Un’altra emigrata sarda ad Amsterdam – due o tre cose che ho capito in questi anni olandesi

di Valeria Cadoni

1. Durante i miei primi due anni nei Paesi Bassi non ho vissuto nella provincia del Noord-Holland (di cui Amsterdam è capoluogo) bensì in quella di Utrecht, la quale si trova al centro della nazione, incastrata tra la notoriamente liberale Olanda Settentrionale, i laghi di confine di Eemmeer e Randmeren e la cosiddetta bijbelgordel (che sarebbe una lunga cintura di città e villaggi popolati nella maggior parte da comunità di protestanti conservatori, contrarie alla parità fra generi, all’eutanasia, all’aborto, ai diritti lgbtqia+, ai vaccini, ai flussi migratori, all’uso dei pantaloni per le donne e a tanti altri modi di declinare i concetti di libertà personale e rispetto per le differenze.)

Quando sono arrivata qui non avevo idea dell’esistenza di tale “cintura della Bibbia” e, ovviamente, anche oggi sono ben lontana dalla comprensione di questa realtà. All’inizio, infatti, immaginavo ingenuamente che lo spirito della capitale dei miei sogni fosse capillarmente diffuso in tutto il paese, in tutte le case, nell’intera cultura olandese; ora so che non è così, e che Amsterdam è un po’ come un’isola.

Questo non significa che non esistano xenofobi nati e cresciuti in questa città o che sia impossibile trovare persone rispettose e solidali al di fuori di essa, ma semplicemente che Nederland vuol dire tante cose, nel male e nel bene: sistema sanitario nazionale privato da una parte e corsi di lingua gratuiti per gli stranieri dall’altra,  “contratti a zero ore” senza tutele né sicurezze a fronte di affitti e costi della vita incredibilmente alti ma anche una sorprendente diffusione del volontariato, divieto di utilizzo del niqab in pubblico da un lato e ambiente lesbico inclusivo in cui le donne trans possono sentirsi al sicuro dall’altro, manifestazione del più becero antisemitismo sui carri delle sfilate di carnevale ma anche proliferazione di case di vicinato in cui ci si aiuta a vicenda praticando comunità, dalle melanzane avvolte una per una nei sacchetti di plastica in negozi iper-riscaldati con porte spalancate alla cordialità disarmante che si respira sui mezzi di trasporto, e così via…

Penso spesso a tutte queste contraddizioni, a quelle in cui vivo e a quelle in cui mi riconosco, per non parlare di quelle che crescono dentro di me ma di cui nemmeno mi accorgo. Cerco di interrogarmi sui pregiudizi, mi arrovello intorno alla ricerca di modi efficaci per rivolgermi alle persone che utilizzano espressioni e atteggiamenti offensivi, sprezzanti, denigratori nei confronti di ciò che non conoscono, soprattutto quando queste persone sono quelle a cui voglio bene: a me non passa neanche per l’anticamera del cervello di usare con valenza offensiva parole come, che so, “bipolare” o “handicappato”, “musulmano” o “ebreo”, eppure conosco un sacco di gente che invece lo fa.

Lo fa per semplicità, lo fa per scherzo, lo fa per ridere, lo fa perché  si dice che non ci sia bisogno di prendersi sempre così sul serio, perché in cuor proprio si sente superiore alla persona a cui si sta riferendo.

Non è facile educare se stessi al rispetto: le parole che scegliamo di usare si addensano nell’aria generando mentalità, ferendo il mio amico a cui è stata diagnosticata la sindrome bipolare mentre per far divertire chi si considera sano, richiudendo la mia collega che indossa il chador nello stereotipo asfissiante di persona debole e sottomessa, proprio mentre ogni giorno di più i luoghi comuni che la società occidentale produce, ascolta, legge, interiorizza, continuano a confermare quelle certezze che dipingono ogni maschio uguale all’altro e ogni femmina identica a se stessa, come tanti replicanti di Adamo e Eva nell’eterno spettacolo del conquistatore e del suo oggetto sessuale.

Non è facile decostruire le convinzioni fondate sullo scherno e sull’odio, proprio perché gli atteggiamenti discriminatori sono ovunque e ogni giorno chiunque li mette in pratica, loro, tu e io: uno studente spagnolo ride e nomina il Coronavirus ogni volta che la sua compagna di corso dai tratti asiatici si schiarisce la gola; dopo che due giovani prese per mano camminano oltre, il barista italiano di mezza età guarda divertito il manifesto per il corteo in occasione della Giornata internazionale delle donne, come fosse di fronte a una barzelletta; una ragazza inglese chiacchiera al bar con le sue amiche, raccontando di quella “troia” della sua collega a cui piacciono gli stivali un po’ troppo alti; la negoziante francese tiene d’occhio quei turisti italiani tra le corsie, perché si sa, che gli italiani fanno sempre i furbi; il barbiere egiziano non avrebbe mai una relazione con una donna bianca, perché le donne bianche sono strane; la ragazza caraibica sordomuta viene filmata mentre canta tra sé e sé, non se ne accorge, ma il popolo della rete riderà di lei per mesi; l’anziano venditore ambulante si avvicina al tavolo della comitiva di giovani omosessuali bianchi in festa il venerdì sera, loro lo denigrano e lo scansano per il colore della sue pelle e l’odore della sua mercanzia;  alla radio un presentatore olandese canta una canzoncina che fa così: <<Se non mangi cinese non hai niente da temere, perché prevenire è meglio che cinese!>>

Cercherò di fuggire per quanto possibile la generalizzazione, proverò a evitare di fare di ogni popolo un fascio. Traccerò le mie impressioni  senza paralizzarmi dentro l’ennesima gabbia: i russi sono mafiosi e le ucraine puttane, le nigeriane puzzano, gli arabi sono aggressivi, gli olandesi non ridono, i cinesi fanno tutto quello che gli dici, noi italiani sì che sappiamo fare l’amore come si deve…

Descrivo cosa accade intorno a me in questo preciso luogo ed esatto momento,cercando una via d’uscita, possibilmente, insieme.

2. <<Se piove non fa niente. Siamo esseri umani, mica zollette di zucchero!>> Arrivando da una terra di siccità, tre anni e mezzo fa fui accolta con queste parole in un paese bagnato in cui il vento corre indisturbato tra le montagne che non esistono.

I primi mesi non furono metereologicamente facili: ai miei occhi pioveva a dirotto e senza sosta, tutto era fradicio di un’acqua che non si asciugava mai, ma nessuno sembrava farci caso. Sapevo già che in olandese esiste una cinquantina di termini per descrivere il maltempo, ma mi chiedevo, incredula, come tutte quelle persone riuscissero ad arrivare a lavoro in tempo, i bambini a giocare in cortile durante la ricreazione, i giovani a trovare la voglia di andare in palestra, gli anziani a fare la spesa, costantemente sotto la pioggia e a cavallo della bicicletta.In Sardegna ero abituata a una regola diversa, non scritta ma ampliamente condivisa e in parte sostenuta dalla presenza quasi totalizzante dell’automobile nelle azioni quotidiane: se piove si sta a casa. Qui, invece, si vedono donne che sfrecciano senza impermeabile, scivolano sull’asfalto, si alzano e ripartono, padri che trasportano figli a quattro a quattro su un carretto senza il tetto, bambini che affrontano le gocce taglienti sulla faccia mostrando il collo scoperto e le caviglie nude.

Sono trascorsi più o meno milleduecento giorni dal mio trasferimento e molte cose sono cambiate, sia nella mia percezione che nella realtà del paese.

In molti mi dicono che il vero inverno olandese non ho fatto in tempo a conoscerlo, perché la luce del sole ad ottobre fino a dieci anni fa la si poteva solo sognare, perché nessuno si abbronzava a maggio, perché non ghiaccia e non nevica più, perché è tutto al rovescio, e mentre la Sardegna si faceva verde sotto inedite piogge scroscianti qui si dicharava l’emergenza idrica. Tra gli effetti della crisi climatica e il mio lento adattamento, sono arrivata alla conclusione che ciò che mi pesa di più sia l’oscurità: né le bufere che obbligano a tenere i parchi chiusi, né le gocce di pioggia orizzontale che raggiungono l’unico angolo scoperto dalla sciarpa e colano sulla schiena, né la temperatura che fa venir voglia di raggomitolarsi dentro il letto e non uscirne, ma quella sensazione di tristezza che trasmette la mancanza di luce durante i lunghi mesi invernali contro la quale combatto ogni anno.

Per questo motivo celebro sempre con intima e profonda felicità l’arrivo del solstizio d’inverno, sapendo che quella manciata di secondi in più ogni giorno in cui il sole si attarda a calare ricaricherà il mio corpo e il mio spirito, e che dopo il lungo buio arriveranno quei giorni dalle diciassette ore di luce.

3. Oggi è il 29 febbraio, ieri era natale, avantieri stavo facendo il bagno al mare e dopodomani arriva giugno. Le ore si rincorrono, non è vero? Io vorrei avere il tempo di fare un sacco di cose, come vivere in due posti diversi nello stesso istante.Così potrei posare per una pittrice a De Pijp la mattina e poi prendere un caffè a San Benedetto con le mie migliori amiche la sera, scrivere per qualche ora nel mio coffeeshop preferito e poi passare dai miei con un vassoio di zeppole fumanti della pasticceria Pasteur, alle otto cenare da Pondok Indah sulla Prinsengracht con la mia ex che mi racconterebbe del nuovo tatuaggio che ha in mente per me, potrei andare al mare con i miei nipoti bambini e i miei cugini adolescenti, chiacchierare in macchina con mia sorella mentre è lei che guida, portare gli inglesi, i marocchini, i vietnamiti, i peruviani e i ganesi a vedere i nuraghes per la prima volta nella loro vita, riattaccare i pezzi di cuore sparsi per l’Europa, raccontare ai miei figli le storie nel modo in cui lo faceva mia nonna, però in olandese.

Ci sono dei giorni in cui è più difficile vivere qui, quando la nostalgia di casa, heimwee, diventa molto forte. A volte ho fortuna, il tempo è clemente e posso fare una passeggiata. Allora cammino per le strade del quartiere in cui mi sono ritrovata, nato agli inizi del secolo scorso intorno alla linea tramviaria che conduceva al centro della città, che raggiungo oggi in bicicletta in dieci minuti scarsi.

De Baarsjes (così si chiama il distretto in cui vivo) sembra un paesino: i bambini tornano a piedi a casa da scuola insieme, al mercato di Ten Katestraat non passa che qualche turista che ha perso di vista Google maps, i negozi sono piccoli eppure le vie brulicano di uomini con il kaftan e donne che fanno jogging, sulla piazza di Mercatorplein il sabato mattina si vendono le uova, mentre il ponte si leva per lasciar passare le barche sulla Kinkerstraat, i fiori del chiosco all’angolo ingannano l’attesa, le persone si riconoscono sotto i portici e si salutano, qualcuno fischia in sella alla bicicletta facendo un cenno con la mano, la moschea sul canale è affollata, nel parco si festeggiano i compleanni con le bandierine legate tra gli alberi, il postino mi chiede se va tutto bene questa mattina. Io mi sento meglio e gli dico di sì, lascio le chiavi appese ai pantaloni e suono il citofono: qualcuno è già rientrato a casa, così apre e io entro, mentre cala fa sera sul mio quartiere.

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