TERF, donne che odiano le donne: il caso Rowling

di Teresa Rettig

TERF è l’acronimo di Trans Exclusionary Radical Feminism/st, ovvero un femminismo o unǝ femminista radicale che esclude le persone trans. Le femministe transfobiche sostengono che il termine TERF sia un insulto e che spesso anche alcune persone transessuali condividano le loro opinioni, sostengono inoltre che non tutte le persone che condividono queste opinioni sono femministe e che quindi l’acronimo TERF non sia corretto, in quanto la “F” sta appunto per femminista.

Da qualche anno ormai si sentono femministe (o persone che si definiscono tali) di spicco fare dichiarazioni transfobiche. Quello che è venuto a crearsi è un vero e proprio ramo di femminismo che esclude le donne trans perché, secondo questa corrente, le donne trans non sono vere donne.

Il primo nome che mi viene in mente quando sento parlare di TERF è, ahimè, J.K. Rowling. Tutto inizia il 19 dicembre 2019, quando la scrittrice pubblica un tweet di supporto per Maya Forstater, ricercatrice presso un centro di ricerca incentrato sulla lotta alla povertà e alla disuguaglianza, che è stata licenziata per aver assunto posizioni transfobiche affermando che “gli uomini non possono trasformarsi in donne”.

“Vestiti come ti pare. Fatti chiamare come preferisci. Vai a letto con qualsiasi adulto consenziente che ti voglia. Vivi la tua vita al meglio in pace e sicurezza. Ma costringere le donne a lasciare il lavoro per aver detto che il sesso (biologico ndt) è reale?”

Il 6 giugno del 2020 poi, in piena pandemia, l’autrice di Harry Potter condivide su Twitter un articolo chiamato “Opinion: Creating a more equal post-COVID-19 world for people who menstruate” ovvero: “Opinione: Creare un mondo post- Covid19 più equo per le persone che mestruano”, commentandone il titolo con la frase: ‘People who menstruate.’ I’m sure there used to be a word for those people. Someone help me out. Wumben? Wimpund? Woomud?

Ovvero: ‘Persone che mestruano’. Sono sicura che ci fosse una parola per quelle persone. Qualcuno mi aiuti […].” segue elenco di parole in inglese che possono ricordare donna (woman) e utero (womb).

Questo tweet, così come anche il precedente, ha giustamente generato un pioggia di commenti e di indignazione: l’autrice, infastidita dal fatto che non venga usata la parola “donne”, sottintende che solo le donne abbiano le mestruazioni e cancella totalmente gli uomini transessuali dalla sua visione, dando quindi anche per scontato che le donne trans non siano donne in quanto non vivono il ciclo mestruale. La domanda che sorge spontanea qui è: per quale motivo J.K.Rowling è così infastidita dal fatto che qualcunǝ usi un linguaggio inclusivo? Nell’articolo, d’altronde, si parla di tutte le persone che hanno le mestruazioni in relazione alle condizioni igieniche e alle maggiori difficoltà riscontrate durante la pandemia. Nonostante tantissime persone le abbiano fatto notare quanto il suo tweet fosse transfobico, Rowling non ha ritrattato; ha invece affermato di avere tantǝ amichǝ transessuali che stima molto, ma che comunque non si può cancellare il sesso biologico.

Quattro giorni dopo, il 10 giugno, stanca della bufera che si è scatenata contro di lei, l’autrice pubblica sul suo sito un pezzo intitolato J.K. Rowling Writes about Her Reasons for Speaking out on Sex and Gender Issues nel quale spiega le motivazioni alle sue precedenti esternazioni. In questo articolo la scrittrice peggiora ulteriormente la situazione. Afferma infatti che uno dei problemi che più la preoccupano è che le donne trans (o come dice lei “qualsiasi uomo che dica di sentirsi una donna”) avranno accesso ai bagni pubblici riservati alle donne, mettendo quindi a rischio la sicurezza di queste ultime, che potrebbero subire degli abusi da parte di questi uomini camuffati da donne. Io non posso certo dire alle persone quando e come sentirsi in pericolo; però, se potessi, mi piacerebbe chiedere a J. K. Rowling se abbia mai provato a immedesimarsi in una donna trans costretta a utilizzare i servizi maschili e se pensa che la loro sicurezza non possa invece essere in pericolo, considerando che le persone trans sono molto spesso vittime di violenza e molestie proprio per il fatto di non essere cisgender.

Oltre a questo, Rowling si dice preoccupata anche del fatto che moltǝ ragazzǝ decidono di iniziare un percorso di transizione senza in realtà averne bisogno, poiché ora l’accesso alle terapie è diventato semplicissimo e addirittura consigliato. Inoltre, afferma che alcunǝ iniziano un percorso di transizione solo perché trovano migliore o più semplice la vita dell’altro sesso. A corroborare questa tesi, Rowling cita Lisa Littman, una ricercatrice della Brown University, che nel 2018 sostenne che si stava assistendo a una sorta di contagio della disforia di genere tra i gruppi di amici, poiché molte più persone si dichiaravano transessuali, a volte anche all’interno dello stesso gruppo. Insomma, un capriccio. Racconta poi Rowling, a tal proposito, di aver letto quali sono i sintomi elencati da chi soffre di disforia di genere (ansia, dissociazione, disturbi alimentari, odio per se stessi e autolesionismo) e che  quando era un’adolescente lei soffriva di disturbo ossessivo compulsivo e probabilmente, se fosse nata 30 anni più tardi, se avesse trovato una comunità e accettazione online, anche lei avrebbe deciso di cambiare sesso e diventare il figlio che suo padre aveva sempre voluto.

Non so dirvi quanto la lettura di questo saggio mi abbia lasciato delusa, amareggiata e soprattutto allibita dalle parole venute fuori dalla stessa persona che ha scritto dei libri che ho amato. Come si può fingere di non capire che la crescita statistica delle persone in transizione sia dovuta al fatto che ora sia più socialmente accettato e che i trattamenti siano più accessibili?

Vorrei aggiungere un’ultima considerazione riguardo al saggio di Rowling: anche io da adolescente ho sofferto di ansia, odiavo me stessa e il mio corpo e non riuscivo ad accettarmi, ma c’è una piccola differenza tra quello che possiamo aver provato io, J. K. Rowling e un’infinita quantità di adolescenti sparsǝ per il globo e quello che provano ragazzǝ con disforia di genere: non mi sono mai sentita un ragazzo nel corpo di una ragazza. Posso aver pensato che la vita sarebbe stata più facile se fossi stata un ragazzo? Sì. Ma comunque non mi sentivo a disagio o sbagliata per il mio sesso biologico.

Anche Chimamanda Ngozi Adichie, scrittrice nigeriana, autrice de L’ibisco viola e Metà di un sole giallo e del famosissimo Dovremmo essere tutti femministi, ha preso le parti di J. K. Rowling definendo il saggio di cui abbiamo parlato qui sopra “a perfectly reasonable piece” (un pezzo perfettamente sensato) . Solo dopo aver letto gli articoli sull’argomento ho scoperto che già in precedenza Adichie aveva espresso commenti transfobici: come risposta alla domanda “pensa che le donne trans siano donne?” affermò, infatti, che secondo lei le donne trans sono donne trans e che non possono essere messe nella stessa categoria delle donne cis, poiché prima della transizione avevano beneficiato del privilegio maschile.

Parlare di privilegio maschile legato alle donne trans significa ignorare tutte le esperienze e le storie di violenza subite, l’emarginazione, e la battaglie vissute. Anche questa idea è condivisa dai vari gruppi TERF, che ampliano il discorso anche agli uomini transgender accusandoli di aver tradito le loro sorelle per poter acquisire il privilegio maschile.

La questione alla fine è sempre la stessa: qualcunǝ pensa di essere in diritto di decidere chi siano le vere donne, chi ammettere nei gruppi e nei movimenti, chi è privilegiatǝ e persino di sapere perché una persona senta la necessità di cambiare sesso.

Ho scelto di riportare le parole di Rowling e Adichie perché attraverso queste si riesce a delineare il pensiero comune di questo movimento transfobico che si sta diffondendo sempre di più anche in Italia. Due esempi sono ArciLesbica Nazionale e il movimento Se non Ora, Quando? – Libere, di cui ho parlato anche in un precedente pezzo su Rosebud (La legge contro l’omolesbobitransfobia e chi vi si oppone).

Penso che sia importante, in questo momento storico più che mai, prestare particolare attenzione alle parole, scegliere da che parte stare e scegliere le nostre battaglie; per questo motivo Rosebud non si definisce più solo blog femminista, bensì transfemminista.

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