Donne e accademia: barriere invisibili e asimmetrie di genere

di Debora A. Sarnelli

Università di Padova, 1678. Elena Lucrezia Cornaro Piscopia si laurea in filosofia. È la prima donna laureata al mondo, pioniera del diritto delle donne ad accedere all’istruzione accademica. Sono passati più di 300 anni e oggi in Italia le donne laureate sono in misura maggiore rispetto agli uomini. È una grande vittoria che cela, però, numerose e invisibili dinamiche discriminatorie di genere. Il divario di genere, o gender gap, è ancora oggi un fenomeno persistente nelle istituzioni accademiche italiane. Secondo i dati più aggiornati sulla presenza delle donne nelle carriere universitarie e accademiche nazionali relativi agli ultimi 4 anni (Servizio Statistico del MIUR “Focus: Le carriere femminili nel settore universitario”; “Focus: Le carriere femminili in ambito accademico), la percentuale di donne nel mondo universitario risulta maggiore tra studenti e dottorandi per poi diminuire progressivamente man mano che si sale la scala gerarchica. I dati diffusi dal MIUR annoverano le donne tra il 56% del corpo studentesco (si laureano prima e con voti più alti dei ragazzi) e tra il 51% di chi intraprende un percorso di formazione dottorale. I dati cambiano però nel passaggio dalla formazione alla ricerca scientifica come professione. Se donne e uomini sembrano essere quasi in parità tra gli iscritti ai corsi di dottorato, nella progressione di carriera le distanze si allungano drasticamente tra donne e uomini. Le giovani ricercatrici diventano il 47% del personale addetto alla ricerca nelle posizioni di avvio alla carriera accademica (ricercatori a tempo determinato) e, mano a mano che si procede verso posizioni apicali e di vertice, sono gli uomini ad affermarsi e a diventare la grande maggioranza del personale docente. I dati parlano chiaro: le donne sono il 38% dei docenti di II Fascia e solo il 23% dei docenti di I Fascia. Alla sotto-rappresentazione delle donne nel personale docente, corrisponde una sotto-rappresentazione delle stesse anche nei ruoli di governance istituzionale. Su 96 Rettori, solo sette sono donne: quattro al Sud, due al Centro e una al Nord e rappresentano dunque il 7,2% dei vertici delle nostre università.  Le donne, quindi, risultano essere la maggioranza sono nelle fasi precarie della ricerca.

Il grafico (fonte MIUR-ufficio Statistica) mette a confronto due anni (2005 e 2017) evidenziando come in questo arco temporale i lievi cambiamenti rilevati risultino insufficienti a modificare il trend generale.

Il grafico rileva un andamento a forbice a favore degli uomini che esemplifica la progressiva dispersione dei talenti femminili: 

1- poche donne raggiungono i massimi vertici della carriera accademica, sintomo di una segregazione verticale (discriminazione esistente tra uomo e donna in termini di possibilità di raggiungere posizioni apicali di responsabilità) della carriera delle donne;

2- esiste un cosiddetto glass ceiling (soffitto di cristallo), una barriera invisibile e indistruttibile che ostacola le donne nella crescita professionale e nell’accesso alle posizioni apicali per motivi e pregiudizi spesso difficili da individuare;

3- la progressiva uscita delle donne dal percorso accademico una volta terminata la propria formazione universitaria è chiamata leaky pipeline (tubatura che gocciola). La metafora della conduttura che perde esemplifica appunto la riduzione della presenza femminile via via che dalle fasi iniziali si sale di grado.

Il divario aumenta se si guarda alle aree STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics). La concentrazione maggiore delle donne, studentesse, ricercatrici e/o docenti, risulta nelle Scienze Umanistiche e nelle Scienze Sociali, diminuendo significativamente nei settori di carattere più scientifico o tecnico, raggiungendo il livello più basso nell’Ingegneria e nella Tecnologia. Le donne tendono a scegliere aree e settori tradizionalmente appannaggio del genere femminile, perché nell’immaginario collettivo sopravvivono i pregiudizi: le discipline scientifiche sono “roba da maschi”.

Tali disparità non sono motivate né da un minore impegno professionale, né da una più bassa produttività scientifica, ma dalle aspettative socialmente costruite attorno al genere femminile, aspettative che spesso limitano la presenza delle donne in accademia. Le donne avertono la frizione esistente tra conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro e la carriera accademia, inconciliabilità che si manifesta non solo nelle scelte di carriera ma anche in quelle riproduttive. Le donne, infatti, rimarrebbero soffocate sotto gli obblighi delle aspettative del lavoro di cura della prole e dell’abitazione. Di fronte a tali asimmetrie, non sorprende che le donne abbiano meno tempo da dedicare all’attività lavorativa. Nei momenti cruciali della carriera universitaria, quando è richiesta la massima produttività scientifica, le donne preferiscono abbandonarla per motivazioni personali e familiari, quali ad esempio la scelta di diventare madri. È la paura dell’orologio biologico che scappa inarrestabile. In Italia, il prolungato precariato che segna l’inizio della carriera accademica coincide con il periodo riproduttivo della donna. Gli anni centrali per lo sviluppo della carriera sono gli stessi essenziali per la costruzione di una famiglia.

Gli ostacoli che le donne affrontano nelle università sono tanti e spesso invisibili. Per essere valutate alla pari dei colleghi, le donne devono sostenere performance migliori, molte volte vittime di dinamiche implicite di discriminazione di genere, e di stereotipi inconsapevoli (unconscious biases) che alimentano e producono disuguaglianze. Ad essi bisogna aggiungere la struttura della famiglia che continua ad avere, di fatto, un peso ideologico e pratico diverso sugli uomini e sulle donne. In Italia, gli uomini hanno più tempo da dedicare al proprio lavoro e alla progressione di carriera. Tali asimmetrie non sembrano essere in via di assorbimento spontaneo nel breve periodo.

Nelle sue “Indicazioni per azioni positive sui temi di genere nell’università e nella ricerca”, il MIUR individua una serie di interventi per affrontare il problema della scarsa presenza femminile ai vari livelli della struttura universitaria e della ricerca italiana. Occorre, innanzitutto, incentivare il bilanciamento tra ricercatrici e ricercatori nei progetti di ricerca finanziati dal MIUR, così come nelle commissioni giudicatrici. Importante sarà la valorizzazione dei progetti che prevedono le implicazioni di genere come risultato della ricerca e l’introduzione del genere nelle iniziative didattiche e formative. Dotare le Università dello strumento del bilancio di genere al fine di monitorare il proprio progresso verso la parità sarà di ulteriore rilevanza, così come le iniziative di orientamento per colmare il divario tra studentesse e STEM e sradicare le resistenze culturali e lo stereotipo che definisce le donne non adatte a discipline scientifiche.

Le azioni positive proposte dal MIUR evidenziano l’urgenza di colmare un divario di genere profondo per promuovere crescita sostenibile, innovazione e futuro. Non bisogna rinunciare all’importante contributo femminile nella produzione del sapere. Obiettivo delle azioni positive è promuovere una piena partecipazione di donne e uomini al mondo della ricerca, nonché la presenza equilibrata di entrambi i generi nei processi decisionali delle università italiane. Tali obiettivi sono essenziali per il miglioramento della qualità scientifica e, più in generale, per il benessere delle società nel loro complesso. L’uguaglianza tra i generi costituisce il quinto dei diciassette Sustainable Development Goals che le Nazioni Unite hanno posto al centro dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. Distruggere le disuguaglianze tra gli uomini e le donne, migliorando, in tal modo, la vita di tutti e di tutte, costituisce infatti una conditio sine qua non per la sostenibilità del pianeta, non solo ambientale ma anche economica e sociale.

– Servizio Statistico del MIUR “Focus: Le carriere femminili nel settore universitario”;

– Gestione Patrimonio Informativo e Statistica del MIUR “Focus: Le carriere femminili in ambito accademico”;

“Indicazioni per azioni positive del MIUR sui temi di genere nell’università e nella ricerca”.

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