Femminicidio, una parola da imparare

di Anna Cadoni

Quando si tratta di notizie bisogna sempre prepararsi. In particolare, per quanto riguarda quelle che vengono diffuse attraverso i social, la probabilità che esse siano costruite con l’intento di racimolare click e indignazione è alta. Credo che tutti ce l’abbiamo, quella serie di articoli e di commenti di lettori online che ci fanno saltare sulla sedia e desiderare, per un attimo, la censura. Quindi, bisogna prepararsi.

Ci sono quelli che “ma lo sai quanti insetti muoiono per la tua lattuga”; ma anche quelli “perché non te li prendi a casa tua se ti piacciono tanto i negri”; è sempre bello sentire che “la castrazione chimica vedi come lo farebbe calmare”; ma la mia preferita, da qualche mese a questa parte, è stata certamente la compagnia dei e delle “smettiamola di chiamarlo femminicidio, è un omicidio, è morta una persona, non importa chi”. Siccome a me importa, oggi vi parlerò di quelle persone.

A gennaio c’è stata una settimana che risulta particolarmente interessante per studiare il fenomeno di questi omicidi di persone. Siccome sono all’ordine del giorno, è difficile stare dietro ai numeri e ai nomi delle vittime. C’è quindi un sito che si può consultare, si chiama FemminicidioItalia.info ed elenca, ogni mese, le persone morte. Ci informa del fatto che nel primo mese del 2020 sono morte 12 persone che per caso erano femmine, che per caso sono state uccise dai loro compagni. La gloriosa settimana è stata però l’ultima del mese, che ha registrato un record di sei persone femmine morte in sette giorni. Queste sei persone si chiamavano Rosalia, Monica, Fatima, Speranza, Rosalia, Laureta. È finito così, il 31 gennaio del 2020. Queste persone avevano tutte due cose in comune: erano donne e i loro partner o ex le hanno ammazzate. In quella settimana di fine gennaio si è parlato di “emergenza nazionale”, di un vero e proprio massacro; le statistiche, in quella settimana, sono cambiate. Una donna uccisa ogni tre giorni, dicono i dati, ma gli eventi di quella settimana hanno stravolto i numeri. Una al giorno.

I numeri in Italia

Alla fine di novembre dello scorso anno, il rapporto Eures sui femminicidi in Italia ha riportato 94 casi accertati, dopo un 2018 terminato con 142 donne uccise ( un aumento dello 0,7% rispetto all’anno precedente). Negli ultimi cinque anni, ci dicono i dati Istat, le donne che hanno subito una qualche forma di violenza fisica o sessuale sono state 2.435.000. Duemilioniquattrocentotrentacinquemila. Il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni ha subìto nel corso della vita qualche forma di violenza. Per essere più precisi:

“Ha subìto violenze fisiche o sessuali da partner o ex partner il 13,6% delle donne (2 milioni 800 mila), in particolare il 5,2% (855 mila) da partner attuale e il 18,9% (2 milioni 44 mila) dall’ex partner. Le donne subiscono minacce (12,3%), sono spintonate o strattonate (11,5%), sono oggetto di schiaffi, calci, pugni e morsi (7,3%). Tra le donne che hanno subìto violenze sessuali, le più diffuse sono le molestie fisiche, cioè l’essere toccate o abbracciate o baciate contro la propria volontà (15,6%), i rapporti indesiderati vissuti come violenze (4,7%), gli stupri (3%) e i tentati stupri (3,5%).Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner, nel 3,6% da parenti e nel 9,4% da amici. Anche le violenze fisiche (come gli schiaffi, i calci, i pugni e i morsi) sono per la maggior parte opera dei partner o ex. Gli sconosciuti sono autori soprattutto di molestie sessuali (76,8% fra tutte le violenze commesse da sconosciuti).”

Una parola che fa paura e perché dobbiamo usarla

Fa paura dirlo e ancora c’è chi non lo riconosce e non lo accetta, ma nel mondo ci sono donne che vengono uccise perché sono donne. In questo caso non si tratta di omicidio ma di femminicidio. Il termine risale agli anni Settanta quando è stato ripreso dall’attivista e scrittrice femminista sudafricana Diana Russell che ha poi attribuito alla parola “femminicidio” il significato di “uccisione da parte dei maschi delle femmine poiché femmine”. Russell usa femmine e non donne per veicolare l’idea che possano essere vittime anche le bambine e le pre-adolescenti. L’attivista include tra le dinamiche più comuni di femminicidio quelle in cui le donne sono uccise “per l’onore, perché non vogliono essere possedute, in seguito a uno stupro, per gelosia dei loro mariti, compagni, amanti, perché vogliono andarsene di casa”.

Più importante di ogni altra cosa, Russell ci spiega quanto sia essenziale dare il giusto nome al crimine, per poterlo poi riconoscere e contrastare. Perché se continueremo a chiamarlo omicidio, non arriveremo mai all’origine e alla motivazione, che è sempre e comunque l’odio verso la donna. Ecco dove ci troviamo noi, ancora in questa fase in cui non si vogliono tirare fuori quelle parole scomode. Quando la notizia viene riportata sui giornali, giorno dopo giorno, a cadenza quasi quotidiana, sono le parole che fanno la differenza. Eppure è così vicino a noi, lo sentiamo nostro, è dentro le nostre case, le nostre famiglie, nelle relazioni. I nomi delle donne li conosciamo, leggiamo spesso ( troppo spesso) le storie dei carnefici che sanno di giustificazione, come nel caso del femminicidio di Elisa Pommarelli, uccisa da un “gigante buono”. 

Perché femminicidio e non maschicidio

Perché le parole sono così importanti? Sono solo parole, si dice spesso. Un omicidio è un omicidio, non conta il sesso della vittima. Non conta fino a che, però, la vittima è un uomo. E allora in quel caso, gli uomini trovano le parole per chiamarlo con un nuovo nome. Come è successo nei giorni di quella gloriosa settimana di fine gennaio, quando il giornale Libero ha mandato in stampa una prima pagina che, anche per gli standard di bassissimo livello a cui è di solito abituato, ha battuto ogni record. “Sorprendente verità nelle statistiche: più maschicidi che femminicidi”. Riferendosi a un sedicente studio sulla violenza di genere condotto da Barbara Benedettelli ( che fu, udite udite, candidata con Fratelli d’Italia), il giornale ha sentito il bisogno di far sapere ai suoi lettori che anche gli uomini muoiono, e che muoiono più delle donne. Poco importa che i dati fossero totalmente fuorvianti e non si riferissero affatto all’uccisione di uomini ammazzati dalle donne in quanto uomini. Si parla, ovviamente, di un quotidiano che non dovrebbe essere preso in considerazione neanche per avvolgere il pesce al mercato; tuttavia il messaggio che è passato attraverso queste “statistiche” è estremamente pericoloso, non tanto perché è finito su una prima pagina, ma perché è un pensiero comune, condiviso da tanti. Basta fare un giro tra i commenti dei più comuni siti online delle testate giornalistiche, ogni volta che si parla di femminicidio. Oppure avere una conversazione con i nostri amici, conoscenti, a lavoro, al bar. È un pensiero ancora radicato e duro a morire, proprio perché tocca un punto debole della nostra società: il fatto che siamo immersi fino al collo in ambienti patriarcali– dove la donna deve comunque, qualunque cosa accada, stare un passo indietro, come ci ha ricordato il presentatore Amadeus, e se non lo fa deve aspettarsi delle conseguenze. Perché i dati Istat ci dicono che prima del femminicidio ci sono mille altri casi di violenza di vario genere, e per quelle morti di cui leggiamo ogni giorno, c’è un intero paese che molesta, violenta, picchia, schernisce, denigra, scherza. Prendiamo il femminicidio come la punta dell’iceberg, e pensiamo al fatto che sotto c’è tutto il resto, quello che viene tollerato, compreso, giustificato, sostenuto.

“I maschi non lo dicono” e altri effetti del patriarcato

Parliamone, perchè altrimenti siamo faziose. Ci sono donne che fanno del male agli uomini. Ci sono donne che uccidono e violentano gli uomini. I dati sulla questione non sono certi, perché gli uomini non lo dicono. Gli uomini non lo dicono perché si vergognano. Da dove viene questa paura di parlarne? Dal fatto che quando vostro figlio piange, gli dite di non farlo. Che quando non sa giocare a calcio, gli dite che tira come una ragazzina. Dal fatto che non sono contemplate, per lui, le bambole, i trucchi, i vestiti. Al fatto che deve essere forte, puzzare, sporcarsi, studiare poco, essere disordinato, istintivo. Che cosa è questo, se non maschilismo? Sì, il maschilismo fa male anche agli uomini. Fa malissimo agli uomini.

Chiamarla emergenza sembra ormai un errore, un’inesattezza. Non è più emergenza perché esiste da troppo tempo, la si conosce bene, la si tollera. L’unica via è tirarla fuori, allo scoperto; farla uscire nelle piazze e riempirci la bocca tutti i giorni con le parole femminicidio, patriarcato, maschilismo, femminismo. Imparare a conoscere queste parole, a usarle nel modo corretto attraverso un’educazione capillare della società, dalla scuola, alla famiglia, al posto di lavoro. Evitare generalizzazioni, evitare di chiamarla tragedia, di chiamarla pazzia, raptus, istinto; usare le parole giuste, sempre. Questo è l’unico antidoto che abbiamo, per ora.

Il blog di Diana Russell sulle origini del termine “Femicide”: https://www.dianarussell.com/origin_of_femicide.html

Eu.r.e.s: https://www.eures.it/regioni-it-94-femminicidi-nel-2019-i-dati-eures/

FemminicidioItalia.info: https://femminicidioitalia.info/lista/2020

Dati Istat: https://www.istat.it/it/violenza-sulle-donne/il-fenomeno/violenza-dentro-e-fuori-la-famiglia/numero-delle-vittime-e-forme-di-violenza

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