Cioccolatini e Champagne

di Alessandra Contu

Sono la cassiera di un supermercato. Lo sono ormai da vent’anni, e da altrettanto tempo trascorro otto ore della mia giornata su questa sedia ormai consunta. I cuscini che dovrebbero rivestire il telaio scuro sono scheletriti si intravede la poca gommapiuma rimasta all’interno dagli squarci sparsi sulla superficie. Un tempo è stata comoda, ormai non lo è da un pezzo, eppure non ho mai desiderato sostituirla. Ho sempre avuto la convinzione che rimpiazzando lei avrebbero rimpiazzato anche me.

Così me ne sto qua, giorno dopo giorno, stravaccata su quella che, nonostante il suo aspetto malandato, pare una scranna. Forse lei adagiata su di me o forse io su di lei, fuse a formare una figura grottesca.

Faccio danzare le mani con grazia meccanica, muovo le braccia con meticolosità involontaria, impongo ai miei occhi uno sguardo vacuo e alla mia voce una tonalità spenta: «Sono sei euro e cinquantadue». Cinquantadue, che precisione. Una cifra definita e immobile, proprio come me. Io intatta scruto l’esterno con occhio critico ed esperto, mentre il mondo intorno a me muta impietoso.

A fine giornata la mia mente vivida grida aiuto e nel sentire il chiassoso lamento la noia spietata fa nuovamente capolino sulla soglia della mia esistenza. In soccorso accorre trafelato il desiderio implacabile di fluttuare senza sosta in quel piccolo spazio; scovare il proprio posto non è scontato, io mi ritengo un’eletta poiché ho trovato il mio nell’insignificanza delle mie possibilità.

Non ho alcuna dote rilevante, non ho interessi insoliti, né una virtù particolare, tutto il mio essere si traduce in un intelletto potente e senza limiti. Non ho confini entro i quali pensare, il mio cervello è come una scatola senza lati, è uno spazio privo di qualsiasi barriera. Il mio cervello è libero, libero di immaginare ciò che ancora non è stato immaginato.

Forse.

La mia attività prediletta consiste nello scrutare attentamente i clienti e la loro spesa. Questo lavoro mi concede parecchi minuti per studiare le persone e ciò che si accingono ad acquistare. Per alcune di esse il gioco non vale più perché sono frequentatrici abituali del supermercato.

Passate le otto di sera lo scenario si fa più accattivante, mancano poco più di trenta minuti alla chiusura, e quella è l’ora in cui la gente si reca nei negozi di alimentari per  comprare due o tre cose indispensabili per la cena. Le spese familiari sono quasi sempre riservate alla mattina, o al pomeriggio tardo; a fine giornata non c’è tempo per grandi compere. «Arrivederci» dico porgendo uno scontrino e qualche euro di resto. Poi alzo il mio sguardo privo di espressione, pronta a esaminare la prossima cavia.

Davanti a me un uomo di bell’aspetto, privo di barba e mani ben curate. Quest’ultime alimentano le mie fantasticherie, l’anulare sinistro sfoggia infatti una fede sobria e tradizionale. Indossa un abito di seta grigia, una camicia color lavanda con il primo e secondo bottone allentati. Ha risoluti occhi castani e una chioma di capelli brizzolati che gli conferiscono un’aria seria ma bizzarra contemporaneamente. Parla con un tono calmo e un timbro profondo, ogni suono emesso dalle sue labbra rosso scuro è una rassicurazione. I suoi modi sono gentili e piacevoli, i suoi gesti misurati e pacati. Deve avere quasi quarant’anni, ma non li dimostra, solo qualche ruga intorno agli occhi e l’aura matura che lo avvolge lascia intravedere l’età ben celata. Il sorriso è ampio ma riservato, i denti ben allineati e puliti. È alto e ben proporzionato, quello che io definirei un bell’uomo. Non ha l’aspetto di un impiegato, non con quei vestiti indosso, e sicuramente non svolge alcun lavoro manuale, non con quella fisionomia impeccabile. Sembra una persona acculturata, deve essere laureato. Dal carisma che trasuda dai pori della sua pelle chiara, decido che non vi è spazio per improbabili dubbi: mi trovo di fronte a un avvocato in carriera.

Comincio a osservare con camuffato interesse i cioccolatini e la bottiglia di champagne, costosa ma non troppo, adagiati sul nastro mobile. Ma la mia concentrazione viene disturbata da uno squillo di cellulare, il suo. Lo tira fuori dalla tasca destra dei pantaloni, guarda brevemente lo schermo, poi risponde. Cerco di sparire, mi dedico all’ascolto e avidamente ne colgo le sfumature.

«Arrivo tesoro, sto facendo una commissione veloce…»

Breve pausa.

«No, non preoccuparti…»

Risata contenuta.

«A tra poco!»

Nota sbrigativa.

«Ti amo anch’io.»

Sussurro impercettibile.

Ecco comparire la donna dell’anello al dito, la moglie affascinante quanto lui, apprensiva e ancora innamorata, perché un uomo così perfetto non lo si può smettere d’amare. Mi figuro l’espressione sorpresa e intenerita sul bel viso femmineo privo di imperfezioni nel vederlo tornare a casa con quella piccola improvvisata romantica. Mi scappa un sospiro, ma così lieve e inudibile, che mi convinco di averlo solo immaginato. Sono perdutamente assorta nelle mie congetture.

Non hanno figli, ma ci stanno provando, sono sposati già da una decina d’anni ma l’entusiasmo non ha ancora lanciato segnali di resa. Si amano, no molto di più, si adorano. E smarriti in quella reciproca contemplazione non si domandano affatto cosa sia la felicità perché di fatto la stringono tra le mani. Non temono nulla, perché, imprudentemente, si sono dimenticati cosa sia l’insoddisfazione e la sofferenza. Si scontrano quotidianamente con un unico problema: essere ancora più felici.

Con gesto rapido e automatico faccio leggere al laser rosso il codice a barre dei prodotti e questo provoca due “beep” sonori: «Sono ventiquattro e novanta». L’uomo si porta la mano nella tasca della giacca, ne estrae un pregiato portafoglio nero in pelle di grandezza media e mi porge una banconota da venti euro e una da cinque. Maschero lo stupore nel ricevere i soldi già cambiati e gli allungo lo scontrino con dieci centesimi di resto. Recupera la bottiglia contenente il liquido inebriante e la scatola ripiena di dolci afrodisiaci, poi con un saluto gioviale e un sorriso sereno esce elegantemente di scena. Io, tuttavia, non trovo pace dopo la sua dipartita. Da un uomo come lui mi sarei aspettata una banconota da cinquanta euro. Che le mie congetture siano errate? Ma no, Il mio cervello è libero, libero di immaginare ciò che ancora non è stato immaginato.

Forse.

Si sistema il colletto della camicia lilla guardandosi dallo specchietto retrovisore, vuole avere un aspetto ordinato. La cassiera sciatta di poco tempo prima, l’ha motivato ancor di più a non suggerire un’aria trasandata. L’immagine di quella donna racconta di un marito disoccupato e ignorante, di tre figli non troppo brillanti e di un’esistenza patetica.

Prima di accendere la macchina assicura sul sedile del passeggero i fascicoli di case in vendita a Cagliari. Non è un buon periodo per piazzare gli immobili, non si riesce a vendere nulla e il suo stipendio cala di mese in mese a causa dei pochi contratti che riesce a stipulare. Ma non è il caso di pensare ai problemi in questo momento, non vede l’ora di arrivare a casa e sgombrarsi la mente con un buon bicchiere di champagne.

Guida più in fretta che può ma con quella moderatezza che non lo abbandona mai. Imbocca viale Poetto per poi svoltare in una strada che conduce alle campagne delle saline di Quartu. In quella porzione di spazio salubre e isolato, ai margini della città, si trova la villetta di discrete dimensioni che condivide con quello che, forse troppo ottimisticamente, reputa l’amore ultimo della sua vita. Hanno deciso in comune accordo di allontanarsi dalla frenesia della città. Possiedono addirittura un piccolo appezzamento di terra appena dietro casa, dove si dilettano a coltivare, seppur con scarsi risultati, pomodori rinsecchiti e patate  dalle forme mostruose. Conducono una vita modesta, ma non si possono lamentare di nulla.

Quando varca la soglia di casa cerca di non fare molto rumore, si dirige in soggiorno e scorge una figura sdraiata sul divano intenta nella lettura di un libro. Resta a guardarla per un paio di secondi, poi quella si accorge di lui e alza il viso. Gli rivolge il sorriso speciale che dedica unicamente a lui e scatta in piedi con il suo corpo massiccio per stampargli un ruvido bacio sulle labbra. Adora quella barba incolta e irta, sebbene talvolta fosse tale da ferirlo appena.  Con un di moto gratitudine dato dalla consapevolezza improvvisa che lo desidera ancora senza alcun tentennamento, rivela la sorpresa pronto ad assorbire uno stato di indescrivibile beatitudine. Cioccolatini e champagne.

Ed è in quel momento, quando sento la voce femminile fuoriuscire dagli altoparlanti annunciare la repentina chiusura dello stabile, che snervanti riflessioni enigmatiche pervadono il buco nero col quale assimilo il mondo. Impaziente, mi affretto a fissare nella mia memoria quel ronzio confuso per poi essere capace di codificarlo in parole. Ma cosa rende una persona quello che è? Cosa determina la sua storia? Possibile che la sua esistenza sia così scontata e prevedibile? Forse non siamo che cliché, personaggi nati da un canovaccio sempre uguale.

Decido di non continuare oltre ad arrovellarmi con quelle inutili riflessioni, in fondo siamo ciò che siamo, il mondo è quello che è, trascorrere il tempo a congetturare possibilità e spiegazioni di una data realtà non fa che confermare l’inettitudine dell’uomo nel comprendere la natura variopinta del reale.

Lascio in tutta fretta quella vecchia sedia sinonimo di storie fantastiche e mi preparo a tuffarmi nuovamente nella vita reale, così non posso fare a meno di pensare con bramosia a lei che mi aspetta…

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