Storie di discriminazione – parte IV

Avete continuato a scriverci le vostre storie di discriminazione e noi continuiamo a pubblicarle e condividerle con tuttə voi. Ogni storia è diversa e si aggiunge alla miriade di esperienze che viviamo nel corso della nostra vita; per questo noi non smetteremo di raccontare, non smetteremo di ascoltarvi.

                     a berlino, per me non è un problema essere lesbica.
                                                      
a roma, per me è un problema essere lesbica.
                                         a roma per me è un problema essere donna.
 a roma, cammino per strada da sola di notte di giorno d’inverno
 d’estate - poco cambia - e sono vittima di catcalling. a roma, in pieno
 centro, cammino mano per mano con la mia ragazza e subisco
 l’omofobia gridata di un uomo in motorino: a lesbiche! non vedo
 come possa essere un insulto.

 a berlino, non ho paura di andare per strada. nessuno, nessuno in
 tre anni mi ha mai gridato nulla per strada. nessuno mi ha mai
 lanciato uno sguardo penetrante, violento, viscido, umiliante al seno
                                           libero sotto la maglietta.
 a berlino, non mi capiterebbe di morire perché mio fratello mi fa
 cadere dal motorino in corsa e sfracassare la testa per terra e poi
 picchia il mio ragazzo trans. a berlino, nessun fratello si sogna di
 giustificare un atto violento con la gelosia protettiva del fratellone
                                                     preoccupato.

 a roma, l’essere troppo femmina, troppo prosperosa, di una mia cara
 amica, le è stato fatto pesare centomila volte dal fratello maggiore:
 non uscire così, dove ti credi di andare, ma che sei pazza, poi ti
 guardano. i vaffanculo della mia amica, che però in fin dei conti, si
 sentiva protetta, non facevano che alimentare l’orgoglio machista del
 fratellone.

 a berlino, non ho mai sentito il dolore di essere donna e lesbica. mai.
 a berlino, la mia sofferenza è provenuta da altre faccende della vita,
 altre faccende tipiche della vita di ogni essere umano in una società
 capitalista e disumanizzante: mi sono sentita povera, sfruttata sul
 luogo di lavoro, mi sono sentita un numero in un ospedale e non
 una persona malata. ho vissuto, qui a berlino, i mali che chiunque
 essere della specie umana condivide, e non sono conseguenza
 diretta del mio genere o del mio orientamento sessuale, ma del
                                                     capitalismo.
                               sembra non esserci via di scampo, eh?
 
a roma, avrei vissuto questi stessi mali, ma aggravati dal mio genere
 e dal mio orientamento sessuale: sul luogo di lavoro sarei stata pagata
 meno del mio collega maschio, sarei stata trattata con sufficienza da
 quest’ultimo, sarei stata guardata male se non avessi indossato il
 reggiseno, sia dalle colleghe che dai colleghi, e se fossi stata povera,
 avrei pensato: è normale che il mio fidanzato mi paga le cene, il suo
 stipendio è più alto del mio. a roma, avrei preferito non dire di avere
 una compagna, sul luogo di lavoro, e avrei percepito l’ironia e il
 disprezzo di più di un ginecologo di fronte al mio rifiuto della pillola
 come metodo contraccettivo perché con la mia ragazza non ne ho
 bisogno, e la sua incompetenza di fronte alla mia domanda sulla
 trasmissione di MST in rapporti lesbici.

                                  a berlino, la mia vita è più facile.
 è difficile quanto quella di un uomo etero o gay, quanto quella di 
                una donna etero, quanto quella di una persona trans.
 
a roma, sarebbe un incubo in tutti i casi sopra citati escluso quello
 dell’uomo etero. ma se è un uomo etero cosciente del proprio
 privilegio, l’incubo è anche il suo.

           se la mia famiglia fosse stata tedesca, non avrei vissuto la mia
            omosessualità come una loro vergogna, una cosa difficile da
        accettare, non per me, ma per gli altri. tutti i drammi che la mia
           famiglia di roma ha attraversato, ce li saremmo semplicemente
                                                       risparmiati.

 certo non è facile, perché richiede fatica, ma lasciatemelo dire, è oggi
 quantomai necessario, risparmiarci almeno questi drammi: basta
 decidere, scegliere ogni giorno, di non voler dar voce al patriarcato.
 di non voler essere unə schiavə del patriarcato, unə agente 
oppressore del diverso, solo perché così c’è stato insegnato da piccoli.
persone ribelli, questo ci serve, a noi donne, gay, neri, trans e via
 dicendo. ci servono persone ribelli, alleatə coraggiosə, voci scomode,
 voci vive e coscienti. ci servono disperatamente perché da sola, io non
 ce la faccio a tornare a roma, dalla mia famiglia mediamente
 omofoba, nelle mie strade piene di suonatori di clacson e occhiolini,
 negli ospedali inospitali, nei luoghi di lavoro giudicanti, non ce la
 faccio, in quanto donna lesbica, a riaffrontare tutto.

                   dunque per ora, qui a belino rimango, in questo (non immacolato,
                   per carità) paradiso dell’autodeterminazione liberatoria, della cura
                     della mente e del corpo diverso, dell’accettazione incondizionata,
                    dei pregiudizi inesistenti. me ne resto qui perché lottare in italia, a
                  roma, mi soffoca, non so da dove cominciare, rinuncio, la mia vita la
                                      dedico ad altre cose, la mia vita la dedico
 
alla mia vita cazzo
e non la affatico a cercare di farmi accettare

                                         lo so, è evidente il mio contraddirmi: prima vi dico di lottare
                                                      con me e poi vi dico che io non lotterò in prima linea.
                                           abbiate pazienza, il mio femminismo è ancora arrabbiato e
                                            pieno di controsensi. abbiate pazienza, a soli 28 anni, sono
                                                                                                                                    già stanca.
 
farmi accettare da chi, poi?
 chi ha il diritto di giudicarmi? chi ha il diritto di ritenermi accettabile
 o meno?
 ho forse ucciso qualcuno?
 no.
 il patriarcato uccide ogni giorno.
 
eppure, eccovi tuttə lì, prontə , schiavə , oppressorə , al Suo servizio, 
sissignore! eccovi lì. 
assassinə.
 
ma tanto durerete poco,
state crollando,
pezzetto dopo pezzetto,
vi stiamo smantellando da dieci fronti diversi,
noi femministe e omosessuali e neri e migranti,
vi stiamo smantellando con determinazione cocciuta,
bisogno di vita, bisogno di aria libera senza catene:

inarrestabile smania di diritto di esistere.

ticonzero

Il mio corpo è un’arma
Mi chiamo Martino, ho 28 anni e sono sardo. Vorrei riflettere su certe emozioni nuove per me e cercare di arrivare ad una plausibile soluzione. Nel 2016, all’età di 23 anni, ho intrapreso un percorso di transizione FtM (Famale to Male) a Bologna. Ho “transitato” fisicamente da un genere ad un altro, con tutto ciò che ha causato un evento così drammaticamente bello nella vita di una persona. A cambiare sono state tante cose, sia esteriormente ma soprattutto a livello dell’anima. Perché quando si cambia genere anche con medicalizzazione ed interventi non è solo il corpo a cambiare ma anche la psiche e la
percezione del mondo che si ha e che il mondo ha su di noi. Io non ho deciso di curare la mia disforia di genere da solo. Con me hanno attuato un processo di transizione tutte le persone che mi sono state vicine soprattutto nei primi anni più duri. Adesso sono passati cinque anni e sono emerse alcune convinzioni. Io agli occhi della società, ho vinto. Perché sono riuscito a “passare” da un genere oppresso verso il genere che tutt’oggi detiene la maggior parte dei privilegi. E sento un forte senso di colpa perché sento su di me il peso della responsabilità del mio genere nei confronti di certe tematiche che purtroppo riteniamo ancora oggi esclusivamente femminili, e vedo che noi uomini non stiamo facendo abbastanza per opporci a questa disparità di genere ormai sotto gli occhi di tutte e tutti. Non basta più solo pensare nella maggior parte dei casi, “Io non sono così”. Perché non è vero. Tutti noi uomini partiamo da una matrice di patriarcato e maschilismo e abbiamo bisogno di educarci per cambiare nei fatti, nel linguaggio, sforzarci di frenare quei pensieri facili carichi di maschilismo che solo il privilegio sa dare. Saperlo riconoscere è il primo passo. Vedo ancora molta reticenza da parte del mio genere a dichiararsi apertamente femminista e sposarne le cause. Questo perché il femminile spaventa e accostare l’aggettivo ad una persona di genere maschile ancora stride. Al giorno d’oggi un uomo non può dichiararsi femminista senza destare un certo sospetto perché sta riconoscendo in un solo istante di far parte inevitabilmente di una parte privilegiata, ma che al tempo stesso fa di tutto per prenderne le distanze. Questo sospetto è sempre frutto del patriarcato e il patriarcato ha delle ripercussioni negative anche sugli uomini. Ma non voglio soffermarmi su questo. Dopo la transizione a cambiare è stato anche il mio corpo. Prima percepito dal mondo esterno come femminile, ora percepito come maschile. Devo essere sincero. “Prima” gli estranei mi aiutavano molto di più se avevo bisogno di aiuto o di un’informazione. Mi capitava molto spesso di scambiare due chiacchiere alla fermata del bus o al supermercato. Adesso è rarissimo che che un estraneo o un’ estranea mi rivolgano la parola se non mi conoscono. Non solo le donne, non è una questione di genere. Un uomo estraneo fa paura, anche ad un altro uomo. Ma il cambiamento più evidente l’ho riscontrato proprio su come le donne mi percepiscono adesso. Mi capita troppo spesso la sera che una ragazza incroci per caso il mio cammino e capisco subito che io sono visto come una minaccia per lei. Da quando il mio corpo è diventato un’arma? Da quando sono pericoloso? Vorrei invece che mi vedesse come un amico, un alleato. L’unica cosa che posso fare io è cambiare strada, perché lei da sola paura non ne ha. 

Martino Atzeni 

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