La classe dei rider, in volata verso il paradiso

di Cristina Di Maio

In principio era un verbo, e il tintinnio di un campanello. Il verbo: “lotta”, un imperativo verde acido che reclama rabbiosamente azione dalla canalina elettrica della strada su cui vivo, a Torino. Il campanello: in realtà decine e decine di squilli, in una sera di fine giugno di due anni fa, a riempire l’aria già torrida e ad attirarci sui balconi per farci scoprire che no, non si trattava del trillo festoso del solito bike pride, ma stavolta c’erano i numerosissimi rider di Foodora a scampanellare e sfilare su due ruote, scandendo il loro slogan “Oggi Foodora non lavora”. La protesta dei ciclofattorini nel 2018 non è stata improvvisa: arrivava da due anni di malumori, mobilitazione e articoli di giornale in cui i rider chiedevano, sostanzialmente e unanimemente, più diritti, ovvero il riconoscimento dello status di lavoratori subordinati: ferie, tredicesima, malattia pagate. Nel corso dei due anni successivi e dopo i tre gradi di giudizio, la Cassazione ha dato ragione ai ciclofattorini (la sentenza che sancisce la sostanziale vittoria, importante in quanto crea un precedente, è di fine gennaio 2020) e nel frattempo in Italia Foodora non c’è più, strozzata dalla competizione di Deliveroo e acquisita dall’onnipresente Glovo.

Eppure le cose nel fiorente (e indubbiamente di tendenza) business delle consegne a domicilio non sono cambiate di molto, neppure dopo l’entrata in vigore, il 2 novembre 2019, della cosiddetta ‘legge rider’, che prevederebbe compensi minimi, copertura antinfortuni, indennità integrative per il lavoro notturno, festivo o in condizioni meteo sfavorevoli. I ciclofattorini continuano a lamentare condizioni lavorative insostenibili e la mancata applicazione della legge di cui sopra: molti rider continuano a lavorare in ritenuta d’acconto (praticamente senza contratto e con il limite di 5000 euro lordi di guadagno annuo) o partita IVA, senza quindi ferie, malattia, disoccupazione. Il 21 febbraio a Torino i rider di Glovo hanno di nuovo gridato le proprie ragioni, senza inforcare le bici ma sfilando in un lungo corteo che ha paralizzato il centro. Chiedevano anche giustizia per Zoahib, il loro collega di 31 anni investito a fine dicembre da un’auto pirata, che dopo due mesi si trovava ancora in ospedale.

Zoahib è stato investito in una strada a 350 metri da casa mia. Dal mio balcone, durante queste serate liquide di pandemia tutte uguali, guardo i rider sfrecciare nelle strade deserte della città silenziosa, adesso che le sirene delle ambulanze hanno smesso di suonare incessantemente. Ogni volta penso: almeno adesso rischiano un po’ meno di essere investiti, e l’aria è tornata limpida e pulita come non lo era da decenni; almeno adesso possono respirare, mentre pedalano senza sosta lungo i viali. Accantonate le magre consolazioni a cui la pandemia mi ha addestrato a prestare attenzione, osservo che sono proprio tanti, mi pare di vederne più del solito. E in effetti il Sole 24 ore conferma che a marzo le richieste di spesa online di Glovo sono cresciute del 300%, e adesso i ciclofattorini consegnano non più solo cene di conforto che recapitano novità nelle giornate anonime di persone recluse, ma anche spesa, medicine, beni essenziali come pannolini e assorbenti: scopro anche che quello dei rider è stato riconosciuto ufficialmente come servizio indispensabile, senza che a ciò abbia corrisposto l’inclusione in un contratto collettivo nazionale, un aumento salariale, o la distribuzione capillare di dispositivi di protezione individuale. I kit di mascherine, guanti e disinfettante vengono forniti con riluttanza e in modo diseguale dalle piattaforme come Glovo e Deliveroo, che anzi preferiscono somministrare un massimo di 25 euro una tantum per l’acquisto dei Dpi da parte del singolo lavoratore, perché distribuire i kit è una pratica spinosa, equivarrebbe a riconoscere il rapporto di lavoro subordinato.

Leggo anche dell’aumento del rischio caporalato in questo settore, con rider ‘legittimi’ che si registrano su più piattaforme e appaltano le consegne a lavoratori irregolari che le effettuano al loro posto, ricevendone in nero un compenso ancora inferiore a quello stabilito dalle piattaforme. A proposito: la maggior parte dei quasi diecimila rider in Italia sono extracomunitari. Il maschile non è casuale o dettato dalle deficienze intrinseche del nostro sistema linguistico, in questa circostanza: pur in aumento, le donne rider sono ancora una rarità statistica in questo lavoro scomodo e ‘da uomini’, durante il quale è possibile venire molestate (l’app mostra al cliente che ad effettuare la consegna sarà una donna, facilitando situazioni spiacevoli – tipo il consegnare un kebab ad un uomo mezzo nudo). I rischi del lavorare per strada, tuttavia, non fanno discriminazioni in base al genere: il 18 aprile, in una strada di Torino nord, un rider è stato accerchiato, picchiato e derubato da tre persone mentre svolgeva il suo lavoro – e a chiosa di tutto è stato pure denunciato a piede libero, perché extracomunitario con a carico un ordine di espulsione. Questa è solo l’ultimo noto di numerosi episodi del genere, tra i quali si registrano rider minacciati e rapinati dei soldi e anche del cibo addirittura da chi ordina tramite le piattaforme; durante questo periodo di quarantena, inoltre, vari sono stati i ciclofattorini multati dai vigili per essere usciti dal comune di residenza durante le consegne.

Mentre scrivo, mi sorprende un suono familiare, ripetuto eppure straniante: i campanelli delle bici, di nuovo, non a centinaia stavolta, ma comunque una piccola sinfonia tale da portarmi al consueto balcone. È il primo maggio, oggi, e i rider hanno organizzato uno sciopero delle consegne con tanto di piccolo corteo, per attirare i riflettori sulle proprie condizioni lavorative (a loro dire anche peggiorate, durante la pandemia di Covid-19) e sulle relative rivendicazioni. “Sciope-ro, sciope-ro!” gridano, sfilando uno dopo l’altro, in mascherina e con il cubo gialloverde dietro le spalle. Alcuni si girano per appurare se c’è gente ai balconi, vogliono essere visti, riconosciuti; applaudo per salutarli e spero che di questo gesto, così inflazionato ultimamente, non venga colto esclusivamente il significato retorico. Per ultime, sfilano due camionette della polizia; non pervenute invece le firme sindacali, sempre maldestre, in ritardo, a disagio nel rapportarsi ai lavoratori della gig economy. Apprendo in seguito che i ciclofattorini si sono fermati in vari ristoranti che aderiscono alle piattaforme di delivery invitando loro a supportarli, spegnere i tablet e non prendere ordini, almeno nella giornata della festa dei lavoratori; molti aderiscono, ma non tutti.

‘Lavorare a cottimo’. È un’espressione ricorrente nel gergo della gig economy, e a me fa venire in mente immancabilmente il volto disperato e spazientito di Gianmaria Volonté nei panni di Lulù Massa ne La classe operaia va in paradiso (1971), mentre grida ai suoi compagni in tuta blu:

Ma che vita è la nostra?! Allora io dico, già che ci siamo, perché non lo raddoppiamo questo cottimo? Eh?! Così lavoriamo anche la domenica. Magari veniamo qui dentro anche di notte…anzi: magari portiamo dentro anche i bambini, le donne! I bambini li sbattiamo sotto a lavorare, le donne ci sbattono a noi un panino in bocca e noi via, che andiamo avanti senza staccare. Avanti, avanti, avanti…avanti, per queste quattro lire vigliacche, fino alla morte! E così da questo inferno, sempre senza staccare, passiamo direttamente a quell’altro inferno! (…) E adesso? Adesso cosa sono diventato? Lo studente dice che noi siamo come le macchine. Capito, io sono una macchina: io sono una puleggia, io sono un bullone. Io sono una vite. Io sono una cinta di trasmissione, io sono una pompa! E non c’ho più la forza di aggiustarla, la pompa adesso! Io propongo subito di lasciare il lavoro. Tutti! E chi non lascia il lavoro è un crumiro e un faccia de merda!

Penso al clamore di quell’assemblea, agli occhi spaventati e arrabbiati che trovano coraggio in altri occhi, e agli operai che hanno un luogo fisico dal quale uscire assieme. Ai tempi della gig economy però i turni di lavoro non sono scanditi dalla sirena; ‘il padrone’ non lo puoi guardare in faccia, perché le comunicazioni delle piattaforme avvengono via smartphone; non c’è una sede fisica dell’azienda dove recarsi quotidianamente; manca un luogo di confronto con ‘il capo’ e gli stessi colleghi. Eppure lo scorso autunno a Torino si è aperta, su iniziativa della CGIL, la ‘Ciclofucina’, una ciclofficina dove i riders possono riparare le proprie biciclette fuori dai turni e incontrarsi – e io, dopotutto, ho ancora nelle orecchie gli squilli dei campanelli della protesta del primo maggio.

Alla fine del film di Elio Petri, l’operaio Lulù Massa non va in paradiso, bensì torna in fabbrica con un dito in meno, e non sembra passarsela bene neppure mentalmente. La pandemia di Covid-19 ha rappresentato e rappresenta un inferno per moltissimi, mentre per altri si configura piuttosto come un purgatorio, una sospensione da cui non si sa bene come usciremo. Non lo sanno neppure i rider, che pedalano energicamente tra l’inferno dei turni e il purgatorio dei nostri appartamenti, ma passando sotto casa mia scorgono la scritta verde acido che li chiama per nome, ‘lotta rider’, e chissà se mentre la leggono pensano al paradiso.

“Food delivery, i 10mila in corsa nella crisi”, Il Sole 24 ore, 25 aprile, p. 12.

“Niente mascherine, interventi dei Comuni”, Il Sole 24 ore, 25 aprile, p. 12.

https://www.lastampa.it/torino/2020/04/17/news/coronavirus-multa-record-per-il-rider-di-torino-4-mila-euro-per-aver-consegnato-cibo-1.38728324

https://www.torinoggi.it/2020/02/21/leggi-notizia/argomenti/economia-4/articolo/la-protesta-rider-paralizza-il-centro-di-torino-stop-allo-sfruttamento-video.html

https://torino.repubblica.it/cronaca/2019/12/20/news/torino_la_protesta_dei_rider_per_il_collega_investito_da_un_auto_pirata_finisce_con_il_blocco_di_una_strada-243982008/

https://www.lastampa.it/torino/2019/12/28/news/i-rider-in-strada-per-protesta-rischiamo-di-morire-per-una-pizza-1.38263152

https://www.lastampa.it/torino/2018/06/30/news/la-protesta-dei-rider-foodora-invade-il-centro-di-torino-1.34028432

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/01/11/torino-dove-e-nata-la-protesta-dei-rider-condizioni-sempre-peggiori-fino-ad-oggi-dal-governo-solo-parole/4888684/; https://torino.repubblica.it/cronaca/2018/10/26/news/torino_la_protesta_dei_riders_sfruttati_uova_contro_foodora_vernice_contro_glovo-210079703/ https://torino.repubblica.it/cronaca/2020/01/24/news/la_cassazione_i_rider_sono_lavoratori_subordinati_-246589326/.

https://thesubmarine.it/2018/08/08/donne-che-fanno-le-riders/

https://video.corriere.it/cronaca/rider-sciopero-protesta-corso-vittorio/d6076406-8c3f-11ea-9e0f-452c0463a855

https://www.torinoggi.it/2020/04/18/leggi-notizia/argomenti/cronaca-11/articolo/accerchiano-prendono-a-pugni-e-rapinano-un-rider-in-via-fossata-rapinatore-arrestato-due-in-fuga.html

https://www.lastampa.it/topnews/primo-piano/2020/04/03/news/i-rider-nel-mirino-prima-volevano-i-soldi-ora-ci-rubano-il-cibo-1.38670943

https://www.ansa.it/piemonte/notizie/2020/05/01/rider-in-sciopero-a-torino-in-piazza_a710c8d9-aa5a-44be-ae72-4fa8a4241a41.html

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