Disturbi mentali e stigma sociale: una conversazione con la dottoressa Alessia Di Tota

di Marina Scroccu

La pandemia di Covid19 ha messo il mondo intero davanti a enormi sfide, rivoluzionando le nostre vite e rendendo traballanti le nostre certezze. Nell’ultimo anno ci siamo ritrovatə ad affrontare un problema invisibile e insidioso, abbiamo dovuto cambiare le nostre abitudini, fronteggiare una malattia sconosciuta e spaventosa, nuove paure e incertezze.

Tutto questo ha inevitabilmente delle conseguenze pesanti sulle nostre vite e spesso sulla nostra salute mentale. Ma quest’ultima rimane un punto sempre molto difficile da affrontare, di cui troppo di frequente si evita di parlare. La pandemia ha contribuito in minima parte a far parlare un po’ di più di alcuni disturbi mentali, ma c’è ancora un ostacolo piuttosto difficile da superare: lo stigma sociale.

Il concetto di stigma è stato “adottato dalla psichiatria sociale per definire l’insieme di connotazioni negative che vengono pregiudizialmente attribuite alle persone con problemi psichici a causa del loro disturbo e che determinano discriminazione ed esclusione.”

Lo stigma è legato a costrutti culturali dominanti e a stereotipi, che portano all’associazione di determinate caratteristiche negative a una persona o a un gruppo di persone. Per esempio i disturbi mentali sono spesso associati a debolezza, mancanza di determinazione, pericolosità, inaffidabilità. Tali associazioni fanno percepire una persona con un disturbo di questo tipo come diversa, portando alla sua discriminazione ed esclusione. La discriminazione a sua volta porta le persone affette da disturbi mentali ad avere paura, a voler nascondere il problema, a sentirsi sbagliate, e spesso può portare alla negazione del problema stesso. Un altro fattore importante nella costruzione dello stigma verso le malattie mentali è probabilmente la difficoltà di comprensione: mentre tendiamo a comprendere meglio un disturbo fisico, più facilmente descrivibile e associabile alla nostra esperienza, il disturbo mentale è qualcosa di più complesso, meno immediato a livello di comprensione. Il dolore fisico lo conosciamo tuttə, spesso porta a conseguenze visibili (se ci si frattura si porta il gesso, se si subisce un intervento chirurgico si avrà una cicatrice) e per questo è più semplice empatizzare con chi lo lamenta; il dolore psicologico invece non solo è invisibile, ma spesso anche molto complesso da descrivere da parte di chi lo vive, per cui risulta essere di più difficile comprensione.

Si aggiunge poi un frequente uso scorretto delle parole, il quale fa sì che certi problemi vengano sminuiti e non visti come tali. Spesso, per esempio, si usano le parole ansia e depressione per descrivere stati di agitazione o tristezza che tuttə sperimentiamo nella quotidianità, creando una semplificazione che porta a non riconoscere e vedere come non gravi il disturbo d’ansia e il disturbo depressivo. Anche quando non sembra, le parole che scegliamo di usare hanno un forte potere nel trasmettere significati e per questo è importante non sottovalutare mai tali scelte. Inoltre, nella nostra società i disturbi mentali sono considerati quasi come dei tabù, si evita di parlarne, si ha paura di essere etichettatə come pazzə, ci si vergogna e si teme il giudizio.

Per approfondire e capire meglio queste tematiche ho avuto il piacere di fare qualche domanda alla dottoressa Alessia Di Tota, psicologa e specializzanda in psicoterapia presso l’Istituto Italiano di Psicoterapia Relazionale.

Cosa si intende esattamente con “disturbo mentale”?

Faccio una piccola premessa, perché il benessere psicologico non è qualcosa che si raggiunge e rimane immutata nel tempo, una certa quota di disagio o sofferenza psicologica è parte della vita di ciascun* di noi. Nella vita di tutti i giorni sperimentiamo tantissime emozioni, alcune anche più dolorose come ansia, preoccupazione, paura, rabbia, frustrazione, tristezza, senso di colpa o solitudine. Queste emozioni o stati d’animo possono essere considerati disfunzionali nel momento in cui diventano intensi e pervasivi nelle varie sfere della vita di una persona e si ha difficoltà a ritrovare uno stato di equilibrio.

Il disturbo mentale può essere definito come una condizione di sofferenza prolungata e intensa, accompagnata da alterazioni significative della regolazione dei comportamenti, delle emozioni e della sfera cognitiva. Sono disturbi che si presentano con una sintomatologia specifica. Nella maggior parte dei casi questi disturbi sono accompagnati da disagio e malessere nell’individuo e da alcune difficoltà che riguardano diverse aree della vita, cominciando dalle attività più quotidiane (svegliarsi, lavarsi, mangiare, dormire), fino ad arrivare all’ambito lavorativo e alla sfera relazionale e sociale.

Credo sia importante aggiungere che non sempre il malessere o la sofferenza psicologica che proviamo in alcuni periodi della vita sono definibili necessariamente come disturbi mentali. Gli eventi che ci succedono (faccio solo qualche esempio: i lutti, le perdite, gli insuccessi), le relazioni che viviamo (anche qui faccio solo qualche esempio: le separazioni, gli allontanamenti, le relazioni disfunzionali, alcune dinamiche familiari) e le difficoltà di vario tipo che possono presentarsi nella vita affettiva, nelle relazioni e nella vita lavorativa, possono attivare dentro di noi dei vissuti dolorosi e creare un disagio significativo. Questo disagio psicologico può essere caratterizzato da frustrazione, rabbia, tristezza, angoscia, aggressività, ma non avere dei sintomi specifici. Penso sia davvero importante non trascurare questo disagio e, anzi, è fondamentale prendersene cura, anche se non è classificabile come disturbo mentale vero e proprio.

Quali sono i disturbi mentali più diffusi in Italia e gli stereotipi più comunemente ad essi associati?

Partiamo da un po’ di numeri, che sono sempre utili per farsi un’idea della situazione per poi svilupparci delle riflessioni sopra. Da fonti Istat del 2018, emerge come la depressione sia il disturbo mentale più diffuso, in Italia sembra che nel 2015 ne abbiano sofferto circa 2,8 milioni. Spesso è associata con l’ansia cronica grave, dai dati si stima che il 7% della popolazione oltre i 14 anni (cioè circa 3,7 milioni di persone) abbia sofferto nell’anno di disturbi ansioso-depressivi. Con l’aumentare dell’età aumenta anche la prevalenza dei disturbi di depressione e ansia cronica grave (dal 5,8% tra i 35-64 anni al 14,9% dopo i 65 anni). Sono presenti anche differenze di genere, questi disturbi si presentano più nelle donne (9,1% contro 4,8% degli uomini), compaiono soprattutto in età adulta e aumentano nella popolazione di 65 anni e più (19,2% donne contro 9,5% uomini). Inoltre, un dato interessante che emerge dalla ricerca e vorrei riportare è che i disturbi ansioso-depressivi si associano a condizioni di svantaggio sociale ed economico. Infatti, rispetto ai coetanei più istruiti, le diagnosi raddoppiano negli adulti con basso livello di istruzione e triplicano (16,6% rispetto a 6,3%) tra gli anziani.

Il pregiudizio più grande che credo ci sia sui disturbi depressivi è l’idea che la persona possa decidere di riprendersi quando vuole, sia sufficiente pensare positivo per risolvere tutto e con il trascorrere del tempo starà meglio. Peggio ancora, qualcosa che viene ricordato a chi soffre di depressione è che magari ha una vita stupenda, casa, famiglia, affetti, lavoro e nessuno motivo apparente per lamentarsi, perché c’è chi sta molto peggio di lui. Ecco, questo non fa altro che aumentare il senso di colpa e vergogna che può provare una persona con questo disturbo.
Dobbiamo ricordarci che la depressione è un disturbo mentale, che spesso viene trattato sia con la psicoterapia sia con un supporto farmacologico e non basta voler stare meglio per stare meglio. Quando ci rompiamo un braccio non basta desiderare di guarire per farci aggiustare le ossa, la stessa cosa vale per i disturbi mentali. Anzi, spesso è molto più difficile trattarli perché non sono sufficienti due mesi di fisioterapia e di antidolorifici, è necessario che la persona intraprenda un percorso per individuare cosa è successo, cosa ha portato allo sviluppo di alcuni sintomi (in questo senso parlo in generale e non solo per i disturbi depressivi), da dove arriva quel malessere (che spesso ha radici molto lontane), deve affrontare avvenimenti del passato e come questi hanno avuto effetti nella sua vita. Ci vuole molto coraggio per iniziare un percorso, mentre ce ne vuole molto meno per andare in pronto soccorso quando ci si rompe un braccio o andare dal medico quando abbiamo la febbre.

Pensi che la pandemia di Covid19 potrà contribuire a far parlare di più dei problemi psichici?

Sì, credo che la pandemia abbia aiutato a parlare di più di disturbi psichici, però come spesso accade se ne parla un giorno e la mattina dopo l’attenzione mediatica è scomparsa.
Credo sia importante dare a tutte le persone di tutte le fasce di età la possibilità di accedere a dei percorsi. Se questo non è possibile nelle ASL (strutture pubbliche a cui si può accedere gratuitamente, che però oggi sono in grande sofferenza perché già prima della pandemia erano in grave deficit di personale), finanziando con dei bonus la possibilità di accedere a dei percorsi negli studi privati. Bisogna prendersi cura di chi sta avvertendo un disagio psicologico e dargli la possibilità di affrontarlo, perché in un momento così difficile sotto tantissimi punti di vista, sanitario, economico, sociale, lavorativo, non va dimenticato quello della salute mentale. È un anno che siamo esposti ad una situazione traumatica collettiva che muove in ciascuno di noi angosce profonde, richiede di affrontare lutti e perdite, ci tiene distanti e lontani, con la paura che possiamo contagiarci con una sola stretta di mano. Senza contare le fasce di popolazione più giovane, bambini e adolescenti, che più di tutti stanno pagando in termini evolutivi questa pandemia. Non è un caso che la maggior parte dei reparti di neuropsichiatria infantile siano pieni a causa dei tanti ricoveri per tentati suicidi o atti di autolesionismo. Quindi parlarne di più è sicuramente un aspetto positivo, ma non sufficiente.

Quanto influisce lo stigma sociale nella scelta personale di intraprendere un percorso di psicoterapia?

Credo che i pregiudizi che ci sono sul disagio psichico e sulle figure che si occupano della salute mentale (psicologo, psicoterapeuta, psichiatra) abbiano una grande influenza sulla decisione di iniziare un percorso e chiedere aiuto. Si continua a credere che dallo psicologo ci vadano i matti, che chi ci vada sia un debole e non in grado di risolvere i propri problemi da solo. In realtà, chi decide di intraprendere un percorso psicologico dimostra di essere molto consapevole delle proprie difficoltà e di avere una grande voglia di lavorarci sopra per stare meglio e ritrovare il proprio benessere.
Io credo che sia un vero atto di coraggio, perché durante il percorso ci si ritroverà ad affrontare alcuni fantasmi che ci portiamo dietro dalla nostra storia e che non sempre abbiamo affrontato, ma magari li abbiamo solo messi da una parte e loro ogni tanto tornano a farci visita. Decidere di iniziare un percorso vuol dire prendere coraggio per affrontare questi dolori del passato per elaborarli, mettendoli nel nostro zaino, ma smettendo di trascinarli dietro come dei pesi che ci impediscono di continuare a camminare nella nostra vita.

Ci sono anche diversi pregiudizi sui professionisti della salute mentale, per cui si pensa che quest* dottor* possano leggerci nella mente, darci consigli o avere una risposta per tutto. Anche questo stigma tiene lontane le persone dalla stanza di terapia. Invece, è importante sapere che per diventare psicologo, psicoterapeuta e psichiatra i percorsi di studio sono davvero lunghi e forniscono delle competenze diverse. Nessuno di loro comunque ha come obiettivo quello di dare consigli, ma quello di accompagnare la persona a indagare quali sono le cause della sofferenza e mettere in luce le risorse per affrontarla.

Moltissimi di quest* professionist*, tra cui anche io come psicologa e specializzanda in psicoterapia, utilizzano i social per sfatare falsi miti che ci sono su queste tematiche e per diffondere una corretta informazione, cercando di facilitare chi sente di aver bisogno di aiuto a poterlo chiedere.

Ci sono dei disturbi che potremmo considerare più socialmente accettati?

Rispondo sulla base della mia percezione come psicologa, ma anche come semplice persona che si muove nel mondo e mi sembra che ad oggi i disturbi di cui si parli di più siano i disturbi d’ansia. L’impressione che ho dalle richieste de* pazienti, dagli interessi espressi nei miei sondaggi sulla pagina Instagram (che è un piccolissimo bacino di utenza, ma comunque a me fornisce delle indicazioni sugli argomenti più caldi per chi mi segue) e anche da quello che ascolto in generale, ad esempio in tv, è che la società in cui siamo ci pone davanti a talmente tanti obiettivi e pressioni che spesso ci ritroviamo schiacciat*. Così, l’ansia sembra essere un disagio largamente diffuso, per ciascuno in maniera e severità differente nel manifestarsi dei sintomi. Non intendo necessariamente al punto da strutturare un disturbo, ma anche presentandosi occasionalmente come un semplice disagio, che però crea delle difficoltà, e che spesso si esprime anche attraverso il corpo con sintomi somatici.

In generale, credo si accettino più facilmente quei disturbi considerati meno evidenti e disturbanti a livello sociale, pensiamo alla schizofrenia e a quanto chi ne soffre ne sia profondamente stigmatizzato ancora oggi.

Ho fatto solo qualche esempio, ma di certo la risposta non può essere considerata del tutto esauriente.

Quanto pensi che influisca l’uso scorretto delle parole e del linguaggio in generale nella costruzione e nel mantenimento di questo stigma?

Questa è una domanda molto interessante, perché le parole che utilizziamo significano la realtà che ci circonda e la rappresentano. In realtà, moltissime delle parole dell’ambito psi vengono utilizzate comunemente nel linguaggio di tutti i giorni in maniera impropria “mi sento troppo depress*” quando magari si ha una brutta giornata, “sei bipolare” per dire che si è volubili, “sei isterica” per dire che sei nervosa, “sei psicopatico” per dire che sei malvagio. In questo senso, l’uso di queste parole non fa altro che confondere le idee su cosa voglia dire davvero quel termine. Faccio un esempio per tutti: il disturbo bipolare, ipersemplificando, riguarda un’alterazione molto importante del tono dell’umore che avviene ciclicamente e può accadere in tempi e modi diversi, ma che non ha nulla a che vedere con il cambiare idea su qualcosa o sentire di avere aspetti di sé contrastanti o, addirittura, più personalità.

La parola matto/pazzo continua a essere utilizzata per dire che qualcuno è strano, ma anche che si comporta in maniera non conforme a come ci si aspetti, qualcuno a cui non si dà credito o di cui non ci si fida. Questa parola continua ad essere utilizzata anche per indicare chi si rivolge alle figure psi e continua quindi ad alimentare la stigmatizzazione di chi inizia un percorso. Per cui penso che sì, l’uso di una certa terminologia rafforzi lo stereotipo de* psi come il dottore/la dottoressa un po’ stran* che potrebbe leggerti nella mente e che se ci vai sicuramente è perché non sei uno che se la cava, un po’ debole, che sicuro da solo non ce la fa. Nulla di più lontano dalla realtà.

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