Morire per delle idee: la vita e la morte di Ebru Timtik

di Anna Cadoni

Ci sono una toga e i dei garofani rossi sul feretro di Ebru Timtik. La gente ha gli occhi lucidi e grida “Ebru Timtik è immortale”, la polizia spara gas lacrimogeni per sedare il pericoloso raduno di potenziali terroristi. Era potenziale terrorista anche Ebru Timtik, perché difendeva altri terroristi; e così è morta dopo 238 giorni, da terrorista.

Ebru Timtik aveva 42 anni e per lavoro difendeva la gente. Ebru Timtik difendeva le donne vittime di violenza e gli operai, i minatori, difendeva le vittime di tortura nelle carceri, i prigionieri politici. Difendeva membri del DHKP-C, il Fronte Rivoluzionario di Liberazione Popolare, movimento di stampo marxista-leninista considerato dal Presidente Recep Tayyip Erdoğan un “pericolo terrorista”.

Tre anni fa Timtik era stata accusata di “sostegno a organizzazione terroristica” insieme ad altri 16 colleghi appartenenti all’Associazione Avvocati Progressisti. A distanza di una anno, i prigionieri di stato venivano scarcerati e, nel giro di poche ore riaccusati – senza prove evidenti e senza un equo processo, e condannati per un totale di 160 anni di detenzione.

Le accuse, volte a intimorire l’attività di difesa, sono rimaste basate su testimonianze segrete, prove documentali di incerta provenienza e confessioni mai esaminate dalla difesa. L’arresto di Timtik rientrava in quella lotta al terrorismo interno iniziata qualche anno prima all’indomani del 15 luglio 2016, il giorno del golpe fallito.

In quei giorni, nello stato di emergenza ( che ha continuato a essere rinnovato fino al 2018) post- tentato colpo di stato, sono iniziate le epurazioni per 50.000 persone. Erdoğan aveva dichiarato ad Al Jazeera “continueremo ad arrestare, ma nel rispetto della legge perché siamo un paese democratico”.

In quello stesso paese democratico, nei giorni seguenti si sono susseguiti migliaia di arresti e sono giunte le prime notizie di torture ai danni dei militari detenuti ad Ankara in seguito al golpe. La grave violazione dei diritti umani non si è fermata, e come aveva promesso il presidente sultano, i licenziamenti e gli arresti hanno continuato a moltiplicarsi:

8700 sono i funzionari del ministero dell’Interno sospesi, 21 mila gli insegnanti a cui è stata tolta la licenza per insegnare nelle scuole private, 15200 i docenti allontanati e su cui si sta indagando, 2700 i giudici e magistrati sospesi, 1500 i dipendenti pubblici licenziati, 500 gli imam rimossi. A migliaia di lavoratori statali è stato invece imposto il divieto di espatrio. Il ministero dell’Educazione ha annunciato di aver sospeso mercoledì altri 6.538 dipendenti.”

Recep Tayyip Erdoğan, Presidente della Turchia

A pagare il prezzo della repressione anche giornalisti, magistrati e avvocati. Per queste figure gli effetti sono risultati particolarmente odiosi e devastanti perché hanno causato la censura dei mezzi di informazione e reso impossibile nella pratica i processi equi. In particolare, la decisione di incriminare gli avvocati per (presunti) crimini commessi dai loro clienti ha significato l’intimidazione e la punizione per aver esercitato un diritto fondamentale umano: il diritto a ricevere una difesa.

Non si è arresa Ebru Timtik quando ha deciso di difendere i membri del Fronte Rivoluzionario; non si è arreso Aytaç Ünsal, suo collega e compagno di sciopero. Anche lui condannato per appartenenza a organizzazione terroristica, doveva scontare più di dieci anni nelle prigioni turche, ma la Corte Suprema ha stabilito che le sue condizioni fossero critiche e, a pochi giorni dalla morte di Timtik, ha deciso che dovesse essere rilasciato.

Dall’inizio del 2020 sono morte quattro persone in seguito allo sciopero della fame, in turco Ölüm Oruçları, il digiuno della morte. Lo riteneva più facile, Timtik, piuttosto che stare ” semplicemente con le braccia legate”.

Rimangono, di Ebru Timtik, una toga, i garofani rossi e la sua immortalità.

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