Un’altra emigrata sarda ad Amsterdam – Due o tre cose che ho capito in questi anni olandesi

di Valeria Cadoni

1. Nei Paesi Bassi è iniziata oggi la fase 2. Questo significa che domani torno a lavoro posando per la prima volta in presenza degli studenti dopo due mesi e mezzo, che si può andare a prendere una birra sulla terrazza di un bar o a cena al ristorante fino a un massimo di trenta persone, che la mascherina sopra i mezzi pubblici diventa obbligatoria e che rimane proibito stare a meno di un metro e mezzo di distanza da qualcuno che non vive sotto lo stesso tetto. Le sex workers non possono lavorare fino a settembre; le palestre, le saune e i centri benessere, i casinò e le sale gioco resteranno chiusi fino a luglio, non si terranno né festival né concerti durante l’estate 2020.

Io sono nata a maggio, forse è per questo che ci sono tanto affezionata. Maggio in Sardegna è caldo ma non troppo, e ci sono alcune sere, da queste parti, in cui l’aria per qualche momento sembra quella di Cagliari, quando il sole ha scaldato i mattoni tutto il giorno, i gabbiani vi volano sulla testa in un cielo tagliato su due lati da file curve di tetti storti e la luce arrossisce. È il primo di giugno, ho 31 anni, tutto intorno a me si muove seguendo logiche e velocità in cui, non so se sono solo io, ma a volte non so bene come quando e se inserirmi.

2. Ogni giorno la vita qui mi arricchisce e questa sensazione alleggerisce il peso della distanza e di quella quotidianità che perdo in Sardegna mentre scelgo Amsterdam per vedere chi sono.

Mi è piaciuto, per esempio, che durante una delle ultime conferenze stampa si sia parlato di seksbuddy e knuffelmaatje (letteralmente, ‘compagno di abbracci’) quando, senza ignorare l’esistenza di quasi tre milioni di persone single e della difficoltà di entrare in contatto sicuro durante questo periodo, è stato consigliato di cercare una persona con cui parlare francamente delle proprie abitudini sessuali e creare un’intimità insieme, invece che moltiplicare potenzialmente la diffusione dei contagi con comportamenti rischiosi.

Mi piace che durante la sera dell’eid, alla fine del ramadan, cammino nel mio quartiere che si affolla di famiglie musulmane che escono di casa per raggiungere gli amici e i parenti per la festa: gli adulti indossano abiti elegantissimi, i bambini mi ricordano me da bambina durante le occasioni importanti in un modo che non capivo troppo bene, impacciata dentro vestiti che non riconoscevo ed eccitata dal comportamento dei grandi.

Mi piace che al parco sotto casa durante questo lockdown abbia visto trentenni giocare a bocce il martedì mattina, che nella piazzola davanti al coffeeshop su Hoofdweg i vicini prendano il sole come lucertole su sedie di plastica da giardino e chiacchierino a distanza con l’addetto alla sicurezza all’ingresso.

Mi piace parlare e scrivere della Sardegna in olandese, mi piacciono gli occhi delle persone quando mi chiedono come sta la mia famiglia e se è sicuro tornare per l’estate, mi piacciono gli occhiolini per dire ‘arrivederci’ e i colori delle botteghe quando compaiono le prime fragole e le pesche, le ciliegie, le angurie e le albicocche.

Mi piace che di notte, quando faccio due passi dopo cena, anche alle undici, se strizzo bene gli occhi posso vedere le ombre dei motorini e delle biciclette ammucchiati, i gruppetti di ragazzi che ballano sul prato, le ragazze che fumano e parlano olandese con l’accento di Maastricht, di Fez e di Alicante, brindano e cantano come se il quasi buio e questo cielo così sorprendentemente stellato li proteggessero da qualunque cosa.

Spero che sia vero che tutto cambia e che il mio modo di agire fa differenza, che il dolore e la felicità miei, tuoi e suoi hanno la stessa importanza. Mi piace pensare che tra poco sono a casa, sogno di volare sopra il golfo di Oristano su una bicicletta a due posti con le ali.

3. Esco a piedi, sono quasi le cinque e il cielo è coperto, soffia un po’ di vento ma ci sono venti gradi. Ho scoperto che se quest’anno sembra estate da gennaio è perché questa è la primavera più soleggiata mai registrata in questo paese, in cui il numero di ore di sole in media arriva normalmente a 517, mentre a oggi ha già superato le 760.

Cammino da ovest verso il centro, su Jan Evertsenstraat e Rozengracht:  sui marciapiedi leggo scritte che ci suggeriscono di aprire gli occhi e accorgerci del sistema di ingiustizia all’interno del quale organizziamo le nostre vite sognando papaveri rossi e spiagge deserte su cui fare l’amore; le bandiere arcobaleno alle finestre accolgono il mese del Pride, lunghi striscioni pendono dai balconi e invitano alla rivolta e all’orgoglio, <<laat de rijken de crisis betalen>>, che siano i ricchi a pagare la crisi, <<BLACK TRANS LIVES MATTER!>>

Taglio i tre canali di Prins, Keiser, Herengracht, e Singel, che sono belli ed eleganti; mi chiedo se mi farebbero lo stesso effetto se le mie nonne e i loro padri e le loro madri e i loro fratelli fossero stati venduti e comprati e ancora oggi nella memoria e nel presente umiliati.

Ci sono di nuovo molte persone intorno a me, si fa attenzione alla propria direzione, si bada a quella del passante di fronte, ma sembra tutto più movimentato: non come prima che era tutto deserto, non come prima prima che strabordava, ma in giro c’è gente, ai tavolini dei bar, seduta ai bordi dei canali con i piedi che dondolano sull’acqua, gente che passeggia e gente che sta andando da qualche parte.

Seguo la corrente, mi sento che siamo diretti tutti verso lo stesso posto, indosso la mascherina, lascio alla mia sinistra la Nieuwe Kerk, eccoci: siamo quegli oltre 5000 che nessuno (non la polizia, non la sindaca, nemmeno gli organizzatori) si aspettava di veder riempire piazza Dam un lunedì sera assolato di festa nazionale in tempi di COVID-19. Siamo non bianchi stanchi e non neri solidali, sfoghiamo rabbia ed esprimiamo sostegno con i nostri corpi presenti, i pugni chiusi, il silenzio, le voci potenti.

Vorrei pensare che tanta partecipazione significhi pura e semplice vicinanza alle sorelle e ai fratelli americani, perché vorrebbe dire che qui il razzismo non è sistematico e non è istituzionale, che non è come altrove, che qui è diverso.

Non è così, non è mai così: il colore della mia pelle è simbolo di privilegio ovunque, è passaporto timbrato senza domande, è corsia preferenziale per posti di lavoro, affitti, file all’aeroporto.

So che questo che ho scelto è luogo di ferite aperte e di ingiustizie ancora incredibilmente profonde, e che se tanta gente ha sentito la necessità di presentarsi a Rotterdam e a Groningen, a Den Haag e a Utrecht, a Eindhoven, Arnhem, Nijmegen, Tilburg, e non ha intenzione di fermarsi, è perché non possiamo far finta di non sapere…

Che negli ultimi quattro anni sono stati quarantuno i decessi sotto custodia della polizia olandese e che in nessuno di questi casi c’è stata condanna; che l’ufficio delle tasse traccia profili su base etnica elargendo meno sussidi alle famiglie di origine araba; che c’è quel dj radiofonico, che a febbraio trasmise un brano dal titolo “Prevenire è meglio che cinese”, che nonostante le 60000 firme raccolte dalla petizione promossa dalla comunità asiatica non andrà a processo, perché il giudice ha deciso che si è trattato di satira e non di razzismo; che qui ancora ci si dipinge la faccia di nero per ridere; che se cerchi Mitch Henriquez su internet scopri che era un arubano strangolato su questo suolo da cinque agenti rimasti impuniti; che questo mese il senato olandese sembra muoversi verso l’approvazione di una legge che, in caso di decesso causato dall’uso improprio della violenza da parte della polizia, trasformerebbe l’accusa di omicidio colposo in semplice violazione di regolamento ministeriale, giudicata da un tribunale speciale.

Non è facile capire la società e la politica di un posto in cui non si nasce e si cresce; però sentire, percepire, avvicinarsi alla sofferenza delle altre persone, al bisogno di giustizia, è una cosa che dovrebbe sempre essere semplice. E allora, ovunque in questo mondo, ascoltiamo le voci che le autorità ignorano, impariamo a sabotare i meccanismi di oppressione di cui facciamo parte, sosteniamo le lotte delle comunità che insorgono, supportiamole con la nostra: il momento di accorgerci e preoccuparci delle vite degli altri è qui da un pezzo.

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