Un’altra emigrata sarda ad Amsterdam – Due o tre cose che ho capito in questi anni olandesi

di Valeria Cadoni

1. Oggi è il 5 maggio e qui è il bevrijdingsdag, ovvero la giornata della liberazione olandese. L’anno scorso ho trascorso questa notte ballando dentro una folla vibrante sotto il palco all’Homomonument, che si affaccia sul canale di Keizersgracht, per celebrare quel magico senso di comunità queer che attraversa il tempo e lo spazio per scatenarsi inarrestabile in memoria di chi è stato rifiutato, derisa, perseguitato, uccisa prima di noi. Quest’anno nessuna manifestazione è stata concessa, così ieri sera ho impostato la sveglia dopo quasi due mesi, e stamattina alle sette e mezzo sono uscita di casa a piedi e ho camminato dentro una Amsterdam ancora addormentata in questo martedì di maggio di pandemia.

Mi fermo su Westermarkt, dove ci sono la più grande chiesa protestante del paese e la casa in cui si nascose Anne Frank, e mi siedo un po’ più avanti, sui gradini di marmo di uno dei tre triangoli rosa che compongono il memoriale. Nella luce giallo azzurra di questa nuova giornata di sole inaspettato sulla città dei miei sogni, mi accorgo che vorrei che la me quindicenne fosse qui adesso per ascoltare questo silenzio interrotto solo dal verso dei gabbiani e dalle piccole onde che si infrangono e si moltiplicano contro le barche ormeggiate. Vorrei raccontarle come è andata durante tutto questo tempo, dirle che sto bene, che gli insulti sull’autobus e le maledizioni per strada non ci hanno piegate, che ce la siamo cavata e che la ringrazio per averci sempre difeso senza vergognarsi di niente. Respiro a pieni polmoni e mi viene da sorridere, non so se per orgoglio o gratitudine o per imbarazzo o tutto insieme. Scatto una foto con il telefono ma vorrei che fosse una macchina a rullino, lascio un fiore tra i fiori per terra e prometto a quell’adolescente dai capelli blu di rivederci qui fra altri quindici anni, quando la vita avrà nuova forma e potremo chiacchierare di tutto ciò che ancora di noi non so.

Quando decido di andar via, i miei occhi incontrano quelli chiusi di una ragazza che cammina piano respirando profondamente. Quando li riapre, si stupisce di trovare qualcuno oltre se stessa a quest’ora, non ci conosciamo ma posso dire che è felice di vedermi, sorride d’istinto, ha una dentatura ordinata, gli zigomi alti e la pelle nerissima. Le sorrido indietro e mentre giro verso casa la guardo sedersi sugli scalini rosa. Poggia un fiore accanto al mio e canta qualcosa con voce roca e liberata, Amsterdam sulle sue note dolci si sveglia.

2. Da quando facciamo questa vita, il mio quartiere mi sembra persino più bello del solito. Pare che sia già da diversi anni che la primavera e l’estate nei Paesi Bassi non sono più quelle di una volta: aprile è appena finito ma qui giriamo già in pantaloncini e vestitini che scoprono le  cosce abbronzate, dal lunedì alla domenica nel parco sotto casa dondolano le amache e volano i volani, e anche a distanza di un metro e mezzo si può sentire il profumo di crema solare sulla pelle delle persone. A volte rabbrividisco a immaginare come sarebbe stato se questo intelligent lockdown ci fosse toccato farlo a novembre o a febbraio, rinchiusi dentro giorni bui, isolati in casa dalla pioggia e dal vento. Invece, durante le quindici ore di luce di queste giornate lunghe e brevi insieme, così uguali l’una all’altra, così lente, così veloci, così incerte, così impazienti, così angoscianti eppure sorprendenti, tira un’aria che mi piace.

I marciapiedi sono colorati di gesso in disegni e giochi di altri tempi, la gente scrive messaggi d’amore in tutte le lingue del mondo per i propri cari che non possono uscire <<الشفاء العاجل hou vol, buon compleanno!>> Di fronte alla porta di casa gli anziani prendono il sole sulle sedie da giardino e potano le rose, dai balconi spuntano mezze gambe e calzini immobili stesi ad arrostire, nuvole di fumo fuggono dense dalle finestre a qualunque ora e giorno della settimana. Chiunque cammina più lentamente, cede il passo agli incroci e dentro i supermercati,  c’è chi ride di se stesso quando si confonde con la mascherina. Ci salutiamo tutti di più, sembra sempre sabato pomeriggio, le macchine sono completamente sparite, per strada i pedoni attraversano senza neanche prenotare più il semaforo, i signori marocchini che camminano a coppie distanti tra loro con le mani intrecciate dietro la schiena fanno la stessa passeggiata ogni sera e mi salutano con un cenno della testa. La ragazza con i capelli crespi e la felpa sportiva che porta il cane in giro verso le cinque mi chiede se va <<alles goed>> mentre il papà dei bambini a cui ho mostrato come si cammina sulla slackline adesso mi augura sempre una buona giornata. Appesi alle vetrine dei negozi chiusi si vedono volantini che offrono aiuto a chi rischia la vita restando in casa o a chi da solo non può fare la spesa, mentre sugli alberi quelli di Extinction Rebellion ci ricordano di sognare un mondo diverso da quello di prima.

Persino durante il koningsdag, ovvero la festa di compleanno del re, credo ci siamo tutti sentiti un po’ diversi dal solito. Normalmente, tra il 26 e il 27 aprile, l’intera nazione si trasforma in qualcosa a metà tra un paese dei balocchi per adulti e il più grande mercato delle pulci all’aperto del mondo, mentre ad Amsterdam affluisce una quantità di gente compresa tra le seicentomila e il milione di persone, raddoppiando in ventiquattro ore la popolazione della città rispetto a qualunque altro giorno dell’anno. Questa volta, invece, è stato tutto incredibilmente intimo, silenzioso e accogliente, non c’erano né vomito né Jenever sulla strada, in molti hanno portato i gelati e la radio di sotto e hanno iniziato a ballare a distanza nel vicinato, altri hanno brindato dai balconi, pochi dalla barca.

Mi sembra quasi che ora che tutti siamo stati obbligati a rallentare, abbiamo finalmente più tempo per guardarci, per accorgerci che siamo qui, che abitiamo vicino e facciamo la spesa negli stessi posti, che siamo gli stessi che incrociamo in bicicletta andando a lavoro di fretta durante la vita normale e di cui ci dimentichiamo subito e che, magari, varrebbe pure la pena riconoscersi e prendersi cura gli uni degli altri.

3. A sogni avverati come procede? Come ti vedi fra uno, cinque, quindici  anni? E adesso: sei nel posto che desideri per provare a diventare la persona che vuoi essere?

A volte, quando mi domandano perché mai sono venuta proprio qui, chiedono <<voor werk of voor liefde?>> e io rispondo che di lavoro in Sardegna ce n’è poco ma che io a dire la verità non l’ho neanche cercato, perché appena mi sono laureata l’ho trovato a Zeist in provincia di Utrecht e non mi sembrava vero e sono partita; e rispondo anche che sì, l’amore c’entra, ma questa è stata la prima cosa nella vita che ho fatto solo per amore di me stessa, e di nessun’altra.

Oggi ho quasi 31 anni e mi sento spaesata, libera e complice, incosciente consapevole, felice e colpevole. Aspetto. A volte sono convinta che questo non è che il primo lockdown della nostra vita, perché quando torneremo a lavorare, a produrre, a consumare, a convincerci di vivere e morire nel migliore dei modi, ci dimenticheremo che si può fare anche diversamente, e dopo resterà uguale. Eppure, se ci pensi, potrebbe essere tutto più bello, potrebbe essere tutto migliore, potrebbe esserci meno di tutto ma con più sapore, meno abitudine e più scelta, più vicinanza e meno oppressione…

Forse questa che percepisco non è una speranza azzardata ma una sensazione azzeccata e qualcosa sta cambiando, e anche se non si vede ancora bene, ormai c’è e gira nel mondo.

2 commenti

  1. Sono stata ad Amsterdam a dicembre di due anni fa, che dirti? Più la esploravo più mi piaceva, talmente tanto da pensare di trasferirmici per un pò. Purtroppo questa pandemia ha messo un freno a tutti i piani, ma il desiderio di trasferirmi ad Amsterdam è sempre lì 🙂

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