Storie di discriminazione – Parte III

Questo mese le nostre voci sono state le vostre. Le storie che leggerete sono brevi, lunghe, dolorose, sofferte storie di discriminazione. Alcune sono confessioni, altre sono macigni sul cuore, altre ancora sono tristi tasselli di quotidianità. La discriminazione l’abbiamo vissuta sulla nostra pelle, siamo statə testimoni, l’abbiamo perpetrata; a volte, non siamo statə capaci di riconoscerla. Questo è ciò che ci avete raccontato

Ho detto cose per scherzo. Quando sei dentro qualcosa non puoi vederti, non puoi vedere dove sei. Dovresti uscire, allontanarti e voltarti. Guardare da fuori, guardarti da lontano. Io, se vedessi me stessa quindici anni fa, vedrei una me prima del femminismo e dell’università che ha cambiato ogni cosa. Vedrei una me in stato embrionale della sua formazione intellettuale, una me che non sa ancora niente di quello che sarà, e che immagina se stessa a trent’anni come un’adulta formata per sempre e per sempre uguale negli anni che seguiranno.

Per questo motivo, se guardassi me stessa nei primi anni dell’adolescenza, vedrei una ragazzina che ride a certe battute, ammicca a certi comportamenti, ignora certe ingiustizie. Ho detto alcune cose, tempo fa, e le ho dette per scherzo. Ora non è possibile ricordarle con certezza, sapere con assoluta sicurezza quali siano realmente accadute e quali si sono cristallizzate nella testa come memoria collettiva della mia generazione. Ho chiamato altre donne puttane, zoccole, troie, bagasse; l’ho detto in amicizia, perché faceva ridere, perché le dicevano tuttƏ. Ho detto caghineri, gay, ricchione, per scherzo, ai miei compagni e ai miei amici, quelli che avevano meno palle degli altri ed erano più timidi oppure perché certe cose, semplicemente, non le volevano fare. Erano più le parole dei fatti; se qualcuno me l’avesse chiesto, poi, cosa pensassi di questi termini, avrei detto che sì, li usavo, ma non volevo dire sul serio.

Avrei potuto non farlo, è vero. C’erano delle persone che erano così mature, così avanti, che quelle parole non le hanno mai usate. Avrei potuto non ridere alle battute continue sulle forme iperfemminili del mio corpo fatte dalle mie amiche, dai miei amici, che erano davvero battute, e facevano ridere pure me. Ma avrei potuto non farlo, avrei potuto non ridere. Ma si rideva, e quindi non riderne avrebbe significato rendersi conto della violenza delle parole. Non riderne avrebbe significato trovarsi dall’altra parte, dalla parte di chi vedeva oltre, vedeva la sofferenza dello stare fuori dal gruppo quando si è adolescenti. All’università il mio mondo si è capovolto e ai miei occhi tutte quelle battute, quegli scherzi, lo scherno continuo, la risata per stare al gioco, sono diventati tutti molto meno divertenti. Ci sono voluti comunque tanti anni di esperienze, lezioni, libri, litigi, discussioni in stato di ebbrezza, per capire quanto le parole siano azioni, quanto io sia quello che dico.

A.



La mia esperienza non riguarda una discriminazione che ho vissuto in prima persona, bensì una alla quale ho assistito. Qualche giorno fa, mentre pedalavo verso casa attorno alle 6 di sera, ho notato in una piazza un uomo a terra, privo di sensi. Nello stesso momento in cui l’ho visto, ho notato anche delle persone che gli passavano vicino: continuavano ad andare avanti ma tenevano la testa girata verso di lui, lo guardavano ma non hanno ritenuto opportuno fermarsi a soccorrerlo. Io sono scesa dalla bici, non potevo certo andare avanti e fare finta di niente; confesso che ero spiazzata, perché da quando stiamo vivendo l’incubo della pandemia da Covid19 non è facile anche solo pensare di avvicinarsi a delle persone, tanto più se sconosciute, ma una cosa era certa: dovevo fare qualcosa. Mi sono guardata attorno, ho chiesto una mano a due persone sedute lì vicino, una delle quali si è rivelata essere un medico. Mentre loro controllavano che l’uomo a terra almeno respirasse, io ho visto in lontananza la polizia, e mi sono avvicinata a chiedere il loro intervento. Ma dopo che ho detto che c’era un uomo privo di sensi che aveva bisogno di soccorso, uno dei poliziotti mi ha chiesto: “Lei ha notato se per caso si tratta di un extracomunitario?”. In quel momento ho provato allo stesso tempo rabbia, sconcerto, delusione, incredulità, turbamento. Ho risposto che no, non ci avevo fatto caso, avevo solo visto un uomo riverso a terra, privo di sensi, che aveva bisogno di aiuto. A quel punto mi hanno ringraziata per averli avvisati, probabilmente notando la mia perplessità. Sono tornata da lui, le persone a cui avevo chiesto una mano intanto avevano chiamato il 118, il medico ipotizzava che potesse aver sbattuto la testa cadendo. La polizia ci ha raggiunto con calma, uno di loro ha fatto delle tristi battute sul fatto che l’uomo fosse ubriaco. Quando è arrivata l’ambulanza sono andata via, stravolta, turbata, sfiduciata. Perché la verità era che ci avevo fatto caso, l’uomo non solo non era europeo, ma era in un punto della città nel quale di frequente si ritrovano persone indigenti, senza tetto, in condizioni di disagio economico e sociale. Attorno al suo corpo c’erano delle bottiglie di birra rovesciate, era chiaro che avesse bevuto troppo. Ma per questo non meritava di essere soccorso? In che modo la sua provenienza geografica era rilevante? Se fosse stato un uomo bianco, magari in giacca e cravatta, quante persone si sarebbero fermate per aiutarlo? Il pregiudizio e il razzismo fanno sì che per molte persone possano esistere esseri umani di serie A e di serie B, che sono più o meno degnə di essere soccorsə in mezzo a una strada in caso di bisogno. Non c’è empatia, ma indifferenza, aridità. Io ho visto un uomo, altre persone hanno visto prima la sua etnia, i suoi abiti, le bottiglie di birra, e hanno deciso che poteva stare lì, a terra. Non è solo razzismo il problema, ma un insieme di noncuranza e incapacità di immedesimazione nell’altrə.

MS.


Cara Rosebud,

vorrei raccontarti la mia storia.

Poco più di due anni fa scoprii di avere il papilloma virus, grazie ad un pap test gratuito, così andai in ospedale per visite e accertamenti.

Ricordo perfettamente la prima visita, tremavo come una foglia per la paura e la dottoressa non mi fu d’aiuto.

Mentre mi visitava, mi chiese cosa avessi da tremare così tanto e io le risposi che ero in ansia. Lei a sua volta disse “chi sa perché quando venite qui avete tutte l’ansia”. Rimasi un po’ spiazzata da quella risposta poiché mi aspettavo che provasse almeno a tranquillizzarmi, invece la sua risposta suonò più come un’accusa. Era colpa mia? Avevo fatto qualcosa di sbagliato? Non le posi queste domande, l’ansia mi impediva di parlare e lei non sembrava propensa a confortarmi o anche solo a empatizzare con me.

Arrivati i risultati, la dottoressa mi disse che c’era un virus e un’infezione in corso, ma pensò bene di non essere più precisa, quindi le chiesi di spiegarmi e lei in risposta mi chiese “lei che lavoro fa?”. Io, un po’ perplessa le risposi, e lei disse “ecco, noi non pretendiamo che tutti capiscano le cose mediche”. Dopo questa bella risposta mi parlò come se mi restasse una settimana di vita e io me ne andai sconvolta dallo studio e praticamente in lacrime. Avevo molta paura di quello che stava succedendo, non avevo idea di che tipo di infezione si trattasse, ma da come aveva parlato sembrava una cosa molto grave. Vedendomi così scossa, l’amica che mi accompagnava cercò su internet qualche informazione sull’infezione e scoprimmo che effettivamente si trattava di una semplice micosi, come la candida. Quel che non era chiaro era il referto sul papilloma, nel quale si parlava di un “secondo stadio”.

In quel periodo andavo da una psicologa, che prese a cuore questa mia situazione e mi chiese di vedere i risultati delle analisi (che erano incomprensibili a chiunque). Anche lei non ci capì molto, ma mi disse che aveva una sorella infermiera e mi chiese il permesso di fotografare le analisi per mostrargliele per capire meglio la situazione. Io le diedi il permesso e l’esito della sorella fu che non avevo il papilloma. In realtà lo avevo. Detto questo alla psicologa, anche lei non mi fu molto d’aiuto, ma essendo lei anche sessuologa mi disse comunque la sua, ossia che il papilloma è estremamente contagioso e, al contrario di quanto mi era stato detto dalla dottoressa, non sarebbe certo bastato un preservativo per evitare il contagio all’eventuale partner nel caso di un rapporto ma nemmeno una palandrana avrebbe evitato il contagio; non solo, nessuno avrebbe potuto usare il water dopo di me, altrimenti anche quella persona sarebbe stata contagiata.

Tutto ciò per me era terribile, ho vissuto per mesi con l’ansia. Smisi di avere rapporti alla fine e non volevo che le persone che venivano in casa mia usassero il bagno. Intanto cercai altri dottori, perché era sempre terribile fare le visite con quella dottoressa, ma scoprii che lei era l’unica a fare quelle specifiche visite. Insomma, avrei dovuto cambiare provincia per non avere più a che fare con lei e purtroppo non me lo potevo permettere. C’era una cosa che mi lasciava sempre perplessa ad ogni visita, quando ancora il controllo non era finito. Lei si girava, si guardava intorno e poi diceva “la valle si sta oscurando”. Questa frase mi incuteva un enorme timore, solo dopo qualche tempo mi resi conto che non riguardava me, non era una strana metafora per parlare della mia diagnosi, lei parlava semplicemente di quello che vedeva fuori dalla finestra.

Esattamente dopo un anno, feci un’altra visita e scoprii che il papilloma era scomparso, anche se la dottoressa si preoccupò di dirmi di non essere troppo felice, perché sarebbe potuto tornare. Insomma, non mi lasciò nemmeno quell’attimo di gioia. Nonostante questo mi sembrò addirittura garbata e, mi spiegò che potevo avere tranquillamente rapporti, ovviamente sempre protetti.

Questa è stata una delle esperienze peggiori della mia vita, sia ovviamente per la condizione medica in cui mi trovavo, sia perché il personale medico con cui ho avuto a che fare non mi ha mai confortata, non ha mai cercato di farmi capire quale fosse effettivamente la situazione e il livello di gravità. Mi sembra assurdo che davanti a una persona visibilmente impaurita e in lacrime, quella dottoressa non ebbe nemmeno una parola gentile per rassicurarmi e diede per scontato che, non essendo io laureata in medicina, non avevo neanche il diritto di essere messa al corrente della mia situazione clinica perché tanto non l’avrei capita. La frase poi “strano, quando venite qui avete tutte l’ansia” mi sembra volesse implicare il fatto che noi ragazze siamo delle puttane, che non ci preoccupiamo di nulla e ci spaventiamo solo nel momento in cui c’è qualcosa che non va. Non sono stata l’unica ad aver recepito così questa affermazione, ne parlai infatti anche con la mia medica di base che si infuriò molto e prese addirittura in considerazione l’idea di farle un richiamo. L’ultima cosa che vorrei dire è di non sentirvi in colpa se state male e non lasciate neanche che le altre persone vi ci facciano sentire. Un medico dovrebbe pensare a curarci e non a dare opinioni e giudizi sulla nostra vita.

M.

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