Come ti escludo dal mio privilegio: verso un’intersezionalità delle lotte

di Anna Cadoni

privilègio s. m. [dal lat. privilegium, comp. di privus, nel sign. originario di «singolo, particolare», e lex «legge»; quindi propr. «disposizione che riguarda una persona singola»]

Tutte le vite contano, ma alcune contano di più

Nei giorni delle rivolte di Minneapolis di fine maggio, come tante altre persone che non hanno potuto prendere parte alle manifestazioni, ho cercato di capire quale fosse il modo più veloce e utile per appoggiare le proteste che hanno incendiato gli Stati Uniti in seguito all’ennesima morte di una persona nera per mano della polizia. In particolare mi sono chiesta in che modo potessi usare il mio privilegio bianco per mettere in pratica la mia indignazione.

Nel fare le mie ricerche mi sono accorta di come si potesse dare il proprio aiuto alla causa attraverso donazioni, firmando petizioni e quant’altro. Il riverbero bianco della comunità internazionale sconvolta dall’omicidio di George Floyd e interessata alle manifestazioni che sono andate avanti per giorni in tantissime città americane ha però acceso nuovamente i riflettori sulla necessità di prendere coscienza su cosa significhi godere del privilegio bianco. L’attivista e scrittrice Rachel Cargle ha scritto:  

Care persone bianche, sono stanca di sentirvi dire: “Sono scioccato”, “non posso crederci”, “non ne avevo idea”, “non può essere vero”. In realtà  è terribilmente offensivo che il nostro dolore è così lontano dal vostro radar che il solo menzionarlo vi sciocchi. E davvero doloroso sapere che le notizie che mi tengono sveglia la notte non siano state neanche un argomento di conversazione per voi.

Il nostro privilegio bianco

Funziona così, il nostro privilegio di persone bianche. Ci permette ancora di rimanere scioccati, di stupirci, di meravigliarci. Permette che le persone si indignino e appoggino la protesta, fino a che le vetrine dei negozi non vengono spaccate; allora la percezione del fatto cambia, e la pace diventa improvvisamente l’imperativo morale da seguire scrupolosamente, non importa quale sia la situazione che ha scatenato la reazione. Si diventa improvvisamente difensori della tranquillità urbana, del quieto vivere, del coprifuoco. Si aborrisce la violenza e si inneggia alle figure mai veramente conosciute di Ghandi e Martin Luther King; insomma, si cambia opinione.

“Sono un po’ spaventato- non so cosa sta succedendo- perché non se ne vanno a casa, dovrebbero stare a casa c’è il coprifuoco”

Il nostro privilegio bianco ci fa diventare, oltre che pacifisti, anche inclusivi; e così ci sentiamo in dovere di ricordare alle persone non bianche che tutte le vite valgono, e non solo quelle nere, e allora si rispolvera il vecchio hashtag buono per tutte le occasioni, #alllivesmatter, comparso sui social poco tempo dopo la nascita del movimento Black Lives Matter, nel 2013.

Funziona così, il nostro privilegio; potersi permettere la pace a qualsiasi costo, chiedersi se la violenza non sia un’esagerazione, un superamento di quell’idea dell’uguaglianza che ci piace mantenere eterea, immateriale. Possiamo permetterci di anelare a questa pace informe, indefinita, tutta significante e niente significato; la pace della normalità di tutti i giorni, di quella normalità tanto desiderata.

Non c’è bisogno di sentire le brutali dichiarazioni di Donald Trump che invita i governatori a sedare le proteste con la violenza; è sufficiente fare un giro sui social network italiani e confrontarsi con le convinzioni di una larga fetta dell’opinione pubblica.  

Ce lo ha spiegato Angela Davis nel 1970, durante lo sciopero della fame in prigione, perché questa posizione “antiviolenta” sulla rivolta sociale non è condivisibile da chi è oppresso: “chi fa domande sulla violenza, non ha idea di che cosa voglia dire essere nero in America”. Perché “il privilegio è invisibile a chi lo possiede”.

“Quando qualcuno mi chiede di parlare di violenza, lo trovo incredibile, perché significa che la persona che fa questa domanda non ha assolutamente idea di quello che i neri hanno attraversato dal momento in cui la prima persona nera è stata rapita dalle coste d’Africa “

Senza intersezionalità, nessun femminismo

Chi sostiene di “non vedere” il colore della pelle, la classe sociale, il sesso e il genere, la disabilità, l’orientamento sessuale, molto probabilmente si trova dalla parte sicura del privilegio: bianca/o, della classe media, maschio, abile, cisgender, eterosessuale, occidentale.

Così come il privilegio, anche l’oppressione trova la sua realizzazione su molteplici livelli di categorie sociali che spesso si intersecano. Sono questi i punti cardine del femminismo intersezionale, termine coniato dall’attivista e filosofa Kimberlé Williams Crenshaw ed emerso alla fine degli anni ’80 come risultato di un lungo dialogo sull’esclusione delle donne nere dal femminismo bianco della seconda ondata.

Sostanzialmente si può definire l’intersezionalità come la sovrapposizione di identità dell’essere umano in base alle sue relazioni con la storia, la comunità, le istituzioni, la famiglia.  I vari livelli di identità di una persona non possono essere considerati separatamente, bensì si sovrappongono.

È così che le ingiustizie che la persona subirà se è donna saranno legate al genere; quelle che dovrà affrontare come donna nera saranno maggiori, perché gli assi del genere e della razza si intersecheranno a formare una doppia forma di oppressione; se la donna sarà nera, lesbica, povera, disabile, trans tutti questi fattori distintivi dell’identità non si potranno più prendere in considerazione in maniera disgiunta.

È per questo che nella lotta all’oppressione, il valore imprescindibile è l’intersezionalità e la consapevolezza che nessuna/o  può essere lasciato indietro; diversamente, nessuna/o potrà andare davvero avanti.

Diceva Audre Lorde nel 1984 riguardo al femminismo bianco della seconda ondata,

la differenza non deve essere banalmente tollerata, ma vista come fondamento delle polarità necessarie in mezzo alle quali la nostra creatività può risplendere. Quelle tra noi che stanno al di fuori dalla cerchia di definizione di donna accettabile nella nostra società […] – quelle di noi che sono povere, lesbiche, che sono nere, che sono vecchie- sanno che la sopravvivenza non è un’abilità accademica.

L’incapacità di vedere le differenze tra donne non è quindi un merito, secondo Lorde, ma una mancanza che porta inevitabilmente le donne privilegiate a utilizzare gli stessi meccanismi di oppressione contro cui si è combattuto in precedenza. È la gerarchia dell’oppressione: significa che anche la vittima del sopruso può,  a sua volta, farsi protagonista di un’altra vessazione. Questo perché non si è immuni dal perpetrare l’oppressione, neanche quando si è oppressi. Comprendere il proprio privilegio e l’oppressione dell’altra persona è il primo passo verso un’unità collettiva e solidale.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...