Dal “virus straniero”alle metafore di guerra: il potere delle parole ai tempi del coronavirus

di Marina Scroccu

In questo periodo di isolamento e quarantena, per ciascuno di noi c’è un’attività prediletta, qualcosa che preferiamo fare durante le lunghe giornate a casa, qualcosa che ci permette di distrarci e impegnarci. Personalmente, per ora ho vissuto due fasi: la prima, durata circa dieci giorni, è stata caratterizzata da una consultazione senza interruzione di telegiornali e giornali online, notizie su notizie – regionali, nazionali, mondiali – per essere informata al 100%. Durante questa prima fase, le altre attività erano perlopiù di sopravvivenza, ma il chiodo fisso dell’informazione rendeva complesso l’allontanamento da uno schermo, che fosse quello del computer, della TV o del telefono. Al momento, invece, qualcosa è cambiato, e mi sento di essere in una seconda fase, anch’essa caratterizzata dalla consultazione di numerose notizie, ma in modo meno sfrenato, mentre le altre attività non sono più solo quelle di sopravvivenza. Queste due fasi hanno comunque un minimo comune denominatore, un’attività che è sempre presente in quanto da me prediletta, alla quale è legata anche la smania per la ricerca delle notizie: si tratta di vedere in che modo i personaggi politici stiano usando il linguaggio in modo strumentale, per trasmettere messaggi più o meno velati che riflettono la loro visione del mondo e, conseguentemente, le loro idee. Il linguaggio è un potente strumento politico, è il mezzo principale attraverso il quale l’essere umano comunica i propri pensieri, opinioni, ideologie; è il mezzo attraverso il quale comunichiamo la nostra visione del mondo. Per ognuno di noi, la scelta di ogni parola è molto importante, e conferisce un particolare significato a ciò che diciamo. Per personaggi di spicco, per i politici o per la stampa, la scelta delle parole è fondamentale.

Un primo esempio sull’importanza delle scelte lessicali viene da un personaggio politico che, in quest’ambito, ha sempre offerto un ricco repertorio: il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Inizialmente ha sminuito a lungo l’emergenza dell’attuale pandemia, usando i dati di mortalità della normale influenza per minimizzare al massimo i rischi del Covid-19. Nel momento in cui la situazione negli USA ha iniziato a peggiorare, il presidente ha cambiato registro e ha subito individuato “il colpevole” contro il quale puntare il dito: la Cina. Per sottolinearne la colpevolezza, Trump ha iniziato a chiamare il coronavirus “virus straniero” e “virus cinese”, mentre vari politici repubblicani (incluso il segretario di stato Mike Pompeo) hanno parlato di “virus di Wuhan” o “coronavirus cinese”. Susan Sontag, nel suo saggio Aids and its Metaphors, spiega che l’attribuzione dell’aggettivo “straniero” a una epidemia è un fatto comune fin dal passato: quando la sifilide ha iniziato a diffondersi in Europa alla fine del quindicesimo secolo, veniva chiamata French pox dagli inglesi, morbus germanicus dai parigini, la malattia napoletana dai fiorentini, la malattia cinese dai giapponesi; Sontag spiega che una temibile e pericolosa malattia viene definita “straniera” come per rimarcare il fatto che non possa avere origine in un luogo “privilegiato” (l’Europa nel XV secolo* – gli USA al giorno d’oggi). L’utilizzo dell’aggettivo “straniero” per una pandemia non è dunque una novità, e ha uno scopo ben preciso: sottolineare la provenienza per attribuire, neanche troppo implicitamente, una colpa.

Il presidente Trump dimostra continuamente una forte consapevolezza nelle sue scelte linguistiche e lessicali, e un altro esempio è la conferenza stampa nella quale parla degli aiuti inviati dagli USA all’Italia per l’emergenza Covid-19: dichiara che gli Stati Uniti stanno inviando all’Italia materiale sanitario per un valore di circa 100.000 dollari e poi aggiunge, riferendosi al premier Giuseppe Conte, “Giuseppe was very very happy”. L’uso del nome proprio al posto della carica istituzionale e del cognome non è una scelta casuale: imposta un tono confidenziale, sminuendone il ruolo politico. Tale pratica è riscontrabile molto spesso in riferimento alle donne**, i cui ruoli importanti vengono sempre sminuiti (per fare un esempio, per le precedenti elezioni presidenziali negli USA si parlava di Trump, mai di Donald, ma troppo spesso di Hillary e non di Clinton).  Dopo aver quindi negato l’emergenza e aver osservato in silenzio la tragedia italiana, Trump cerca di porre rimedio facendo passare un messaggio dal quale si deduce una forte amicizia con l’Italia e un grande altruismo degli USA.

Anche in Italia i politici dimostrano di saper fare scelte lessicali interessanti, come Salvini che si è schierato a favore del capo del governo ungherese Orban il quale, pochi giorni fa, si è fatto conferire i pieni poteri. Tale deriva dittatoriale per Salvini è una “decisione democratica assunta dal popolo ungherese”. In questa frase tutto sembra essere strumentalizzato, dal concetto di democrazia, che non si coniuga con l’assunzione di pieni poteri, all’affermazione che la decisione sia stata popolare, perché essa in realtà non è stata assunta dal popolo, ma da Orban stesso tramite il parlamento guidato dal suo partito.

Sempre sul tema Ungheria, anche Giorgia Meloni si esprime a favore di Orban:

“…le cose non sono come le hanno raccontate e non sono molto distanti da quello che sta accadendo da noi…lì è stato deliberato lo stato di emergenza, come è stato deliberato da noi, e questo dà dei poteri molto importanti, anche sulla libertà delle persone, al presidente ungherese come al presidente Conte, con la differenza che Orban, almeno, gli ungheresi se lo sono scelto.”

Meloni utilizza il paragone con Conte per giustificare la svolta autoritaria di Orban, dimenticando – forse – le sue stesse parole pronunciate di recente contro Conte: “…qui si rischia una deriva autoritaria”. Ecco quindi che la deriva autoritaria assume connotazioni differenti a seconda dell’orientamento politico del capo di governo coinvolto.

Un’altra interessante questione linguistica emersa di recente riguarda l’uso delle metafore di guerra per parlare del coronavirus. Il virus è un nemico da sconfiggere, medici e personale sanitario sono soldati che combattono, le risorse utilizzate sono armi. Il presidente Macron ha dichiarato “siamo in guerra” nel momento in cui ha deciso che anche la Francia avrebbe dovuto mettere in atto una politica per contrastare la diffusione del virus; Donald Trump si è definito “a wartime president”. I riferimenti alla guerra sono numerosi e costanti. Ma tutto ciò ha un effetto su chi ascolta, e anche di questo parla Susan Sontag nel saggio precedentemente citato: la guerra è un’emergenza per la quale nessun sacrificio è eccessivo*. Sicuramente usare metafore di guerra cattura l’attenzione, ma come suggerisce Sontag, può avere un impatto negativo, poiché “le metafore militari contribuiscono alla stigmatizzazione di certe malattie e, per estensione, delle persone malate”*. È necessaria dunque molta cautela quando si utilizza un certo concetto per descriverne un altro, perché ogni elemento chiamato in causa evoca significati ben precisi.

Anche i giornali offrono molti spunti di riflessione riguardo la potenza del linguaggio, e a questo proposito è interessante notare le scelte lessicali del New York Times in due articoli che riportano notizie sul coronavirus, uno sulla Cina e l’altro sull’Italia: quando parla della Cina, il concetto che emerge è quello che riguarda la limitazione delle libertà personali, mentre in riferimento all’Italia l’enfasi è sulle problematiche economiche***. Le misure restrittive vengono descritte diversamente a seconda del Paese che le mette in atto, con un linguaggio evidentemente strumentalizzato ai fini della propaganda ideologica.

Troppo spesso sottovalutato, il linguaggio è uno dei mezzi più potenti di cui disponiamo, attraverso il quale diamo forma ai concetti e alle idee, diamo forma al mondo intero. Il linguaggio è strettamente legato al potere e alla trasmissione di ideologie, e condiziona l’interpretazione degli eventi. Per questo, prima di parlare, è fondamentale prestare attenzione alla scelta di ogni parola, e altrettanto importante è analizzare ciò che si sente o si legge, anche da un punto di vista linguistico.

*Sontag, Susan. Illness as Metaphor and AIDS and Its Metaphors (Penguin Modern Classics). Penguin Books Ltd. Edizione del Kindle.

**Romaine, Suzanne. Language in society. An introduction to sociolinguistics (second edition, Oxford University Press) .

***https://twitter.com/nytimes/status/1236484352965521408,    https://twitter.com/nytimes/status/1236479276586807296

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