Un’altra emigrata sarda ad Amsterdam – Due o tre cose che ho capito in questi anni olandesi

di Valeria Cadoni

1. Settembre, carico del solito bagaglio di aspettative che quando agosto sta ancora finendo ci sembra pesante ma tutto sommato gestibile, è finito.

Lo stile che in piscina da bambina non ti faceva mai somigliare a un delfino: a settembre torno a nuotare.

Le lezioni di pianoforte che non hai voluto seguire perché era noioso quando ti ci voleva mandare tuo padre da ragazzino: a settembre mi compro una pianola e imparo le Suites francesi di Bach.

Il corso di arabo che avevi iniziato da più grande, ma poi era troppo difficile starci dietro, sai, con le lezioni, gli esami, gli appuntamenti e le stagioni: a settembre riprendo in mano l’alfabeto.

La tua presenza: che sia sempre percepita anche a distanza. A settembre, quando sento la vostra mancanza non me ne resto triste e immobile, ve lo dico più spesso.

La storia coloniale europea, che durante l’università hai visto solo passare spinta di corsa da fenomeni ‘più rilevanti’, e le forme odierne di razzismo, islamofobia e misoginia nei Paesi Bassi che hai sempre più avuto bisogno di capire: a settembre comincio Noi schiavi del Suriname e seguo Lilithmag.nl quotidianamente.

Le lettere di presentazione, il curriculum aggiornato, le candidature spontanee in risposta ad annunci che non esistono: a settembre mi iscrivo a quel database online per modelli d’arte in tutto il paese e si vola.

Il manoscritto su cui lavori da anni e non hai mai avuto il coraggio di tirare fuori dal cassetto: a settembre lo finisco e lo spedisco.

<<Se dovessimo mai incontrarci posa l’orecchio sulle mie costole, qualora mi fossi addormentata sul lato sinistro, e mi sentirai risuonare. Ho sempre desiderato che tu lo faccia qualche volta.>> A settembre la sera chiudo gli occhi e in sogno vedo due amanti lontani desiderarsi vicini e contare i giorni al rovescio. 

Lo spazio per capire se stai facendo bene, se ti esponi abbastanza quando vedi che intorno a te qualche cosa a qualcuno fa male anche se non ti tocca, se sei diversa da quelli che dici di odiare o se o hai solo un altro modo di comunicare: a settembre mi siedo e mi chiedo come va.

2. Due settimane fa (il 23 settembre) è stata la giornata della visibilità bisessuale e io quest’anno voglio fare ammenda della mia bifobia. Spero che per migliorarsi ci sia tempo sempre: io auguro a chiunque di noi di non smettere di interrogarsi sui propri comportamenti, sulle credenze che giustificano i nostri gesti, sui dogmi a cui ci leghiamo perché ci fanno sentire più forti, sulla violenza che usiamo senza accorgerci, sugli stereotipi che continuiamo a perpetrare, non per male, lesbians will be lesbians.

Questa volta, almeno, è lesbica?

No, ma io, lo sai, ho la calamita per le bisessuali.

Ma guarda che mica esistono: si chiamano etero confuse.

Certo che te lo potevi aspettare.

Era etero prima di conoscerti, poi si sarà pure innamorata di te, però già lo sai che poi torna da dove è venuta.

Se mi lascia per una donna pace, se va con un uomo mi ha sempre mentito.

Ma ti piacciono ancora, i maschi, ora che ti piaccio io?

Queste sono solo alcune delle peggiori frasi che sono state da me formulate, ripetute e interiorizzate, pronunciate a giorni per fare la splendida e altri per piangermi addosso, appiccicate sulle donne che ho amato di quell’amore che non ha capito granché. Molte delle ragazze con cui sono stata erano bisessuali. Non posso parlare a nome loro, soprattutto per quelle con cui non ho più alcun rapporto, ma sono abbastanza certa che tutto questo sia stato sfiancante, avvilente, insopportabile.

Complice una rappresentazione tossica di amore e attrazione secondo cui la gelosia è metro per misurare la profondità del sentimento che ci unisce, attraverso una negazione della loro capacità di conoscersi, sapere cosa volessero, scegliere, io, gold star lesbian (una che non è mai stata a letto con un uomo) mi sono comportata per tanto tempo nello stesso modo in cui il patriarcato insegna ad agire nei confronti delle donne: oggettificandole, riversando sulle loro scelte frustrazioni che non le riguardano e, infine, colpevolizzandole.

In un’assurda quanto spesso inconscia gara tra generi cis, all’inizio mi sentivo potentissima, quando Janet, Sara o Nina sceglievano me a Giancarlo, Pietro e Valentino. Si percepisce, questo orgoglio, nella voce di chi dice che quella ha lasciato lui per stare con lei: LESBICHE 1 MASCHI ETERO 0. Alcune amiche ti fanno i complimenti come se avessi scalato il K2 senza ossigeno, altre rinfrescano il repertorio sulle sbalorditive prestazioni sessuali dell’ultima confusa con cui sono state a letto, certe cominciano già a compilare il vostro coccodrillo di coppia (perché una relazione tra una lesbica e una bisessuale, si sa, quando nasce è già morta per natura.)

Poi ci sono la passione, le promesse, i luccichii negli occhi, le aspettative, i sogni, le bugie, le solite cose che immagino ogni relazione romantica conosca. A un certo punto, spesso, questa cosa che in due abbiamo chiamato amore passa; vuoi perché ci siamo date tutto quello che ci andava di darci, vuoi perché ci siamo scoperte di più e ci siamo piaciute di meno, vuoi perché lei si invaghisce di un’altra e io pure.

Ci poteva stare tutto, quasi tutto, tranne la possibilità che Janet, Sara o Nina, dopo di me, si innamorassero di Claudio, Andrea o Giorgio.

Faceva più male questo che la perdita in sé. Perché quella scelta che Janet, Sara e Nina avevano fatto portandomi in vantaggio sui miei rivali maschi, quella era una roba che per essere vera doveva durare tipo per sempre, un patto con il diavolo, un sì a uno strozzino, una strada a senso unico senza possibilità di sosta, inversione o deviazione. Vorrei così tanto afferrare le spalle della me stessa di allora e scuotermi:

<<RIPRENDITI, c’è qualcosa che non va e non è quello che credi.>>

Durante la mia intera giovinezza mi sono nutrita e circondata di pregiudizi che se orientati diversamente ripudiavo. Non ho mai provato attrazione romantica o sessuale per gli uomini ma ho sviluppato un’insicurezza che ha danneggiato me e le mie relazioni, immaginandomi catapultata dentro una competizione in cui ero io a sentirmi inconsciamente svantaggiata: non sarei mai riuscita a soddisfare a pieno la mia partner perché io non ero un uomo e lei doveva per forza desiderare lui più di me. Sono stata una delle tante lesbiche incastrate in un maschilismo interiorizzato, in quel meccanismo difficilissimo da sabotare, quel complesso di inferiorità cristallizzato in cui mi vedevo debole e perdente di fronte al sesso forte, al genere migliore, e di questo facevo una colpa all’orientamento sessuale delle ragazze che stavano con me.

Quindici anni e passa di retorica anti-bi possono fare molto male a tante persone: amiche, fidanzate, conoscenti, storie occasionali, me stessa. Oggi, a 31 anni mi sento ancora lontana dalla persona che voglio essere, ma ci sono cose, come questa, che mi considero pronta ad ammettere e a contrastare. Quello che mi aiuta (e questa è stata una scoperta decisamente sconvolgente e insieme incredibilmente banale) è capire che il problema non erano loro, Janet, Sara e Nina, ma io.

Non sono loro quelle ad essere confuse, sono io che non mi conosco abbastanza.

Non per tutte le persone bifobiche che conosco (che paura, quante) il mio percorso sarebbe d’aiuto, però io ho usato questo limite insopportabile per domandarmi se dentro al binarismo mi trovassi bene sul serio, se fossi davvero la donna cisgender lesbica che ho sempre pensato di essere, o se forse non è mai tardi per scoprire che se ci si pensa diversamente da come si è sempre fatto non succede nulla di brutto.

Ho parlato di lesbiche e bisessuali lasciando fuori l’universo di identità e orientamenti che circonda questi pianeti. Io voglio essere altro, riconoscere e rispettare l’esistenza di ogni forma d’amore verso il proprio sé e il resto del mondo.

C’è tempo, ma non voglio perderne altro.

3. Sara Emami (artista nata in Iran, cresciuta a Delft, residente ad Amsterdam) è autrice di Little Blue Fish, ispirato alla vita di Sarah Hegazi (attivista lesbica socialista, scrittrice egiziana che si è tolta la vita in Canada,dove aveva ottenuto asilo dopo essere stata incarcerata e torturata per tre mesi in Egitto) e al libro The Little Black Fish, scritto nel 1968 da Samad Behrangi. Potete leggerla qui www.lilithmag.nl/blog/2020/7/17/little-blue-fish

Sara Emami, Little Blue Fish

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