Succede che

di Giuseppe Polise

Succede che a me gli Stati Uniti fanno paura. Succede che, in questo Paese enorme, tu già di tuo ti senti piccolo e ogni situazione che poco poco fa vacillare la convinzione che hai di aver sotto controllo le cose finisce per gettarti nel panico. Succede che, se vieni da un posto dove il problema di chiamare un’ambulanza o farti visitare da qualcuno nel cuore della notte non te lo sei mai posto, quando poi ti senti male e sai che prima di te è la tua carta di credito a dover entrare nell’ambulatorio, gli Stati Uniti ti sembrano tutto fuorché la nazione dei sogni e delle opportunità. Ora tu immagina di trovarti qui, a Charleston (South Carolina), un giovane studioso in formazione, con una borsa di studio abbastanza importante, che in qualche modo pure ti tutela. Immagina che, nel frattempo, nel Paese da cui provieni all’improvviso si scateni il finimondo; che un virus, apparentemente confinato a 8662 km da noi e il cui pericolo di diffusione in Italia era più volte stato smentito da vari esperti, invece esplode; che, nella più perfetta dimostrazione contemporanea dell’effetto farfalla, un pipistrello sbatte le ali a Wuhan, e tanta gente inizia ad ammalarsi e morire di polmonite in Italia. Da un giorno all’altro vedi il Presidente del Consiglio prima tentare di creare una linea rossa attorno alle regioni del nord che paiono più colpite dall’epidemia, e poi, non riuscendo a contenere la marea di disperati che si accalcano alla Stazione Centrale di Milano per fuggire verso casa, estende il divieto di spostarsi all’intero Paese. In nemmeno ventiquattro ore il posto da cui vieni è in quarantena, entrare e uscire di casa è sottoposto a severe limitazioni, scuole, università, negozi sono chiusi. In due parole, il paese intero è fermo, e chissà fino a quando. 

A questo punto, dire che sei preoccupato è il più grosso degli eufemismi. Tutta la tua famiglia e i tuoi amici sono lì, e se tua madre, che è la più metodica di casa, può scendere a patti con un regime di quarantena dove, ironicamente, sarà lei l’unica a poter uscire di casa proprio per fare quella spesa che in tempi normali è una gran rottura, far capire al nonno ormai ottantaquattrenne che se esce e contrae il virus agli ottantacinque non ci arriva è una sfida assai più ardua. Ma in qualche modo, anche questo, per quanto brutto a dirsi, passa in secondo piano. Tu stai pensando a te, teoricamente ancora al sicuro lontano dall’Italia, mentre il presidente di questo enorme manicomio si vanta del fatto che il “virus cinese” non abbia varcato i confini americani. Salvo che questi confini il virus li ha varcati, e già da tempo, solo che la gente non lo sa, forse non lo vuole sapere. E come potrebbe? I sintomi non sono troppo diversi da quelli di un’influenza. E allora chi, sano di mente e senza adeguata copertura sanitaria, chiederebbe assistenza? In un paese dove la sola visita ambulatoriale per casi gravi ammonta a 1200 dollari, perché i quasi 80 milioni di americani sprovvisti di assicurazione o con inadeguata copertura dovrebbero chiedere aiuto? Non che chi sia assicurato se la passi molto meglio, data la – lungimirante, c’è da ammetterlo – assenza di piani di assistenza da parte delle compagnie in caso di epidemia. Ed ecco che i casi di contagio non sono mai registrati come tali, e che si dà il via alla becera retorica a reti unificate dal retrogusto propagandistico del “noi qui dentro siamo salvi”, “stiamo bene”, e “il problema viene da fuori”, e “basta chiudere tutti i voli da e per gli Stati Uniti”.

In questa baraonda, mentre già faticavo e tenere a bada un super-io che mi incolpa di non essere mai abbastanza adulto, mai abbastanza pronto e scattante, maturo l’idea che no, non è il caso di rimanere oltre. Il mio soggiorno in America finisce qui, con quasi venti giorni di anticipo rispetto ai piani iniziali, e con buona pace della prestigiosa borsa di studio, e di quella mia crescita formativa come uomo e come studioso in cui tanto speravo prima di partire. Se la bomba ce l’hai a casa, un modo per gestirti durante l’emergenza lo trovi. Ma se soffri d’ansia, e senti che sempre il presidente di questo assurdo manicomio ha imposto una sospensione dei voli da e per casa tua con effetto immediato, lo scenario cambia totalmente. Lì, dove leggere e scrivere erano diventati l’unica forma d’affetto a cui potevi aggrapparti per non morire di solitudine, l’idea di restarci bloccato ben oltre la scadenza di quel pezzo di carta con sopra i dati della tua copertura sanitaria avrebbe voluto dire non dormire più la notte. Ancora peggio, avrebbe implicato il dover vivere nel terrore costante non solo di questo virus, ma del dover affrontare da solo e di tasca tua qualsiasi cosa. E allora ecco che la paura di un dente del giudizio che spinge, di una febbre che supera i 37.5, e di una tosse che non passa da giorni non sono più il retropensiero di un ipocondriaco, ma si fanno macigno sul petto, e conviverci fa molto più male che fare ritorno a casa, il secondo epicentro mondiale del contagio.

Nel frattempo, tu corri a fare le valigie, a salutare – ad un metro di distanza – quelle poche anime gentili che hai incontrato per caso, e, nell’imprevedibilità totale degli eventi compri i biglietti per rientrare. Sei anche consapevole che mai come ora è probabile che il tuo volo venga cancellato senza preavviso utile e – in pieno effetto della legge di Murphy –  resti bloccato, solo e disperato, nell’ora semi-vuoto aeroporto di JFK. Tu però sei in ballo, e se prima ti muovevi al ritmo del tuo istinto di conservazione, ora è il panico a dare il tempo. Succede che devi scegliere: aspettare otto ore in aeroporto e que sera sera, o comprare un altro volo che miracolosamente pare sia a prezzo stracciato e parta tra un ora?

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