Non sarò l’ultima

di Anna Cadoni

Una settimana dopo le elezioni di metà mandato del 2018, una neo deputata Alexandria Ocasio- Cortez pubblicava la prima foto su instagram insieme  alle sue nuove colleghe appena entrate nella House of Representatives, aprendo un nuovo capitolo nella storia della politica statunitense. L’ha chiamato Squad, questo quartetto di socialiste che pochi giorni fa hanno visto la loro posizione al Congresso riconfermata con decine di migliaia di voti in più; segno di un consenso sempre crescente nei confronti di una sinistra nuova, femminista, ecologista e intersezionale.

Da quel giorno del 2018 le Congresswomen sono diventate il simbolo di una nuova politica statunitense inclusiva, che non poteva più permettersi di lasciar fuori le minoranze entiche e le classi sociali meno abbienti. La foto della Squad, diventata virale, ha immediatamente scatenato le reazioni di una fetta reazionaria dell’opinione pubblica e della stampa: non è passato inosservato il commento astioso di una grande sostenitrice di Donald Trump, la conduttrice dell’apertamente repubblicano Fox News, che ha descritto la Squad come “le quattro cavaliere dell’apocalisse“, accusate di rappresentare “le posizioni più radicali del Congresso”.

La svolta “radicale” del Congresso rappresentata da Ocasio-Cortez, Pressley, Omar e Tlaib, incentrata su politiche interne progressiste come il Green New Deal e l’assistenza sanitaria gratuita, ma anche rivolta agli esteri ( particolarmente rilevante la posizione sulla questione palestinese e gli accordi con Israele) ha causato non poche accuse nei confronti delle nuove congresswomen, viste addirittura da Trump come delle “piantagrane razziste”.

Pochi giorni prima il presidente auspicava il ritorno dei membri della Squad ai loro paesi, assimilando la propria retorica a una narrazione xenofoba e intimidatoria nei confronti delle persone non bianche, come sempre durante i quattro lunghi anni di mandato. Delle quattro, solo Omar non è nata negli Stati Uniti ma in Somalia, ma nell’affermazione di Trump è subito risultato evidente il collegamento tra quattro persone non bianche e la loro non legittima nazionalità di vere americane.

Le deputate hanno immediatamente ricevuto solidarietà trasversale e le considerazioni del presidente sono state prontamente commentate da Nancy Pelosi, presidente della Camera: “quando Donald Trump dice a quattro rappresentanti del Congresso americane di tornare ai loro paesi, riconferma che il suo piano di “make America great again” sia sempre stato rendere l’America di nuovo bianca.”

“Quando la sorellanza è così forte
che il Presidente degli Stati Uniti non riesce a pensare ad altro”

La narrazione razzista, xenofoba e misogina dell’era Trump si è inserita in maniera pervasiva in una società di fortissime contraddizioni e fratture che sono emerse con prepotenza nel corso delle elezioni dello scorso 3 novembre, che ancora si trascinano a più di una settimana di distanza tra denunce, minacce e fake news. Ma è stato proprio in quest’atmosfera surreale in cui si sono tenute le elezioni con partecipazione record e per di più nel corso di una pandemia, che la riconferma della Squad ha rappresentato una svolta nella volontà popolare di cambiare direzione.

Le elezioni 2020 hanno significato tante prime volte per tante persone. C’è Cori Bush, attivista nera di Black Lives Matter che dal 2014 ha guidato le proteste in seguito all’omicidio di Michael Brown a Ferguson, Missouri, e ora si batte per il Green New Deal e il Medicare For All ( programma di copertura sanitaria universale). C’è Sarah McBride, prima senatrice transgender e prima persona apertamente LGBTQI+ ad essere eletta in Delaware, che vuole scardinare le discriminazioni di genere e riformare il sistema giuridico e sanitario.

Lo scorso 3 novembre e la settimana seguente hanno ribaltato in maniera irreversibile un concetto di politica esclusiva ed escludente, bianca, ricca, eteronormativa e capitalista. Una nuova generazione di attiviste e attivisti per i diritti civili e la giustizia sociale ha scelto, nella svolta progressista, la decostruzione del privilegio dei politici del potere, vicini all’establishment, che fino a questo 2020 avevano ricoperto in gran misura le più alte cariche della nazione statunitense. Le conseguenze di queste elezioni potranno essere osservate solo nei prossimi mesi e negli anni che verranno, ma la speranza di molte e molti è che la consapevolezza portata da chi ha vissuto sulla propria pelle un qualsiasi tipo di discriminazione possa essere effettivamente un elemento centrale nelle proprie decisioni politiche.

Questa è certamente la speranza riguardo alla prima donna afroamericana diventata vicepresidente degli Stati Uniti d’America, sulla quale le critiche rispetto alle scelte politiche passate ( riguardanti principalmente le sue posizioni – poi riviste- sulle persone trans* e sulle sexworker) non si sono fatte attendere, diffuse con una veemenza che probabilmente non sarebbe stata riservata a un vicepresidente bianco.

Per quanto Kamala Harris non possa essere inquadrata in quella ondata iper-progressista e radicale capeggiata da Ocasio-Cortez, la sua elezione è un traguardo senza precedenti, e rappresenta appieno la rottura del soffitto di cristallo: da questo momento in poi la strada per molte sarà un po’ meno difficile, perché Harris sarà pure la prima, ma certamente non sarà l’ultima.

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