicina, così necessaria e sofferta da una parte e così felice e appagante dall’altra. Ci raccontò del suo arrivo in Europa trent’anni prima, nella cittadina di Zwolle, dell’incontro con un posto del mondo la cui lingua imparò da autodidatta per poi usarla per scrivere storie sulle persone e sul quel mutuo scambio che avviene in ciascuno di noi quando ci immergiamo in una cultura altra da quella che ci è più familiare. Ho letto alcuni dei suoi libri in italiano, ma per me è importante riuscire a leggere le sue storie nelle parole con cui Kader Abdolah le ha fatte nascere, con cui sono state da lui pensate, ed è così che nella lingua dei suoi personaggi migranti riconosco pezzi delle mie giornate: i pappagalli verdi nel freddo, gli olandesi gentili che mi aiutano a prendere confidenza con una realtà diversa, quelli a cui la mia presenza non fa nessuna differenza e quelli che tengono infinita distanza, le donne in bicicletta, il dizionario e la matita spuntata alla ricerca delle parole sconosciute e il desiderio cocente di ricordarle.

2.Mi capita spesso di perdere i miei effetti personali, perché sono una persona molto distratta per questo genere di cose; oppure magari succede a tutti quanti e io non lo so e mi sembra chissà che cosa. L’ultima volta è stata quella delle chiavi due settimane fa. Devo dire per prima cosa che io con ‘chiavi’ intendo un mazzo che cambia a seconda dei giorni, perché ho due lavori ed entrambi hanno orari abbastanza variabili. Ad ogni modo, di solito il mercoledì questo mazzo è composto da otto chiavi che aprono: portone esterno del palazzo, porta di ingresso dell’appartamento, cassetta delle lettere, camera da letto, catena della bicicletta, palestra, aule e antifurto della scuola di olandese in cui, appunto, lavoro il mercoledì. Conoscendomi un po’, ho anche appeso una bella targhetta, gialla, con il mio numero di telefono scritto su un cartoncino, perché non si sa mai… Di averle perse mi sono accorta alle otto e venti del mattino, esattamente di fronte al portone che devo aprire prima che studenti e docenti inizino ad arrivare e che le lezioni comincino. Ho tirato un bel respiro, ho spento la musica e mi sono tolta le cuffie, ho controllato le tasche, lo zaino e di nuovo le tasche, anche quelle del giubbotto. Però io le chiavi le appendo al passante dei pantaloni, e questo lo faccio sempre, quindi appena me ne sono resa conto, un piccolo filmato è apparso nella mia testa: ci sono io che cammino verso la fermata del tram (perché ieri notte ero stanca e ho lasciato la bici a lavoro)e metto le cuffie; la musica mi isola, cammino nell’ultimo buio del mattino in mezzo al traffico silenzioso di faretti rossi e bianchi e persone che pedalano più o meno forte, esco dal parco, alla fermata osservo la bandiera dei quattro mori appesa alla solita finestra, arriva il tram, ci salgo su, faccio il check-in e quindici minuti dopo saluto la bigliettaia e faccio il check-out. Da qualche parte in questo arco temporale di mezz’ora ho portato istintivamente la mano ai pantaloni per agganciarlo ma il moschettone è sfuggito, il mazzo è caduto ma con la musica nelle orecchie non ho potuto sentire il rumore. As simple as that, il filmino si interrompe. Ho parlato un po’ da sola e ho chiamato la mia collega Khadija, che fortunatamente abita proprio là dietro. Mi ha detto: <<Maak je geen zorgen, schat, ik zal openen en op je wachten!>> Quindi l’ho ringraziata, pensando che avrebbe aperto lei per poi aspettarmi lì, e nel frattempo sono risalita sul tram, ho ripercorso la strada alla rovescia mandando il filmino in moviola, ma non ho trovo nulla e finalmente sono tornata a lavoro e preparare un po’ di caffè e tè per tutti. Uscendo, all’una, ho riportato le chiavi a Khadija e ho raggiunto una delle accademie in cui faccio la modella d’arte, per uscirne alle quattro e mezzo. Pedalando verso casa mi è venuto in mente di fare un ultimo tentativo e chiedere al cameriere del pub che sta proprio all’entrata del parco in cui vivo. <<Hoi, goedenavond, mag ik je wat vragen? Heb je toevallig een sleutelbos op de stoep gevonden?>> Lui mi ha guardato da sotto le sue sopracciglia rosse e mi ha sorriso gentilmente: <<I am sorry, I don’t speak Dutch, could you please repeat in English?>>  Sono tornata a casa sollevata, colma di una gratitudine verso l’universo decisamente sproporzionata alla portata della situazione: qualcuno ha effettivamente trovato le mie chiavi sul marciapiede e le ha lasciate al bancone del pub. Se non ha chiamato è perché non ha potuto, non c’era nessuna targhetta appesa. Chissà quando l’ ho persa, quella!

3. Vivo da un anno e mezzo in un appartamento che condivido con tre persone in un palazzo di sedici piani dentro Rembradtpark, nella zona ovest di Amsterdam. Siamo tutti italiani, e fino a due settimane fa coprivamo un po’ tutta l’Italia: un pugliese, una lombarda, un abruzzese e una sarda. Quando rientro dopo aver parlato olandese e inglese tutto il giorno, è molto piacevole chiacchierare nella mia lingua, ascoltare i miei coinquilini cantare in italiano quando sono sovrappensiero, e anche avere in casa una moka e due diverse macchinette (una per l’espresso e una per l’americano). Beviamo molti caffè insieme, di mattina e di pomeriggio, e tutte le sere ci prepariamo la tisana, un rito che personalmente ho introdotto nella mia vita da quando vivo qui. Questo mese la mia coinquilina è cambiata ed è diventata abruzzese, si chiama Caterina, mentre Lavinia si è trasferita. Con lei ho imparato La vispa Teresa a memoria e ho disegnato l’Africa e il Sud America con tutte le nazioni dentro per ricordarcele, abbiamo fatto un sacco di giardinaggio in soggiorno e condiviso i racconti di fine giornata sia nei giorni eccitanti che in quelli deprimenti. Caterina è un’amica di Enzo l’abruzzese, ed è venuta a casa tante volte, quindi io e Francesco il pugliese già la conosciamo, e a me già mi piacciono le colazioni in punta di piedi che facciamo io e lei la mattina presto, quando tutto intorno è silenzioso. È prezioso trovare persone con cui si sta bene in casa, specialmente quando quella in cui si nasce è lontana, credo. E mentre siamo qui a conoscerci, a dare il meglio e talvolta il peggio di noi stessi, le persone, le idee i corpi e gli eventi ci girano intorno, noi andiamo, loro vengono, ci incontriamo per un attimo, a volte ci sfioriamo solo, alcuni tornano e rimangono e altri scompaiono senza dire una parola, chiunque si trasforma. Io provo a camminare facendo attenzione che i muscoli della schiena e della pancia mi sorreggano la testa e quelli dello spirito tengano in movimento lo sguardo; mi sforzo di pedalare con attenzione anche quando vorrei sentire i polpacci pizzicare e alleno la gentilezza quotidianamente; mi prendo cura del lunedì tanto quanto del venerdì, mentre cerco uno specchio in cui si veda ogni cosa tranne me, per ricordarmi di pensare a te ogni giorno.

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