Fino all’alba

di Teresa Rettig

Quando vivevo a Leipzig per un tirocinio, mi era capitato varie volte di prendere il taxi per tornare a casa di notte. Un po’ mi metteva ansia, devo ammetterlo, ma non quanto stare da sola alle fermate dei mezzi nel cuore della notte o farmi la strada a piedi. D’altronde sono piccola di statura, un mio pugno non arrecherebbe gran danno; in più quando prendevo il taxi ero solitamente sbronza. Ma in linea di massima ero tranquilla, mi preoccupavo di più di quale strada facesse il tassista, controllavo che non mi fregasse, perché con la tipica arroganza degli ubriachi, ero convinta di conoscere la città in cui vivevo da meno di un mese meglio di uno che ci abitava da anni e per lavoro girava appunto per le strade.

Oggi, 6 gennaio, più di un anno dopo, sono di nuovo in Germania, stavolta però a fare l’assistente di italiano. Mi hanno mandato a Gelsenkirchen, una città industriale della Ruhr la cui unica peculiarità è essere casa dello Shalke 04. E  sarebbe? Si chiederà chi come me non sa nulla di calcio e a cui non frega neanche niente. È una squadra di calcio, nemica giurata del Borussia-Dortmund. Ebbene, l’unico evento che sembra tenersi in questa mia nuova città sono le partire di calcio, alle quali io ovviamente non vado. Non esco di notte a Gelsenkirchen quindi non ho neanche mai preso un taxi. Fino ad oggi.

Oggi non posso fare altrimenti. Sono appena tornata dalle vacanze di Natale e mi trascino dietro una enorme valigia che pesa come minimo 20 chili, forse un po’ di più, un bagaglio a mano e uno zaino bello grande. Insomma, quello che sto trasportando pesa praticamente quanto me e, nonostante le valigie abbiano le ruote, sono piuttosto scomode da tenere.

Ma il problema vero non sono le valigie, bensì la parte della città in cui ho preso casa. Dovete sapere che infatti abito in periferia (o almeno credo, non è che ci abbia capito molto di questa città) e l’ultimo pullman che mi porta vicino a casa mia passa in settimana fino alle 19 e nel fine settimana fino alle 16:30.

Ovviamente è domenica ed è tardi. Quindi, taxi sia.

A Buer, il quartiere in cui arrivo con la metro dalla Hauptbahnhof, c’è il punto di sosta dei taxi proprio davanti al capolinea della metro. Non so come, sollevo tutti quei chili di valigie per l’ennesima volta, scendo dal marciapiede e mi avvicino ai taxi. Nel primo della fila il tassista dorme. Vado verso il secondo lasciando le valigie nella strada e subito il secondo tassista esce dall’auto. Mi viene incontro e mi sorpassa andando a bussare nel finestrino del primo taxi.

-Parte sempre il primo della fila perché è qui da più tempo – mi dice. Annuisco e torno anche io verso il primo taxi. Il mio autista è già sveglio ed è sceso dalla macchina. Carica le mie valigie e poi mi apre lo sportello di davanti.

Nel taxi si sta bene, c’è caldo, lo stereo è acceso ma a un volume non troppo alto. Sono contenta di essere seduta davanti, così posso dare indicazioni all’autista sulla strada migliore da fare e, a differenza di quando stavo a Lipsia, ora lo so davvero. Faccio quella strada ogni giorno per andare a scuola. La strada per casa mia consigliata dal navigatore non è la più veloce, c’è un’altra strada che fa risparmiare minuti preziosi ed evita che il tassametro arrivi a 10 euro. Ovviamente lo dico all’autista. Mentre cerco di spiegare in tedesco la strada al tassista, lo osservo. È un uomo robusto, ha lunghi capelli neri, almeno fino alla schiena, e una barba folta.

-Ma di dove sei? Non sei tedesca? – mi chiede notando che ho qualche difficoltà. Gli rispondo che sono italiana. -E sei venuta proprio qui a Gelsenkirchen? Ci sono così tante belle città in Germania!- gli racconto che non ho scelto io ma che mi ci hanno mandato con un progetto del ministero dell’istruzione. – Che fortuna! – mi dice ironico. Io rido. Concordiamo sul fatto che non c’è molto da fare in quella città. Mi chiede che lavoro faccio e chiacchieriamo del più e del meno. Quando arriviamo vicino a casa mia mi dice che lì abitano soprattutto anziani, per quel che ne sa, e non ci sono neanche bar quindi è anche peggio del resto della città.

-Lo so, – gli dico – ma almeno è vicino alla scuola dove lavoro. Annuisce. Mi chiede se almeno ho dei coinquilini o un fidanzato che abita con me.

-No, abito sola. Ho un monolocale nel giardino del mio padrone di casa, un anziano ovviamente. – dico ridendo. Subito dopo però mi irrigidisco. Che sto dicendo? Sto dando troppe informazioni. Forse sto esagerando, d’altronde lui è uno sconosciuto e io gli sto dando tantissimi dettagli della mia vita privata: chi sono, che lavoro faccio, dove abito, con chi.

Vedo l’ingresso della via di casa mia, – puoi farmi scendere qua, – gli dico – dove c’è la fermata del bus.

Lui ferma la macchina e scarica le valigie dal cofano,  mi chiede se ho bisogno di aiuto per portarle. Certo, ci manca solo che ti faccio entrare in casa, penso tra me e me. – No, grazie. Sono qui dietro l’angolo, ce la faccio. Mi chiede se sono sicura. Annuisco e gli porgo i soldi. Lui sorride, mi ringrazia, mi dà un biglietto da visita dell’agenzia e riparte.

É stato gentile, in realtà è stata anche una chiacchierata piacevole. È solo quel campanello d’allarme che ha suonato quando ho detto “vivo da sola”. Ma lui non ha fatto niente, non mi sono sentita certo a disagio o minacciata; penso mentre entro in casa e, nonostante ciò, chiudo la porta a chiave con due mandate e premo l’interruttore della luce di fuori in modo che si accenda se qualcuno si avvicina alla porta. C’è un inconveniente però, si accende anche quando passa il gatto.

Dai, sto esagerando, penso, mentre nella mia testa un’altra voce quasi grida che sono pazza a dare queste informazioni a uno sconosciuto. Cerco di calmarmi ma nella mia testa si affollano gli scenari più disparati: dalla gang criminale formata da un gruppo di tassisti che va a derubare le case dei clienti allo stupro. Basta. Devo smetterla. Sono solo paranoica. Accendo il pc, entro su Netflix e cerco una di quelle serie così coinvolgenti da anestetizzare i pensieri e intanto cucino e mangio un piatto di pasta. Funziona. Per un po’ non ci penso.

Quando però mi metto a letto, con le luci spente e l’insonnia, i miei pensieri tornano e sono peggio di prima. Continuo a rimproverarmi per aver parlato troppo. Angosciata mi rigiro nel letto. Ho tutti i nervi del corpo tesi, le spalle irrigidite e sollevate verso le orecchie, anch’esse tese ad ascoltare ogni minimo rumore. Decido di leggere un po’ per conciliare il sonno, accendo l’abat-jour, prendo qualche goccia di valeriana e sblocco il kindle. All’improvviso un rumore mi fa sobbalzare, sembra che qualcuno stia correndo rasente i muri di casa.  Mi alzo di scatto. Mi guardo attorno, come se nella mia stanza possa esserci qualcosa di diverso. Dalle tapparelle entrano dei rettangolini di luce. Forse la luce di fuori è accesa? Forse c’è davvero qualcuno. Vado alla porta e controllo che sia chiusa a chiave con almeno due mandate, poi vado in bagno e controllo che sia chiusa anche la finestra, anche se la finestra del bagno è piccolissima e in più si apre a vasistas, quindi da lì nessuno può entrare. Ma non importa. Chiudo anche la porta del bagno. Mi avvicino a una finestra della stanza, tiro su la tapparella e guardo fuori. È buio, non si vede nulla, solo l’ombra nera del grande albero al centro del giardino. Sei pazza, mi dico tornando al letto, sei in paranoia solo perché è notte e sragioni. Sì, penso, è vero. Ora basta. Mi rimetto a letto, riprendo il kindle e ricomincio a leggere. Ho ancora un po’ di tachicardia, forse è meglio prendere ancora un po’ di valeriana.  Ne bevo una decina di gocce. Nel giro di pochi minuti mi addormento, il kindle ancora in mano, la lampada sul comodino accesa.

Il mio sonno dura poco. Mi sveglio. Mi sembra siano passati pochi minuti. Qualcosa non va. Guardo la finestra. La tapparella è sollevata, eppure sono sicura di averla richiusa prima di coricarmi. Nella finestra compare qualcosa. Strizzo gli occhi per vedere meglio nel buio. È una mano. La finestra è aperta, ma non tutta. Solo in alto. E una mano sta cercando di arrivare alla maniglia. La mano striscia lungo il vetro, si infila in casa, ora si vede anche un braccio. La maniglia è lì, a portata di mano. Cerco il telefono sul comodino. Non c’è. Mi guardo attorno. Cosa faccio? Devo fare silenzio. Devo chiamare la polizia. Dov’è il telefono. Sollevo le coperte  mentre cerco di tenere sotto controllo quella mano. Il telefono non è sul letto. Devo fare qualcosa. Alzati, scappa. No, chiudigli la finestra sopra il braccio. No, magari è molto forte, fa resistenza e mi fa cadere il vetro della finestra addosso. No. Devo trovare il cellulare.

I pensieri si accavallano, uno sopra l’altro, danno ordini al mio corpo che in realtà non si muove. Non so reagire. Non reagisco. C’è buio. Non so cosa fare. Poi lo vedo, il telefono. È per terra accanto al letto. Ecco, devo chiudermi in bagno e chiamare la polizia. Forza! Ma a che numero poi? Qual è il numero della polizia in Germania? Basta! Dopo ci pensi, ora vai. Chiuditi in bagno! Mi alzo in piedi, afferro il cellulare e corro verso la porta del bagno mentre la finestra inizia a cedere. Ma la porta del bagno non c’è. C’è solo il muro. Guardo dall’altra parte della stanza, il bagno è lì. Cosa ci fa lì? L’uomo intanto è entrato in casa. Si volta verso di me, mi guarda. È un uomo magrissimo, vestito di marrone, le braccia sono arcuate e anche le gambe. Ha dei lunghi capelli marroni e un ghigno sul viso.

Ma io ho capito. Sono terrorizzata, ma so che è un sogno. Mi devo svegliare. Mentre l’uomo viene verso di me io mi schiaccio contro il muro e inizio a respirare velocemente, devo andare in iperventilazione per svegliarmi. Lo so. Quando è praticamente davanti a me apro gli occhi e prendo aria.

Controllo se è davvero la mia stanza. La lampada sul comodino è accesa, il kindle è accanto a me e il cellulare è sul letto. La finestra è chiusa e anche il bagno è tornato al suo posto.

Sono sveglia. In ansia, ma sveglia. Guardo l’ora, sono le 4:30 passate. Bene, oggi si aspetta l’alba, dico a me stessa.

Di mattina le paure vanno via. Le ansie che avevamo ci sembrano stupide, quasi ci fanno ridere, e finalmente possiamo chiudere gli occhi e dormire tranquille.

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