Un’altra emigrata sarda ad Amsterdam – Due o tre cose che ho capito in questi anni olandesi

di Valeria Cadoni

È marzo, è arrivata la primavera e io scrivo da Roma mentre aspetto il mio volo per Amsterdam. Sono sveglia dalle due e mezzo di notte perché non sono riuscita a dormire, e mi sento la faccia grigia. Oggi a Cagliari c’era il sole, l’ho guardato sorgere dall’imbarco poco prima della partenza. Non mi succede mai, ma questa volta ho scoperto di avere il posto finestrino, e mentre l’aereo decollava ho visto il mare e lo stagno brillare e la linea di costa da Santa Gilla a Quartu separare la terra dall’acqua. L’aeroporto di Fiumicino brulica di poliziotti armati fino ai denti e viaggiatori confusi, ai banchi dell’accettazione tanta gente non capisce lo strano inglese delle indicazioni sul pavimento, il personale cerca di star dietro ai cambi di direttive delle diverse nazioni ed è tutto un «da ieri per la Gran Bretagna inglese ci vogliono questo, questo e quest’altro documento, mi dispiace signora ma non può partire» o «se vuole arrivare in Corea passando dall’Olanda le serve ugualmente questo foglio stampato, le regole non le faccio io, please contact this number

Per entrare nei Paesi Bassi ho dovuto presentare un test molecolare non più vecchio di settantadue ore e uno antigenico da fare non più di quattro ore prima del volo. Quando atterrerò ad Amsterdam dovrò stare in quarantena per dieci giorni prima di poter uscire oppure fare un altro test tra cinque giorni. Intanto, da oggi la Sardegna è tornata in zona arancione dopo qualche settimana di bianca ubriachezza, mentre quello che mi aspetta a destinazione è un paese quasi immobile in cui i contagi continuano a salire pompati dall’ormai nota variante inglese. Parto dopo un intero inverno trascorso in Sardegna, all’indomani della nascita del governo Draghi e delle elezioni che spostano, ancora e ancor di più, anche il popolo olandese sempre più a destra con il nuovo Rutte IV, dove l’unica buona notizia è che la prima leader di partito nera, Sylvana Simons di BIJ1, ha preso abbastanza voti da entrare nella Tweede Kamer, la seconda Camera, aprendo una breccia in un panorama politico dominato da uomini ricchi e bianchi.

Sono stata in Sardegna per tre mesi, tre bellissimi mesi. Sono arrivata all’inizio di dicembre con la mia ragazza immaginando di trascorrervi insieme il Natale e ripartire a gennaio ma poi, quando i nostri rispettivi paesi ospitanti si sono chiusi ancora di più, abbiamo deciso di rimandare e rimandare, cullate da baci e voci amiche. Ormai il Covid-19 è nelle nostre vite da un anno, tutto è un po’ cambiato, tutto va ripensato, certe cose nella mia vita sono più belle, molte sono confuse, altre mi fanno soffrire di più.

Parlo di ritorno e parlo di partenza ma non so bene cosa voglio dire. Dopo quasi cinque anni, per la prima volta, non ho sentito quella spinta invincibile verso i canali e le case storte: forse perché le cose che mi hanno reso felice in tutto questo tempo sembrano ormai irraggiungibili, le pose e le chiacchierare con le artiste e gli studenti durante le pause in giardino mentre mangio una banana avvolta nel mio accappatoio, le passeggiate con le amiche per il quartiere di De Baarsjes fino al nostro coffeeshop preferito, arrivare fino a est, gli scaffali agli angoli delle strade con i libri in olandese che avevo in mente di comprare, le vie piene di biciclette e i musei pieni di gente, il club di lettura in presenza in biblioteca il martedì, la spiaggia nudista sul prato davanti al lago in primavera, la gente con i nomi che non so pronunciare e le storie che sanno incantarmi.

O forse, questa paura che non mi aspettavo è arrivata perché ho avuto il tempo di immaginarmi lavorare a Sant’Elia e vivere a Villanova, fumare in balcone con la mia migliore amica mentre il sole tramonta in lontananza sul porticciolo di Su Siccu, presentare alla mia famiglia la ragazza che amo, pedalare a Molentargius verso sera, guardare le piante alte all’orto botanico con una figlia che ancora non esiste.

Sono a casa (la mia prima, la mia seconda casa) e sento un vuoto celestiale, sono piena, piena di dubbi, piena zeppa d’amore. Mi dico che è una sfida, questa. Una sfida ad ascoltarmi senza fretta e senza pregiudizi, ascoltare me che, a quasi trentadue anni, sono qui, nella città in cui ho sempre voluto vivere e invece adesso non lo so più, forse non basta. Stasera c’è quel resto di giorno soleggiato, tenue, è più tenue il colore del cielo qui. Una scoperta di me, in questo posto che si riflette sull’acqua la sera, in cui nessuno mi conosceva, dove io non conoscevo nessuno, nel bene e nel male, cinque anni bellissimi, settembre.

Come ti senti tu, come mi sento io? È puzza di paura di fallimento quella che sento? È il peso di un vuoto lasciato dal tradimento di un sogno, quello che mi schiaccia? E che forma doveva avere questo sogno?

Mi sembra di essere fuori tempo massimo per realizzarlo, qualunque esso sia, sento fretta di decidere, di capire, come se non ci fosse più spazio per l’indefinito, vorrei sapere ora cosa diventare e come farlo, dove. Ascolto Paolo Nutini, Iron Sky, sono impaziente ma non serve: vorrei pesare le due anime, fonderle in una sola, trovare l’armonia.

Vediamo domani?

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