Girl Power, dall’underground al mainstream

di Teresa Rettig

Chissà quante volte avete sentito in qualche canzone, visto stampato su una maglietta o usato come gif su Instagram l’espressione Girl Power. Uno slogan piuttosto famoso che suscita sentimenti diversi e contrastanti in molte persone. Alcune ne hanno una percezione negativa perché lo ricollegano ad una sorta di femminismo anni ’90/2000, che cercava di imporre un modello femminile glitterato e sessualizzato, e al pinkwashing, inteso come l’utilizzo dell’emancipazione femminile per fini commerciali. Spesso viene usato per far passare l’idea che le donne siano meglio degli uomini (idea erroneamente ricollegata al femminismo) e per indicare quindi il potere delle donne su di loro. Anche questo contribuisce ovviamente a conferire allo slogan una connotazione abbastanza negativa. Alcune femministe lo hanno analizzato e criticato per il suo atteggiamento celebrativo verso alcune norme del patriarcato, come il continuo perseguimento della bellezza femminile e la rappresentazione del potere e della sessualità come prodotti commerciali.

C’è poi chi ricollega lo slogan alla musica: chi a Courtney Love, chi alle Spice Girls.

Ma da dove viene in realtà quest’espressione così famosa e così diffusa? Per capirlo dobbiamo tornare indietro fino all’inizio degli anni ’90, nei locali underground della scena punk.

Siamo ad Olympia, nello stato di Washington, è il 1990, e una ragazza di nome Hanna Kathleen, studentessa di fotografia che per pagarsi gli studi fa la spogliarellista, incontra Tobi Vail, batterista e collaboratrice della fanzine (rivista amatoriale autoprodotta, sostantivo formato dalle parole “fan” e “magazine”) chiamata Jigsaw. Entrambe sono interessate al femminismo e alla lotta al sessismo, e Hanna, che canta nel gruppo Amy Carter, affronta anche sul palco questi temi, invitando le ragazze del pubblico a parlare di sessismo e abusi subiti.

Le due ragazze fondano una delle prime band punk al femminile, insieme alle BratMobile: le Bikini Kill. I due gruppi diventeranno  la spina dorsale di un movimento punk femminista, il movimento Riot Grrrl.

Il sostantivo girl viene trasformato in grrrl per allontanarsi dalla passività legata al termine, e anche per trasmettere un sentimento di rabbia. Si dice che il nome Riot Grrrl sia nato dall’affermazione di Jen Smith, anche lei attivista e scrittrice su alcune fanzine, che in una lettera all’amica Allison Wolf, cantante delle Bratmobile, scrisse: “we need to start a girl riot”, ovvero “dobbiamo dare inizio a una rivolta delle ragazze”. Da quel momento si iniziò ad accostare i due termini che poi vennero invertiti trasformandosi in Riot Girl.

Il movimento nacque in primo luogo per coinvolgere le donne nella scena punk, prevalentemente appannaggio maschile, nella quale esse si limitavano ad essere le fidanzate dei componenti delle band. Era infatti insolito trovare band al femminile. Anche ai concerti, nel pubblico, le donne non avevano vita facile. Una delle iniziative fu proprio quella di chiedere che durante i concerti tutte le ragazze potessero stare di fronte al palco, per non essere schiacciate dagli uomini.

Ma oltre alla musica, Riot Grrrl era un movimento attivo politicamente contro il razzismo, l’omofobia, il sessismo e il classismo. Il loro manifesto, tutt’ora molto attuale, chiamava a raccolta le ragazze per unirsi e non competere l’una contro l’altra, per ribellarsi contro l’immagine che i media davano delle donne, contro gli abusi, le violenze ecc.

The Riot Grrrl Manifesto! (pubblicato nel 1991 nella seconda fanzine Bikini kill  Photo Credit: Tumblr @riotgirlstylenow

Le ragazze diffondevano le loro idee tramite delle fanzine scritte a mano, accompagnate da foto e collage, che venivano distribuite gratuitamente ai concerti con l’invito a leggerle per poi passarle a qualcun altro, in modo da raggiungere più persone possibili. È proprio in una di queste fanzine che troviamo per la prima volta l’espressione Girl Power, per la precisione nella copertina di una fanzine collaborativa delle Bikini Kill del 1991.

Sulla nascita di questo slogan, il quale si diffuse a livello mondiale, non c’è assoluta certezza: l’accostamento di queste due parole potrebbe essere nato mentre Hanna Kathleen e Tobi Vail parlavano via email del nome della fanzine, discutendo su quale fosse il termine che meno ci si aspettava di trovare accanto al sostantivo girl, che sembrasse sbagliato e fuori luogo, e optarono per power; oppure, come sostiene Sara Marcus nel suo libro Girls to the front, Kathleen si potrebbe essere ispirata allo slogan black power.

Qualsiasi fosse il modo in cui nacque il motto, portava con sé un messaggio che invitava le ragazze a ribellarsi contro gli stereotipi di genere, contro la violenza e il sessismo. Il femminismo doveva essere  alla portata di tutte, e tutte avevano il potere di fare qualcosa.

Non appena il movimento si diffuse e divenne più conosciuto, la stampa iniziò a interessarsi e così anche i principali media. Il problema fu che la stampa gli diede sì visibilità, ma allo stesso tempo lo ridicolizzò trasformando le riot grrrls, stando a quanto affermò la stessa Hanna Kathleen, in Riot Barbies. La stampa finì inoltre per associare tutti i gruppi al femminile a Riot Grrrl, anche se non vi avevano nulla a che fare. Fu il caso, ad esempio, delle Hole, ben poco politicizzate ma che si lasciarono etichettare come tali per avere maggiore visibilità.

Alcuni mass media, d’altro canto, dipingevano le attiviste di Riot Grrrl come pericolose femministe arrabbiate, violente e odiatrici di uomini, e cercavano di minarne la credibilità. Alcuni giornalisti scrissero perfino che Hanna Kathleen fosse stata stuprata dal padre, e che da tale episodio derivasse la  sua rabbia. La storia era falsa, e né Hanna né le altre componenti delle Bikini Kill erano state intervistate a riguardo. Tutto questo portò ad una frammentazione del movimento e all’allontanamento dai riflettori.

Intanto il concetto di Girl Power fu portato avanti commercialmente, svuotato dal suo significato originale e brandizzato per lucrarci sopra. Ci si rese conto, infatti, che era un concetto con potenzialità e che veniva apprezzato, soprattutto dalle adolescenti.

Nella seconda metà degli anni ’90, Girl Power diventò lo slogan delle Spice Girls e di milioni di ragazze in tutto il mondo, con un valore lontano anni luce dalla lotta al sessismo e alla violenza per il quale era nato. In un articolo di Vice Uk, l’intervistatrice chiese a Geri Halliwell da dove provenisse l’espressione Girl Power,e lei affermò di non conoscere affatto le Bikini Kill e di aver sentito lo slogan dalle Shampoo, una band pop-rock/bubblegum, formata da due ragazze inglesi. Nella stessa intervista affermò inoltre che la pioniera della loro ideologia girl power era Margaret Tatcher, la prima Spice Girl. Il femminismo di quegli anni, secondo Halliwell, sembrava troppo di sinistra e lei non si sentiva in sintonia con il movimento, mentre Girl Power era qualcosa che si rivolgeva a tutti, era più accettabile e gradevole.

Il girl power ai tempi delle Spice parlava alle giovanissime di amicizia, sorellanza, emancipazione e individualismo, era facile da capire ed era alla portata di tutti.

Oggi Girl Power sembra essere niente più che uno slogan spesso insensato, travisato, usato senza cognizione di causa e schiaffato su una maglietta di Primark per bambine al prezzo di  2,50 €.

https://www.vice.com/en_uk/article/bn3vq5/girl-power-spice-girls-jenny-stevens-geri-horner

Girl Power:The Nineties Revolution in Music di Marisa Meltzer, 2010: https://books.google.it/books?id=-zqSn0jMJAQC&printsec=frontcover&dq=girl+power&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwj32Nvx3ZXpAhXE8qYKHbhVCNYQ6AEIKzAA#v=onepage&q=girl%20power&f=false

Michelle S.Bae, Interrogating Girl Power:Girlhood, Popular Media, and Postfeminism https://www.jstor.org/stable/10.5406/visuartsrese.37.2.0028?seq=1

http://www.frizzifrizzi.it/2013/03/08/1991-riot-grrrl-manifesto

haenfler.sites.grinnell.edu/subcultures-and-scenes/riot-grrrl

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