Catcalling: dirmi di sorridere non mi farà sorridere

di Teresa Rettig

Il termine catcalling, “un commento sessuale ad alta voce diretto pubblicamente a qualcuno”, oggi ampiamente usato anche in Italia, racchiude tutti quei comportamenti che vanno dai commenti indesiderati, ai gesti, ai fischi, alle avance sessuali, e a volte anche inseguimenti, che le persone subiscono per strada. In poche parole: molestie per strada o in luoghi pubblici. Sia uomini che donne subiscono questo tipo di molestie. Quando la vittima è un uomo di solito si tratta di insulti omofobi; quando è una donna, si va dai commenti sul corpo agli apprezzamenti indesiderati, e così via.

Il catcalling è uno dei tipi di molestia più diffusi al mondo. Quasi tutte le donne, almeno una volta nella loro vita, ne sono state vittime. Provate a chiedere alle persone che vi stanno intorno se è mai capitato loro di essere infastidite da uno o più sconosciuti per strada e noterete che capita talmente spesso da essere considerata quasi una cosa normale. Succede fin dalla pubertà: una donna su quattro ha subito episodi di catcalling già dall’età di dodici anni.

Nonostante sia così diffuso, in italiano non abbiamo una parola che descriva questo comportamento.  Quando usiamo il termine “catcalling” nel nostro Paese non tutti sanno di cosa si tratti poiché, a meno che non lo si conosca tramite le campagne di sensibilizzazione e vari gruppi di attivismo femminista, la parola inglese non richiama in nessun modo ciò a cui si riferisce. Un altro modo per riferirci a questo tipo di abusi è “molestie di strada”, anche stavolta dall’inglese street harassment. Anche in questo caso, a meno che non venga spiegato, la maggior  parte della gente penserà ci si riferisca a una violenza fisica. Il fatto che non esista una parola per definire questo tipo di molestie fa riflettere sulla poca importanza che viene data al problema e ci rende sempre più consapevoli del fatto che spesso e volentieri questo tipo di comportamenti viene descritto come semplice complimento indesiderato da parte di persone maleducate.

Per questo motivo, spesso, le nostre reazioni vengono giudicate esagerate e la molestia – perché questo è e così è giusto chiamarla – viene minimizzata fino a farci sentire stupide per aver dato tanta importanza al fatto.  Ma se una cosa ci provoca disagio, ci fa star male lasciandoci un senso di insicurezza, di pericolo, di impotenza, di inadeguatezza, allora non può essere una cosa di poca importanza; abbiamo tutto il diritto di reagire, di arrabbiarci e di lamentarci e nessuno dovrebbe permettersi di dirci che stiamo esagerando.

Quando avvengono questi episodi iniziamo a dubitare di noi stesse chiedendoci se sia colpa nostra, se abbiamo esagerato indossando quei jeans troppo aderenti, o quel vestito; subentra la paura. La paura di essere seguite fino a casa, la paura che quella persona non si fermerà ai commenti, che si arrabbi perché lo abbiamo ignorato o perché magari abbiamo avuto il coraggio di rispondere o anche solo fargli un dito medio, e che ci faccia del male. Poi ci sentiamo frustrate per non aver potuto fare nulla, per dover sempre subire e sopportare. Ci sentiamo impotenti e indifese, disgustate e infuriate.

Ci ritroviamo a modificare le nostre abitudini, a cambiare modo di vestirci, a evitare di passare in determinate strade, ad attraversare la strada quando vediamo uno o più uomini che ci fissano già da lontano, a camminare sempre a occhi bassi per non incontrare lo sguardo di un possibile molestatore. La nostra libertà viene limitata dalla paura di poter incorrere di nuovo in una situazione simile. Come si può definire complimento una cosa che provoca simili conseguenze in chi lo subisce? È mai capitato che qualcuna si sia sentita lusingata da una cosa del genere? Non credo.

Ricordo ancora un giorno in cui stavo andando alla stazione a prendere il treno. Ero a piedi, c’era caldo e indossavo una gonna e una maglietta. Fuori da un edificio c’erano quattro uomini, dei muratori, che facevano una pausa. Occupavano tutto il marciapiede e io dovetti passare in mezzo a loro che mi squadrarono da capo a piedi e uno di loro mi disse “Ciao bella, facci un sorriso”. Gli altri risero e uno disse qualcosa del tipo “che bel fiore che sei”. Io continuai a camminare e solo quando fui abbastanza lontana gli rivolsi uno sguardo carico di odio. Loro continuarono a parlare di tra loro e a ridere.  Ero furiosa. Come potevano quattro uomini adulti, che potevano avere l’età di mio padre o di più, parlare così a una ragazza? Erano semplicemente quattro maleducati? O volevano esprimere il loro senso di potere su di me? Fui colta da una serie di emozioni contrastanti, tra rabbia, paura e frustrazione. Mi sono ripromessa tante volte di reagire e di rispondere a tono – in condizioni di sicurezza ovviamente – e invece è accaduto tante altre volte e sono sempre rimasta spiazzata e senza parole per poi rimproverarmi di nuovo per non aver avuto la prontezza di rispondere.

Cosa possiamo fare a riguardo?

Prima di tutto, possiamo parlarne. Parlandone con le persone che conosciamo, affrontando l’argomento con i nostri amici magari possiamo far capire loro come ci si sente e quando magari assisteranno a un episodio del genere, anche ad un “semplice” ciao bella detto a una sconosciuta che sta passando per strada, diranno a chi lo fa che per noi donne è degradante, che non è bello, che non è un complimento ma una molestia.

Possiamo parlarne con i nostri figli, sin da quando sono piccoli. Possiamo educarli a essere persone migliori affinché in futuro il fenomeno del catcalling accada sempre meno e che tutte e tutti si sentano più al sicuro.

Puoi firmare la petizione di WannaBeSafe Italia (per firmare la petizione clicca qui) per rendere il catcalling un reato. In Francia, ad esempio, dal 2018 il catcalling è un reato che prevede una multa dai 750 ai 3000 euro a seconda della gravità dell’episodio. Se vuoi avere dei consigli su come comportarti quando subisci o quando assisti a un episodio di molestie in luoghi pubblici visita la pagina StandUp Contro le molestie in luoghi pubblici.

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