L’importanza di chiamarsi direttrice: il maschile sovraesteso sul palco dell’Ariston

Ieri sera la direttrice d’orchestra Beatrice Venezi, ospite al festival di Sanremo, ha dichiarato la sua volontà di farsi chiamare direttore: “[…] per me contano altre cose: la preparazione, il modo in cui si fanno le cose… La mia professione ha un nome che è direttore d’orchestra.

La notizia ha subito spopolato sui social, soprattutto su Facebook, dove tantissime persone si sono lanciate in commenti (più o meno appropriati) ed elogi alla scelta di Venezi.

Non vorrei soffermarmi troppo a lungo sulle questioni strettamente linguistiche, ma è il caso comunque di ricordare che la lingua italiana marca il genere (maschile e femminile), per cui sui dizionari esso viene specificato tramite la dicitura sostantivo maschile (s.m.), sostantivo femminile (s.f.) e sostantivo maschile e femminile (s.m. e f.) per i sostantivi di genere comune, ovvero quelli che hanno maschile e femminile uguali (per approfondire consiglio la lettura di “Italiano non sessista: guida all’uso). I nomi delle professioni sui dizionari vengono riportati al maschile ma la forma del femminile è sempre segnalata accanto. A questo proposito è degna di nota la recente iniziativa del dizionario di lingua tedesca Duden: poiché il tedesco, similmente all’italiano, marca il genere (ha, in più, il neutro), sul Duden online sono state aggiunte ben 12.000 voci di professioni e ruoli al femminile; ora si potrà trovare non solo Arzt (medico) ma anche Ärztin (medica), non solo Fleischer (macellaio) ma anche Fleischerin (macellaia) e così via, con la precisazione del sesso a cui si fa riferimento. Un’iniziativa che ha destato scalpore e critiche, ma che è molto importante perché dimostra la ricerca di alternative all’uso del maschile sovraesteso.

Ma torniamo a noi. Tralasciando i numerosi commenti della serie “e allora il dentista maschio si deve far chiamare dentisto?”, o quelli sulla presunta esistenza di un genere neutro in italiano, oggi vorrei riflettere maggiormente sulla connotazione delle parole, cioè il significato che ad esse viene associato. Rimanendo sull’argomento della direttrice d’orchestra (non me ne voglia Venezi, ma così come non chiamo un’attrice attore preferisco non chiamare una direttrice direttore), un commento che mi ha colpito diceva che la parola direttrice fa pensare alla direttrice di una scuola elementare, sostenendo implicitamente che il ruolo del direttore d’orchestra abbia molto più valore e che l’associazione a una direttrice di scuola elementare lo sminuisca notevolmente. Questo è un problema che si incontra spesso quando si parla di nomina agentis al femminile: si fa riferimento ad associazioni di vario tipo (chimica fa pensare a una reazione, fisica fa pensare alla materia – e fisico non fa pensare al corpo? –, architetta fa pensare al seno – no comment -) e si sostiene di non poter usare quelle parole proprio perché creano tali connessioni. Potenzialmente ognunə di noi può fare numerose associazioni per tutte le parole che usa ma, per parafrasare Vera Gheno, nessunə pensa a un enorme pene quando nelle partite di calcio l’arbitro segnala un fallo. Il problema principale non è, a mio parere, l’associazione in sé, ma un sessismo di fondo che porta le persone a svalutare e sminuire un ruolo quando questo è declinato al femminile. Nella nostra società, infatti, il maschile (in particolare quando ci si riferisce a determinati mestieri) è ancora la norma; viene attribuita al genere una connotazione carica di una maggiore autorevolezza, mentre il femminile rimane ancora relegato in ambiti semantici di deviazione dalla legittimità di un determinato ruolo.

Beatrice Venezi ha detto che il nome corretto della sua professione è direttore d’orchestra, ma non è esattamente così: direttore è il maschile mentre direttrice è il femminile, e il fatto che una donna senta il bisogno di riferirsi alla propria professione al maschile è sintomo di un sessismo profondamente interiorizzato. Lo stesso ragionamento è riferibile all’ormai ex rettrice dell’Università di Cagliari che ha scelto di farsi chiamare rettore. Se riflettiamo su questi termini possiamo facilmente notare che si tratta di professioni socialmente autorevoli, ricoperte maggiormente da uomini non perché essi siano più capaci, ma perché viviamo in una società patriarcale nella quale è più facile per gli uomini arrivare ai vertici. Quando determinate posizioni vengono ricoperte da donne, è giusto usare i termini al femminile dato che la nostra lingua ce lo permette, ma si incontra sempre un’enorme riluttanza come se usare il femminile fosse una cosa ridicola, inutile, una perdita di tempo (ricordiamo quando Laura Boldrini chiese di farsi chiamare la presidente della camera e scoppiò un finimondo). Il problema non è tanto la scelta della singola persona di farsi chiamare in un modo piuttosto che in un altro, bensì il valore di tale scelta che spesso non viene riconosciuto. Le parole ci rappresentano e ci definiscono, e attraverso la loro scelta noi comunichiamo le nostre idee, i nostri ideali, la nostra identità.

In un programma di grande visibilità come il festival di Sanremo, una direttrice d’orchestra che dichiarasse pubblicamente di voler essere chiamata direttrice compirebbe un atto politico, darebbe visibilità alle donne che ricoprono quel ruolo, farebbe capire al Paese intero che non esistono solo direttori d’orchestra maschi. Al contrario, dichiarando la volontà di essere chiamata direttore, si allinea (anche involontariamente) a un pensiero secondo il quale il maschile non solo è la norma, ma ha molto più valore. Cosa significa poi affermare “per me contano altre cose”? Significa che le altre cose perdono la loro importanza quando impieghiamo un femminile? In che modo potrebbe verificarsi una cosa del genere?

Vorrei concludere con una domanda come spunto di riflessione: spesso chi si oppone all’uso dei femminili professionali sostiene che non è importante stare lì a mettere i puntini sulle i e precisare sempre il femminile per ogni parola. Quindi io mi chiedo: cosa succederebbe se iniziassimo a usare il femminile per riferirci alle persone di sesso maschile? Se Amadeus fosse definito la conduttrice del festival, Mario Draghi la presidente del consiglio, Luigi Di Maio la ministra degli esteri e così via, sarebbe una cosa poco rilevante e potremmo lasciare senza alcun problema il femminile? O verremmo correttə all’istante perché parlare al femminile di un uomo non è grammaticalmente corretto? Siamo proprio sicurə che il problema sia la correttezza grammaticale?

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