Riflessioni disilluse di fine estate

di Marina Scroccu

Sono tanti gli argomenti di cui si potrebbe scrivere a fine estate, ma in questo mese di settembre c’è una parola in particolare che emerge dalle mie riflessioni, e che credo sia adatta a descrivere numerose situazioni in corso: ipocrisia.

Il 2020 è stato e continua ad essere un anno di profonde riflessioni per molte persone, con la pandemia in corso, il passato lockdown, l’ipotesi di un lockdown futuro. Inizialmente c’era una vaga speranza che il Covid19 potesse cambiare in meglio il genere umano, che l’esperienza potesse servire da lezione su tanti fronti, per esempio per migliorare lo stile di vita, l’impatto sull’ambiente, ritrovare l’importanza di priorità che erano state perse e così via. La verità è che a distanza di sei mesi dall’inizio di questa situazione, emergono talmente tante cose negative che il  miglioramento sembra solo essere ancora più distante.

Pensiamo per esempio alla gestione della pandemia nel periodo immediatamente successivo al lockdown. Nel mese di giugno, in Italia, le persone hanno iniziato a ritornare alla vita più o meno normale, con ancora qualche restrizione. Nel giro di un mese le restrizioni sono scomparse del tutto e ci siamo ritrovati a vivere un’estate nella quale la maggior parte delle persone si comportava come se non ci fosse nessuna emergenza. Negli ingressi delle spiagge ci sono i cartelli che imporrebbero la distanza obbligatoria di vari metri tra gli ombrelloni, ma a meno che non ci si recasse in spiagge di per sé poco frequentate, la distanza tra gli ombrelloni in genere era perlopiù inesistente. Nella maggior parte dei locali pubblici la distanza di sicurezza è scomparsa, e se vuoi (tuttora) andare a bere qualcosa mantenendo le distanze, non è detto che tu ci riesca. La mascherina bisognava usarla, però era meglio non dichiararla obbligatoria, così la maggior parte delle persone poteva tenerla nel braccio o nel mento senza sentirsi in colpa. In discoteca si poteva andare, bisognava ballare a distanza di due metri l’uno dall’altro, distanza che – lo sappiamo perfettamente – non è mai esistita. I messaggi che passavano facevano credere che si stesse gestendo tutto al meglio, che ci fossero rigorosi controlli, che le persone stessero rispettando le “raccomandazioni”. La verità è che bisognava solo aspettare che passasse ferragosto per fingere di non essersi accorti che non c’era nessuna regola per evitare la diffusione del contagio, che tutto ciò che non si doveva fare era stato fatto, e che tutte le trasgressioni che sono state concesse senza battere ciglio porteranno solo ulteriori problemi.

Questa è ipocrisia: fingere che non esista un problema, fingere che si stia affrontando tutto al meglio, fingere che ci siano delle regole. E ipocrisia è anche trasmettere messaggi sbagliati attraverso i media, far credere ai giovani di non essere a rischio, permettere assembramenti chiudendo non un occhio ma due, e dopo tutto questo, ipocrisia è non ammettere apertamente l’enorme pericolo che comporta la riapertura delle scuole, soprattutto ora che l’età media dei contagiati è calata drasticamente. Qua parlo dell’Italia e di ciò che ho potuto osservare in prima persona, ma la situazione è tragica in tanti Paesi, fuorché attualmente, nella tanto criticata Cina.

Il periodo del lockdown aveva portato tante riflessioni positive sull’ambientalismo, su come avremmo potuto migliorare l’impatto sull’ambiente per dare una svolta all’inesorabile distruzione del pianeta. Ma tutti quei buoni propositi sono stati accantonati velocemente, perché in fondo la priorità va sempre al risvolto economico, soprattutto dei grandi colossi industriali.

E, a proposito di risvolti economici, non è ipocrisia parlare di un “grande” risparmio di denaro che si avrebbe con il taglio dei parlamentari in seguito al referendum costituzionale, continuando a ignorare – per esempio – la piaga dell’evasione fiscale, che è il fulcro della crisi economica italiana?

Non è ipocrisia fingere di occuparsi della disoccupazione giovanile, ignorando il sistema completamente sbagliato che sta alla base delle assunzioni? In Italia i giovani possono fare tirocini, cioè lavorare quasi gratis per le aziende le quali poi, finito il tirocinio, cercano altri tirocinanti per poter risparmiare i soldi; intanto, l’ex tirocinante continua a non trovare lavoro, e per di più non può far valere l’esperienza di tirocinio come esperienza lavorativa, non può nemmeno avere il sussidio della disoccupazione, perché il tirocinio è un tirocinio, non è un lavoro. E per essere assunta o assunto da qualche parte deve avere esperienza lavorativa, ma l’esperienza lavorativa non la maturerà mai, perché non si può lavorare se non si ha già l’esperienza. Per non parlare dell’ipocrisia dei bandi di selezione presso le pubbliche amministrazioni, dove si finge di valutare candidati esterni, ma si sa bene che vincerà chi ha già lavorato per quella amministrazione. Una lotta seria contro la disoccupazione giovanile dovrebbe smantellare questo sistema alla base e crearne uno nuovo, efficiente, realmente meritocratico.

E che dire del grande passo avanti italiano del Ddl Zan (legge contro l’omotransfobia)? Dopo lunghissimi dibattiti – perché in Italia manifestare l’omotransfobia significa solo poter dire la propria opinione in modo assolutamente inoffensivo – il Ddl viene approvato con la cosiddetta “clausola salva idee”, così facciamo contenti gli omotransfobici che potranno comunque sentirsi liberi di esprimere il proprio odio, e non verrà violata la loro libertà di espressione.

Le varie manifestazioni negazioniste del Covid, No Mask e No Vax, complottisti e cose simili, non meriterebbero forse nemmeno di essere citate, dato che quelle persone non riescono neppure a capire che, se esse stesse sono al mondo, è grazie ai vaccini, alla medicina, alla scienza.

E non bisogna dimenticare ciò che sta accadendo in una delle più grandi democrazie al mondo, gli Stati Uniti d’America, dove ormai ogni giorno si manifesta per i diritti civili, in seguito ai continui episodi di violenze perpetrate dalle forze dell’ordine nei confronti di persone afroamericane. E il presidente di questa grande democrazia, Donald Trump, giustifica l’assassino che, durante una protesta antirazzista innescata dall’ennesimo sopruso, spara sui manifestanti col suo fucile semi-automatico – col quale amava immortalarsi sui social – uccidendone due e ferendone un terzo.

Alla fine di questa estate quindi, alla luce di tutti gli avvenimenti recenti, dopo una blanda illusione di mutamento, la disillusione totale prevale nettamente su tutto, e quando provo a riflettere su ciò che ci circonda, sul mondo in cui viviamo, c’è una parola che mi viene in mente e che accomuna tante, troppe situazioni: ipocrisia, una delle – numerose – piaghe del genere umano.

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