Non preoccuparti, noi qui siamo al sicuro

di Arianna Apicella

Paola aveva dormito poco, aveva passato più di dieci ore in aeroporto e non sapeva più cosa fosse meglio fare, rimanere o partire. In quel momento era a Pechino e aveva deciso di tentare un volo con uno scalo a Dubai, pur di tornare a Mantova. Il giorno prima aveva preso un volo per Milano. Siccome avrebbe dovuto fare sosta a Parigi, alla fine aveva deciso di prenderne uno diretto il giorno dopo per limitare i contatti e i possibili contagi. Come se volesse fargli un brutto scherzo, poche ore prima della partenza, il governo italiano aveva deciso di bloccare i voli provenienti dalla Cina e il suo volo era stato cancellato. Cinzia aveva persino pensato che quello fosse un segno del destino e che sarebbe dovuta rimanere lì, ma poi ha prenotato un volo con scalo a Dubai e ha sperato di non rimanere bloccata in un angolo buio di questa folle sfera.

Alessia era stata più fortunata, la sua cittadinanza italiana le aveva assicurato il ritorno a casa. Più d’un mese fa si trovava a Hangzhou. Era partita poche settimane prima per lavoro. Avrebbe condiviso la casa con una famiglia che le piaceva molto ed era triste di ripartire così in fretta. Quando era atterrata a Roma, sua sorella e il suo ragazzo, muniti di mascherina, erano andati a prenderla per accompagnarla a casa di una zia che viveva in ospizio, per farle iniziare il suo periodo di autoisolamento. Per quindici giorni non aveva fatto altro se non spostare da una parte all’altra tutti gli oggetti che la vecchia zia dai capelli bianchi aveva accumulato, dividendo le cose da tenere da quelle da buttare e chiedendosi come fosse possibile non voler mai decidersi a disfarsi di qualcosa.

Umberto non aveva gli strumenti per comprendere quello che stava succedendo fuori dalla finestra di casa sua, fuori dai muri della sua scuola. Eppure era corso ad appuntare sulle pagine del diario dove scriveva i compiti questa cosa di cui tutti parlavano, sottolineando il fatto che lui era lì e stava assistendo a questo momento storico. Nell’oscurità della notte, da sotto le coperte, sentiva voci maschili – che provenivano dalla stanza a destra e a sinistra della sua –che rispondevano a voci femminili: chiedevano maggiori informazioni sul virus, sui focolai e sugli untori. Non conosce queste strane nuove parole ma sente l’aria della novità pizzicargli il volto e prova a ricordarne quante più riesce. Un giorno potrà raccontare quello che sta vivendo oggi.

Rangrang era stata colta di sorpresa da tutto quel trambusto ed aveva subito capito chi fossero i responsabili di tutto quel malaffare. Lei e la sua famiglia erano fuori da Tianjin quando la notizia del virus era esplosa e ancora non sono riusciti a tornare a casa. Quando parlava con i suoi amici che vivevano fuori dalla Cina si scusava dell’ingordigia dei cinesi e delle conseguenze che erano ormai sotto gli occhi di tutti. Li rassicurava registrando la voce della più piccola delle sue bambine che scivolava giù fino agli schermi dei suoi amici italiani. La sua voce bianca diceva: “你放心,我们这里很安全”. La bambina diceva: “Non preoccuparti, noi qui siamo al sicuro”.

Alberto non aveva avuto il tempo di capire cosa fosse questa cosa di cui tutti parlavano. Era stato licenziato senza preavviso e non gli avevano neanche pagato gli arretrati. Ora camminava avanti e indietro, scorrendo su le dita sullo schermo nero del suo cellulare, per trovare il numero del ristorante dove lavorava prima. Con la coda tra le gambe, provava ad escogitare un modo per non far interrompere la cura di sua madre e per questo non aveva scelta, né tempo per farne una. Quello gli aveva riso in faccia, dicendo che non avevano bisogno di lui, tantomeno ora che c’era il virus. Forse quella era stata la prima volta che lo aveva sentito menzionare in maniera diretta, ma non aveva chiesto o cercato spiegazioni, stava già pensando alla telefonata seguente.

Dopo qualche ora di sonno meritato, Paola è arrivata a Milano senza grandi problemi, si è autoimposta un periodo di quarantena terminato due settimane fa, ma è preoccupata del modo in cui l’Italia sta gestendo la situazione del contagio e poco è il bianco delle mascherine che vede camminare per la città. È contenta di essere in Italia, ma non saprebbe dire con certezza se ha fatto la mossa migliore, forse in Cina si sarebbe sentita più sicura. Lei che era andata in Cina per vedere i suoi nonni e festeggiare il capodanno insieme, si era accontentata di salutarli da dietro il vetro appannato della finestra e non si spiega come in Italia non riuscissero a fare a meno del Carnevale in piazza. Anche Alessia la pensa così, non si fida delle misure di contenimento adottate e per questo ha deciso di fare una vita ritirata fino a quando la situazione non si tranquillizza. Qualche anno fa si era innamorata della lingua cinese, si era persa nell’inchiostro denso dei calligrafi seduti con la schiena dritta contro il muro. Forse è stata quella postura e quei gesti precisi che le avevano fatto capire per la prima volta il loro ingegno e la loro forza e anche questa volta aveva fatto notare a tutti la solidarietà attiva che la comunità cinese di Napoli aveva dimostrato di essere capace. Dopo una settimana di capricci, Umberto è stranamente felice di fare i compiti. Domani non andrà a scuola dal momento che resterà chiusa per più di una settimana. Gli sembra che le sue preghiere siano state ascoltate. Anche quelle in cui chiedeva di punire le professoresse per la stupidità con cui mettevano note senza senso sul quaderno che un momento prima era candido, immacolato, e si diverte a vederle lamentarsi per lo stipendio che non percepiranno durante quelle settimane di pausa. Lui non chiede altro, starà a casa a giocare al computer con i suoi amici. Non ha bisogno di uscire o stare in piazza per divertirsi con loro, loro comunicano così, ognuno dietro il proprio schermo, con il proprio microfono. La vita di Rangrang ha ripreso il suo corso, realizza statuette di buffi personaggi riciclando il materiale di cui sono fatte le confezioni delle uova e sperimenta nuovi giochi con i suoi studenti. Da qualche settimana a questa parte non è più preoccupata per la situazione della popolazione cinese, ma è lei a chiedere a quei suoi amici italiani se avessero bisogno di un pacco di mascherine. Suo marito dice che questo è un periodo particolare, lui si trova nel paese della sua famiglia d’origine, nel Gansu; mentre il resto della famiglia è nello Yunnan. Si allena nel giardino adiacente alla casa e danza con l’ombra scura del suo corpo che si agita sul terreno bagnato. Crede che dietro tutta questa storia non ci sia nient’altro se non il karma. Alberto il problema non ha il tempo di porselo, per fortuna ha trovato un amico che gli ha prestato dei soldi e ha ripreso a lavorare come lavapiatti, mentre non trova qualcosa di meglio da fare. Se ne accorge anche lui che c’è meno gente, più tempo per lavare le stoviglie sporche. Non è più abituato a gestire i momenti di pausa dal lavoro e si ritrova a fissare il soffitto sporco della cucina. Si perde ad immaginarsi come un funambolo – che si muove tra l’estremità bianca della tranquillità e l’estremità nera della crisi- che per poco non casca.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...