Un’altra emigrata sarda ad Amsterdam – Due o tre cose che ho capito in questi anni olandesi

di Valeria Cadoni

1. È arrivato giugno, Amsterdam riapre timidamente accademie e musei, poso fino alla fine del mese e poi i corsi annuali arrivano al termine, il nuovo anno ricomincia in autunno. Transavia annulla il mio biglietto aereo, ne prenoto un secondo che mi costa un occhio della testa e, per la prima volta da quando vivo nei Paesi Bassi, al secondo giorno d’estate sono già a Cagliari. Indosso due mascherine, a Schipol l’assistente di volo di terra addetta al controllo documenti e temperatura sembra di buon umore quando ci scambiamo due frasi di circostanza in olandese; quanta impazienza a Roma tra un volo e l’altro, il primo mezzo vuoto e il secondo quasi pieno, mi lavo le mani una quantità infinita di volte, compilo autocertificazioni e iscrizioni ad applicazioni online che nessuno all’atterraggio si preoccupa di controllare, il vento caldo mi accoglie come sempre per primo sulla pista,<<buone vacanze e ben tornati a casa>> dice il capitano alla radio, quanto è rapido il mio cuore a Elmas mentre aspetto di salire sul treno.

Quest’anno è diverso; tutto così tanto più intenso e incerto, scombussolato da mesi di routine mandata all’aria e progetti sconvolti su gambe già timide e fragili. Non ho prenotato il rientro, ho bisogno di stare qui per un po’ e avere del tempo, penso.

Arrivo da un paese che ha reagito al Corona (si chiama così, da queste parti) invitando la popolazione a usare maggiore attenzione quando si parla, senza imporre nessun divieto specifico oltre il metro e mezzo di distanza, annullando i grandi eventi e scoraggiando gli assembramenti, senza impaurirsi troppo. Torno a casa dove per me casa è un’isola in cui i contagi sono stati finora pochissimi: questo COVID (da queste altre parti, invece, si fa chiamare così) si è sentito scoraggiato dai monti al centro e dai paesi mezzo vuoti, forse, dai tanti chilometri tra noi da sempre. Mi guardo intorno, dicono che non piove da mesi, fa molto caldo, non sono abituata ma qualcuno porta le mascherine per strada, piazza San Sepolcro è ricoperta di tavoli, non vedo che pochi turisti, a Cagliari sembriamo tutti sardi, noto che circolano molte più biciclette del solito ma che pure i SUV sembrano aumentati, per la prima volta vedo i monopattini elettrici fuori da Amsterdam. Mi accorgo che alcune delle persone che incontro si abbracciano, bevono Ichnusa non filtrata e mangiano olive intorno alle palme, sembra quasi tutto come sempre. Al cinema all’aperto ci si siede a gruppi di due o tre persone, per terra i sacchi di immondezza puzzano e le mascherine chirurgiche usate si incastrano tra i sampietrini di via Roma, sul lungomare hanno aperto un nuovo locale arcobaleno ma io che sono un’abitudinaria senza speranza vado sempre alla stessa fermata, attraverso la città pedalando a qualunque ora, con il caldo che brucia e con la brezza tiepida della sera.

Canticchio Khorakhané sotto casa davanti al portone di fronte, finalmente, sperando che il tempo non mi giochi lo scherzo che preferisce da sempre, farsi pesante quando l’aspetto nell’aria immobile e poi fuggire irriverente quando il cancello si apre. <<Poserò la testa sulla tua spalla e farò un sogno di mare e domani un fuoco di legna…>>

2. È arrivato luglio, e con lui il maestrale, l’odore di nave che salpa e diventa piccola oltre i moli al porto, di mare che si increspa, di stagno che si tinge di rosa, di pizza al metro in terrazza e di passeggiata verso il centro; sono arrivati gli incendi, il fumo denso e mefitico che sale dalla Saras, le scie degli aerei, gli imprevisti e le paure incontrollabili, le lancette velocissime e quelle inesorabilmente lente, gli orari di visita e i clacson invadenti che suonano proprio non appena al semaforo scatta il verde e io sono sovrappensiero; sono arrivate le gite di mezza giornata alla spiaggia non troppo lontana dalla città ma sempre più vuota che dentro, lasciando il nord Sardegna ai turisti anche quest’anno, anche se sarebbe stato così più bello se almeno per una volta fosse stato diverso. Allungo i gomiti da lontano quando incrocio gli sguardi di chi voglio salutare ma senza che si offenda se mi va ma davvero mi sa che non fa a farsi abbracciare.

Sotto la statua di Eleonora d’Arborea è sabato sera e fa caldissimo ma ci stringiamo lo stesso intorno alla comunità trans e nera, <<però, dai, che già ce n’è di gente, per essere un fine settimana di luglio.>>  Qualche giorno dopo è notte, fa fresco e al Poetto si sta bene, c’è una bella luna e la pedana è piena mentre nel mio chiosco preferito aspettiamo la drag queen che preferisco, e sento la gente (la gente che non è altro che noi) che ride ascoltando la denigrazione registrata di una donna povera e malata che chiede l’elemosina da anni a Cagliari, incapace di difendersi dalla cattiveria abilista e di classe, e siamo così meschini, il fine settimana, a luglio.

Sono tornati a bussare alla porta con veemenza quei dubbi sul domani e sul senso di oggi, sull’anno che deve venire e quello che ancora deve finire, su quello che vorremmo per noi, ciurma allo sbando senz’àncora, vela o direzione, solo rèmi e istinto verso il vuoto affascinante e misterioso, folla contraddittoria e confusa su questa barca ricoperta da stelle nel cielo che ci avvolge scuro e non promette niente.

Canticchio Mistery of love e il sole si distrae nella bellezza, si sveglia sul golfo di Oristano e tramonta in Ogliastra. Sono arrivati l’ombra dei ginepri e la pasta con l’aglio, l’olio e il peperoncino, le parole dolci all’alba dopo l’amore sopra il cuscino, il succo alla pesca per colazione, i tempi al presente che in sardo vogliono dire futuro.

3. È arrivato agosto, quando le cose si mescolano e sessanta giorni sono diventati uno solo. Dentro c’è: i saluti, le persone con cui non ho parlato quanto avrei voluto, la doccia al cane, il libro in olandese che non ho letto, le indecisioni, il campeggio che aspettavo da anni, le pagine che non ho scritto, le fiabe di Maria Lai e quelle di Antonio Gramsci, le incomprensioni, le stelle cadenti, la valeriana dispert, le speranze, la malinconia.

Parto e in aeroporto sono l’unica sarda in mezzo a una lunga fila di italiani del nord, mentre sull’aereo KLM direzione Amsterdam mi circondano, come sempre, gli olandesi. <<Fijne reis en welkom thuis>> dice il capitano alla radio.

La capitale dei Paesi Bassi è la città olandese con il maggior numero di contagi, quando atterro sono le sette e mezzo e mi sembra di essere su un altro pianeta, più freddo e silenzioso. Non piove, è una bella sera, ma ho tanto spazio vuoto dentro di me da aver bisogno di qualche giorno per ristabilire il peso, bilanciare i desideri.

Canticchio Amore senza fine mentre dal tram mi riapproprio della vista, dei ritmi, degli spazi che ho scelto.Farò una passeggiata all’orto botanico uno di questi giorni, così potrò guardare la quercia da sughero e ascoltare i bambini stupiti di fronte alla sua corteccia, per loro così strana e preistorica e per me così familiare, mia.

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