Un’altra emigrata sarda ad Amsterdam – Due o tre cose che ho capito mentre ho avuto il Covid-19

di Valeria Cadoni

L’anno sta finendo e non me ne sono accorta, è già novembre, com’è successo?

Di fronte alla mia finestra c’è una classica olandese nera. Sembra nuova eppure si vede che devono usarla poco, perché è parcheggiata sempre nello stesso punto e adesso ha i pedali e le ruote ricoperti dalle foglie secche.

Sono chiusa in casa dal 28 ottobre, in isolamento dentro camera mia. Sono uscita per andare dal medico (era venerdì ed era primo pomeriggio, il Rembrandtpark mi è sembrato magnifico) e poi dopo diciassette giorni ho pensato che i sintomi fossero spariti del tutto, così mi sono messa tre mascherine e sono andata a comprare una scatola di kiwi al supermercato. Al ritorno mi sono seduta su una panchina e ho mangiato un mandarino di cui non ho sentito il sapore, incantata dal sole e dall’aria di questo preoccupantemente mite autunno olandese.

Se contrai il Covid-19, nei Paesi Bassi non c’è l’obbligo di un secondo tampone con risultato negativo per poter tornare a lavoro, uscire o incontrare gli altri: basta che ci si senta completamente bene per ventiquattro ore dopo la scomparsa dei sintomi ed è tutto finito.

Mentre io facevo del mio meglio per prendermi cura di me dentro la mia stanza, nel mondo sono successe tante cose.

C’è stato il venticinquesimo anniversario dell’esecuzione per impiccagione dei ‘nove ogoni’, attivisti nella regione dell’Ogoniland, brutalmente uccisi per la loro battaglia contro la compagnia petrolifera olandese Shell, che ancora oggi devasta, inquina, sfrutta e uccide indisturbata in Nigeria.

Si è saputo che Alberto Genovese, un imprenditore multimilionario qualsiasi, l’ennesimo maschio violento qualunque come ce ne sono ovunque, è stato incastrato dai suoi stessi filmati mentre drogava e stuprava una giovane modella, protetto dal buttafuori nella sua villa.

Gli occupanti israeliani continuano a bruciare gli olivi dei contadini palestinesi, a minacciare e arrestare la loro gioventù, a sparare sulla gente, a distruggere le case in Cisgiordania, a riempire la notte e il giorno di terrore, mentre la comunità internazionale complice tace.

Mentre Donald Trump non è più presidente degli Stati Uniti e per le strade si è festeggiata la vittoria di Biden e Harris, la vera speranza è che non vengano schiacciate dal potere le visioni radicali di Alexandria Ocasio-Cortez, Ilhan Omar, Rashida Tlaib e Ayanna Pressley (nucleo del movimento progressista alla Camera) l’elezione di Sarah McBride (prima senatrice transgender) e di Cori Anika Bush (attivista di Black Lives Matter e prima donna nera eletta al Congresso in Missouri.)

È successo quello che succede ogni giorno: dai porti libici sono partite barche piene di persone disperate che naufragano, il governo italiano blocca le navi del soccorso civile, quelle militari non si muovono, c’è chi muore in mare e chi viene riportato in Libia.

In Polonia, per settimane, centinaia di migliaia di persone hanno marciato per tutelare il diritto all’aborto che lo scorso 22 ottobre il governo guidato dal partito di destra PiS aveva dichiarato illegale.

Migliaia di persone sono state evacuate da Manila e dintorni, sommersi dal tifone Vamco che si è abbattuto sulle Filippine, creando le ennesime e non ultime vittime delle conseguenze della crisi climatica che lo stile di vita antropocentrico e capitalista a cui abbiamo fatto l’abitudine continua con arroganza ad alimentare.

È successo che, nella città in cui sono nata e cresciuta, la presidente dell’Associazione sarda per l’attuazione della riforma psichiatrica ha pubblicamente auspicato conseguenze penali nei confronti dei tanti individui che per anni hanno reso una donna di nome Sonia vittima di infinite derisioni, filmandola e ridicolizzandola a beneficio del pubblico cagliaritano, affamato di debolezze altrui per saziare la propria cattiveria, pronto a sbavare davanti a uno yacht di lusso e a calpestare la dignità di chi, senza fare del male a nessuno, chiede 2 euro per strada.

È successo che ad Amsterdam la ristorazione continua a essere aperta solo per l’asporto, che musei, biblioteche, cinema, luoghi di aggregazione sono stati chiusi e si può passeggiare insieme solo in due, mentre l’obbligo di mascherina nei luoghi pubblici all’interno diventerà realtà solo dal 1°dicembre.

Anche in Sardegna, nel frattempo, i contagi sono aumentati, il coprifuoco ha impedito alla gente di uscire dopo le 22 e in tv è saltato fuori cosa sia stato architettato da giunta regionale leghista e imprenditori italiani senza scrupoli intorno ai giorni di ferragosto, quando con mia sorella e due amiche facevamo le ore piccole a distanza su un asciugamano al Poetto, guardando le stelle e assistendo al surreale spettacolo dei chioschi strapieni di gente sudata che ballava appiccicata come se il 15 agosto 2020 non fosse stato diverso dai precedenti.

Nella mia stanza è successo molto meno.

Nei Paesi Bassi, in caso di mal di gola o tosse o febbre o simili, il tampone è immediato e completamente gratuito. Quindi, la mattina in cui la mia coinquilina è risultata positiva, ho prenotato per l’ora successiva un test il cui risultato mi è stato comunicato 24 ore dopo. I primi sintomi sono comparsi durante l’attesa: mi è venuta la febbre e ho cominciato a sentire ogni centimetro del mio corpo. Quando l’avviso sul mio telefonino mi ha confermato il sospetto è iniziato il mio auto isolamento. Gli operai che stavano montando la cucina sono andati via lasciandoci il fornellino da campo e in casa è cominciata una complicata routine di incastri, mascherine e igienizzanti a fiumi per proteggere i due coinquilini risultati negativi.

All’inizio non l’ho presa benissimo: mi è venuto da piangere, ho chiamato la mia ragazza in lacrime, ho pensato ai tre giorni che avremmo potuto finalmente passare insieme dopo mesi senza vederci e a quel fine settimana a Cagliari che avrei voluto trascorrere con la mia migliore amica. Non volendo far preoccupare nessuno a casa o essere sommersa da messaggi e chiamate che non sarei stata in grado di sostenere, ho deciso di comunicarlo a pochissime intime, da cui ho ricevuto cure amorevoli al telefono ogni giorno, e di avvisare il lavoro e i miei amici di qui, che mi hanno scritto e portato cibo e fumetti davanti alla porta.

Ho passato una fase di sconforto e misantropia. Il GGD (il servizio sanitario municipale) mi ha contattato il giorno successivo facendomi molte domande per cercare di ricostruire la due settimane precedenti al mio test e fare il tracciamento. Non ho preso medicine, la febbre è durata tre notti e poi il quarto giorno mi sono svegliata in un bagno di sudore, il termometro ha rilevato una temperatura da rettile per un po’. Il dolore ai muscoli e alle ossa e la debolezza sono state le cose peggiori; poi, quando era passata una settimana e pensavo fosse quasi finita lì, sono iniziati il raffreddore e la tosse, prima secca, poi grassa, poi secca di nuovo, e sono scomparsi i sensi dell’olfatto e del gusto. Mi sono accorta che potevo distinguere se una cosa fosse salata o dolce ma che a occhi chiusi non avrei saputo riconoscere il miele dal burro di arachidi.

Dopo dieci giorni ho chiamato il mio medico perché per due mattine di fila mi sono sentita il respiro corto, che è una cosa che io conosco bene perché ho l’asma. La dottoressa mi ha infilato il dito nel famoso saturimetro, ha misurato la pressione e la temperatura, ha auscultato i polmoni e alla fine mi ha detto di darmi una calmata, perché la percentuale di ossigeno nel sangue era al 99% e nel mio sterno non c’era nessuna occlusione ma solo una frequenza del respiro molto alta, ovvero un bel pacco d’ansia. Sono rientrata a casa camminando attraverso il parco rosso e arancio e mi sono sentita stanca dopo pochi passi.

Ho mangiato una quantità sterminata di miele, kiwi, zenzero e mandarini, tortellini al formaggio, cotolette di tofu impanato e pizza ai funghi al sapore di niente. Ho letto Lessico famigliare, Diabolik, un libro per bambini di Toon Tellingen in olandese, Fiabe sarde di Sergio Atzeni e Rossana Copez. Ho guardato solo Friends e documentari, mi sono messa a piangere per il testamento di David Attenborough, A life on our planet. Ho provato a disegnare e scrivere ma senza grande successo, la mia ispirazione si è bloccata incantandosi sui pappagalli verdi sui rami spogli degli alberi di fronte alla finestra della mia stanza. Io e la mia coinquilina condividiamo un muro, così ci siamo fatte compagnia parlandovi attraverso mentre facevamo colazione. Sono dimagrita un sacco, mi sono letteralmente sgonfiata: sono abituata a fare sport ogni giorno ma per tre settimane tutte le mie energie sono sparite e così anche la mia massa muscolare si è rammollita. Ho dormito moltissimo, ho giocato a fare canestro nel cestino dell’immondezza con i fazzoletti e sono pure diventata brava, ho completato due puzzle china sul letto e ho fatto yoga per stiracchiarmi. Mi sono addormentata per la noia, l’angoscia, l’agitazione e la stanchezza di niente, e anche quando i colpi di tosse sono scomparsi mi sono sentita debolissima per giorni. La mia ragazza ha studiato al telefono con me che mi rigiravo nel letto al buio, le ore non passavano mai ma è stato ogni volta così bello aprire gli occhi e vederla nello schermo.

Le regole, i consigli, le strategie sono molto diverse nei paesi tra cui mi divido.

Tra le differenze, c’è che quello che ti dicono qui è che quando stai bene puoi uscire e basta e che un secondo tampone dopo la quarantena sarebbe inutile perché risulterebbe certamente positivo anche se il virus è sicuramente già morto dentro di te e quindi non puoi contagiarlo più. E anche che sei immune e che smetti di essere un pericolo per un po’, così ti dicono.

Ho rivisto le mie amiche a tanti metri di distanza, facendo avanti e indietro nel parco per non stancarmi troppo: ero così contenta che avrei saltellato tutto il tempo. Sono tornata a lavoro, ho ricominciato a camminare e ad andare al supermercato, ho ripreso la bici, ho iniziato ad allenarmi di nuovo e i primi giorni non riuscivo a fare più di dieci flessioni senza sentirmi esausta, ho tolto la mascherina dentro casa.

Eppure ho paura che questa immunità di memoria svanisca presto, e di ammalarmi di nuovo, io che sono stata così attenta tutto il tempo ma la Corona, come la chiama mia nonna, l’ho presa lo stesso.

Eppure ho sempre la sensazione di sentirmi pericolosa per chi mi sta vicino, che i miei comportamenti facciano del male a qualcuno, a cui voglio bene o che nemmeno conosco: forse è perché intorno a me percepisco tanto egoismo e disinteresse nei confronti della collettività e di ogni singola persona che la compone, forse perché è da tanta arroganza e superficialità che ho paura di essere contagiata.

Eppure, mi sento incredibilmente grata alla mia vita, perché è dicembre e sono tornata a casa con le dita intrecciate alle sue, perché i miei amici sono sani e la mia famiglia pure, perché ho fiducia in me e nelle cose che posso fare con le mie forze, nei limiti che per il bene di tua nonna e di mio padre non voglio superare, nella consapevolezza delle rinunce che voglio fare per alleggerire il peso del sacrificio di chi ha una storia segnata dal dolore.

È stato un 2020 che non scorderò mai, come forse farai anche tu, e ne parleremo quando saremo grandi, eppure quello che non posso e non voglio dimenticare è che non sono un natale senza cenone o un autunno senza aperitivi a far male, finché teniamo gli occhi aperti, finché proviamo empatia, finché proviamo a cambiare, finché ci siamo e pensiamo a noi tuttə.

Buon anno

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