Un’altra emigrata sarda ad Amsterdam – Due o tre cose che ho capito da quando c’è COVID-19

di Valeria Cadoni

Da quando le conseguenze del Coronavirus si sono abbattute sulla mia vita quotidiana, l’incertezza è diventata la grande protagonista della mia vita.

A casa siamo un cuoco, una barista, un tatuatore e io, che lavoro a chiamata tra ateliers e musei, scuole d’arte e di lingua olandese: ad oggi sono chiusi spazi espositivi e biblioteche, palestre e sex club, sale concerti e scuole di ogni ordine e grado, alberghi e ristoranti, saune e studi di tatuaggi, di cura del corpo e dei capelli, caffetterie e coffeeshop, che però restano aperti per l’asporto. Nessuno, comunque, ci costringe a stare a casa, ma solo a continuare a lavarci bene le mani, a mantenere un metro e mezzo di distanza e fare attenzione quando si fa la spesa. Io non lavoro da ventidue giorni, mentre è già dalla fine di febbraio che una valanga di informazioni, sfoghi e video nostalgici, premonizioni e derive autoritarie ci raggiungono dall’Italia.

Seguendo la linea consigliata dal RIVM (che sta per Rijksinstituut voor Volksgezondheid en Milieu, ovvero Istituto nazionale per la salute pubblica e l’ambiente), qui il governo punta alla costruzione dell’immunità di gregge (che, a beneficio di chi avesse vissuto in una cella frigorifera negli ultimi mesi, rappresenterebbe più o meno il fenomeno per cui una larga parte della popolazione sviluppa gli anticorpi necessari a superare la malattia e tutelare il resto della comunità rimasto vivo.) Nel nostro appartamento di Staalmeesterslaan nessuno ha competenze medico-scientifiche, non capiamo nulla dei dati, le previsioni ci scivolano addosso senza che ci rassicurino, i dubbi sulle strategie adottate e le politiche sanitarie nazionali così diverse ci confondono.Intanto (mentre in Italia le persone muoiono dentro ospedali al collasso, le fabbriche d’armi rimangono aperte, s’alza voce di militare contro il ribelle che fa jogging) noi ascoltiamo le comunicazioni del governo olandese sul divano, io traduco ad alta voce le parole che escono dalla televisione in questa che è la culla delle multinazionali, mentre il leader del primo partito di governo, liberal-conservatore, sacrifica la sicurezza dei più deboli per salvare i profitti delle grandi aziende.

Quando chiamo mia nonna dice che prega per noi, perché non si sa mai che abbia ragione lei e non io; quando faccio una passeggiata scambio sguardi di complicità con i miei vicini straniti; né io né i miei cari abbiamo contratto la malattia, mi ripeto che ancora una volta sono fortunata.

1. Sono alla cassa del supermercato, è il primo giorno di intelligent lockdown della mia vita: ieri sono stati proibiti gli eventi con più di cento persone, chiusi i musei, le sale concerti e i teatri, e sembra l’inizio di qualcosa di strano. Domenica scorsa ho fatto servizio d’ordine al corteo dell’8 marzo bloccando gli incroci in bicicletta per permettere a diecimila persone di marciare, e stasera sembriamo essere tutti in giro solo per fare la spesa, anche se è venerdì sera e c’è il sole.

Anch’io, pure se un po’ me lo aspettavo che questo momento sarebbe arrivato, sono al supermercato e compro il gelato e la carta igienica. La cassiera è giovanissima e gentile, se è annoiata non si nota. Non hanno ancora installato le barriere di plexiglass al lato del nastro, ma per terra ci sono le strisce per aiutare i clienti a mantenere un po’ di distanza. In fila dietro di me c’è solo un imponente uomo bianco sulla settantina che potrebbe chiamarsi Hans, con i baffi e il volto rosso, che sorride e si rivolge a noi indicando le strisce, facendo spallucce con naturalezza. Dice che sono tempi strani ma che dobbiamo pur sempre restare positivi, hoor! Sorrido indietro e gli do ragione perché penso ne abbia. Mentre infilo il pacco di carta igienica sotto gli elastici e il gelato nello zaino, da qualche parte suona un allarme dentro il supermercato. Hans allora solleva le braccia, chiude gli occhi come se si trovasse alla recita a scuola e lui fosse un albero di fronte alla sua unica brillante battuta, e con tono divertito fa: <<Nessuno si agiti, è solamente il mio bypass!>>

A volte questo umorismo mi ricorda quello di mio zio, che chiacchierava con tutti e raccontava le barzellette con la faccia seria. Mi piacciono le persone che sanno rompere le barriere invisibili che scoraggiano il dialogo, inventando una piccola oasi di confidenza quando tutti si sentono un po’ sperduti.

2. Tutte le pose per cui sono stata prenotata in anticipo sono temporaneamente disdette, il corso di lettura olandese e quello di primo soccorso sono rinviati a data da definirsi, le lezioni di lingua sono diventate online, il mio compleanno non lo festeggerò con la mia migliore amica a Roma, la cerimonia di premiazione del concorso di scrittura ad Anversa è annullata, la sala di arrampicata è chiusa e le lezioni di acrobatica sono sospese, il festival di cinema queer e le celebrazioni per la giornata della liberazione sono stati cancellati, non passerò un fine settimana a Dublino con la mia famiglia per le vacanze di maggio, il concerto di Mahmood al Melkweg non si fa più, tornerò in Sardegna dopo sette mesi, il mio secondo contratto non verrà rinnovato ad aprile per taglio del personale a chiamata…

Per non farmi risucchiare da un vortice di giorni vuoti di senso e profondità, cerco di tenermi occupata. Per non perdermi nell’eco delle risposte senza domande, riempio le ore. Il tempo sembra fermo e le giornate si fanno uguali, mentre i sogni di un sacco di gente restano sospesi e le paure di altri si amplificano: c’è chi di noi manda tutti i giorni un messaggio alla zia che sta male, e chi di noi picchia sua moglie che da casa non può scappare, c’è chi cucina un piatto surinamese e lo mangia su Skype con gli amici, e chi non riesce ad alzarsi dal letto, chi deve andare a lavorare e ha paura di ammalarsi ma non lo può dire, chi compone poesie e chi impara a scolpire il gesso, chi invoca l’esercito e chi legge quel romanzo russo mai aperto ricevuto per natale dieci anni fa.

Con i miei coinquilini ho preparato tiramisù, cannelloni, calzoni fritti, crostate (una andata bene e una andata meno bene) pane, focacce, piadine e gnocchi, limonate e risotti. Facciamo palestra ogni giorno tranne di sabato e domenica, seguendo allenamenti total body su Youtube con qualche allenatrice agilissima che a noi tre, circondati da tavoli e sedie attaccati ai muri del soggiorno, ci sfianca con il cardio e ci carica dell’adrenalina da movimento che ci manca. Qualche volta facciamo yoga, io mi alleno a fare l’handstand, Caterina fa esercizi per la schiena appesantita dalla vita dietro al bar, Enzo ogni tanto ci raggiunge dopo che dà la buonanotte alla sua ragazza dall’altra parte del mondo. Dopo cena, spesso guardiamo un film insieme, la mattina facciamo piani di ristrutturazione della casa, quando ci annoiamo giochiamo a voce a ‘nomi, cose e città’. La settimana scorsa nel paese ogliastrino in cui è nata mia mamma ha nevicato, mentre io e Caterina stiamo iniziando ad abbronzarci, oziando dietro i vetri della grande finestra del nostro soggiorno, al sole che splende sui Paesi Bassi.

Io disegno uccelli migratori a colori, canticchio la colonna sonora di Call me by your name a ripetizione, mi incanto a immaginare le cose che vorrei.

Faccio test di logica e di comprensione del testo in italiano e continuo a studiare olandese, perché chi lo sa io tra un paio d’anni dove, come e chi sarò. Sto ascoltando molta musica diversa dal solito: su Spotify ho una playlist che si chiama My sweet quarantine che conosco già a memoria, ma ho così tanto tempo che posso esplorare canzoni nuove e pure ritrovarne di vecchie che diventano nuove di nuovo. Leggo un sacco, mi fermo, non voglio che il libro finisca, ricomincio, aggiungo un pezzo alla piccola torre sulla mensola. Mi sforzo di continuare a informarmi su quello che succede nel mondo a parte questo, cerco di proteggermi dal flusso di notizie e scelgo quando avvicinarmici, dove andare. Ogni sabato attendo l’uscita del diario settimanale di Zerocalcare, Rebibbia Quarantine, e il martedì alle 22:30 aspetto il nuovo episodio di Anne+, una miniserie che passa sulla tv olandese e ruota intorno alle vicende di una giovane lesbica e delle donne della sua vita. Qualche volta vado a portare la spesa alla mia amica che non si sente bene, gliela lancio sul balcone al primo piano sul canale e chiacchieriamo da lontano come se vivessimo in un altro tempo. Compro qualche grammo di evasione leggera già girata nel coffeeshop vicino a casa, mentre qualche volta invece arrivo più lontano, nel mio preferito, dove le signore mi offrono l’espresso mentre commentiamo disorientate e divertite la distanza tra noi. Cammino nel parco, monto la slackline con calma, qualche passante mi augura buona fortuna, c’è il profumo del gelsomino e il colore delle magnolie in fiore, che come sempre rimarranno solo un poco. Intorno a me le persone corrono e giocano a calcio, si baciano, si addormentano al sole, mangiano sul prato a coppie. Telefono alla mia famiglia di mattina, di pomeriggio i miei amici mi chiamano col video, la notte ci scambiamo la buonanotte: che dolcezza e che amarezza, la tecnologia nella distanza.

3. Non ci è mai capitata una cosa così, a noi cresciuti dove non ci sono la fame e non ci sono le guerre, liberi di tornare a casa quando si è stanchi di scappare, abituati a spedire pacchi e riceverli in tempo, impazienti di rotolare sulla sabbia e farsi il solletico nei parchi, di prendere un aereo che ci porti dove ci batte di nuovo il cuore.

Mi sento impotente e il mio stile di vita mi accusa, sì. Sono in uno stato di attesa e mi sento in bilico, sì. Non so cosa succederà, dopo potrebbe essere peggio di prima, anche. L’individualismo spinto, il razzismo trasversale e il consumismo senza limiti fanno pandemia e io mi sento minuscolo quanto fondamentale ingranaggio della macchina che li produce, sì. A casa tiriamo tutti un colpetto di tosse a turno, ma non ci ricordiamo se lo facessimo anche prima, sì.

Quando capisco che il mio senso di completezza ruota intorno alla mia libertà di muovermi, esco a fare una passeggiata. Amsterdam è sprofondata dentro un tempo lontanissimo. Le strade sono vuote, in piazza Dam o su Spuistraat non si vedono i soliti turisti incantati dalle case storte, impauriti ed eccitati dalle biciclette in corsa, impegnati a fare fotografie qua e là o a posare davanti ai telefonini da soli. I negozi sono quasi tutti chiusi, alle finestre qualche olandese legge a cavallo del davanzale, le barche sono ferme, c’è silenzio, sono tornate le cicogne.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...