Un’altra emigrata sarda ad Amsterdam. Due o tre cose che ho capito in questi anni olandesi

di Valeria Cadoni

Andrà tutto bene, “alles komt goed”, è un motto così abusato da sentirsi già vecchio e lontano anni luce da noi, più che patetico, inutile, una macchiolina alle nostre spalle. Forse era chiaro dall’inizio come sarebbe andata, ma appeso ai balconi creava illusioni e faceva poesia. “We hebben al zoveel dingen om over na te denken, toch?” suona più attuale, più 2021: abbiamo già abbastanza a cui pensare, o no? Nella mia testa questa frase è il simbolo del periodo storico che stiamo vivendo: è versatile, è subdola, sta bene con tutto e ha il potere immediato di minimizzare l’urgenza dei bisogni di un gruppo di persone attraverso l’indifferenza largamente condivisa di altre (se ne facciano una ragione i disabili perché non fa a rendere accessibili i concerti a tutti, non c’è lavoro e stiamo a sentire le madri lesbiche? queste ragazzine che per non andare a scuola si inventano la scusa dell’ambiente non le sopporto, di razzismo ne parliamo un’altra volta cosa vogliono adesso è appena finito il mese del Pride e già abbiamo riempito gli stadi con gli arcobaleni…)

È sempre così, no? Siamo impregnatə di retorica autoreferenziale sulla magnificenza, sulla civiltà dell’Europa, ma le responsabilità e le conseguenze dell’aver depredato comprato venduto sottomesso il resto del mondo è storia vecchia ed è tempo che questo guardi avanti, è tempo che si modernizzi, noi ci siamo arrivati, no?

A settembre vivo da cinque anni all’estero, sono partita con tanto amore per la Sardegna, un sacco di rancore verso l’Italia e uno zaino pieno di grandi speranze nei Paesi Bassi. Ho capito tante cose, tante altre mi sono ancora oscure. Da tre anni faccio la modella d’arte, un lavoro che ho iniziato qui e che mi piace moltissimo perché non solo mi permette di vivere il mio corpo con libertà in un contesto artistico che mi ispira, ma anche di conoscere tante  persone, che sono quasi sempre gentili, sorridenti, felici del fatto che parlo bene la loro lingua e che mi piace ascoltare e chiacchierare con loro durante le pose. Vivo in un bellissimo quartiere popolare costruito ai primi anni del Novecento tra i cui portici si percepisce un inizio di gentrificazione, con i nuovi negozietti che vendono frullati e petali di rose secche dentro barattoli di plastica a dieci euro, ma che sembra ancora resistere alla minaccia, popolato com’è da olandesi di prima, decima generazione e nuovi locals, centri di cultura islamica, coffeeshops frequentati da italiane e arabi, campeggi al parco per chi non può permettersi di andare in vacanza in Francia e piccoli centri di aggregazione dove si mangia insieme e si condivide un orto. L’ambiente che frequento per lavoro, invece, è molto poco eterogeneo: quasi nessunə docente, studente o collega fa parte di minoranze marginalizzate, sono tuttə giovani e anziane brillanti, appassionati d’arte, quasi tutti bianchi, che mi tengono sul palmo della mano mentre studiano le proporzioni del mio corpo chiedendo se è una caratteristica della mia famiglia avere il busto più lungo delle gambe o se in Sardegna siamo fatti così.

Quasi nessuno di loro, durante quest’anno, sembra abbia mai avuto paura del coronavirus, in poche hanno tenuto la distanza o fatto caso alla ventilazione delle stanze, in tanti hanno ironizzato sulle precauzioni consigliate dal ministero della salute.

In questa atmosfera intrisa di un malinteso senso di libertà, in cui essere sani diventa un merito e preoccuparsi della salute della propria comunità una ridicola debolezza, ci sono sempre quelle due o tre persone che stanno in disparte: le vedo sorridere sotto la mascherina ma con apprensione, nei loro occhi leggo che vogliono dipingere ma che c’è qualcosa che li spaventa di cui non possono parlarne senza sentirsi a disagio. Ecco, io in quest’ultimo anno ho posato per loro.

In questi giorni si festeggia l’eliminazione di tutte le misure di contenimento del virus (tra cui l’obbligo dell’utilizzo delle mascherine all’interno, entrato in vigore a dicembre 2020) e mi sono chiesta il perché di tanta insofferenza e di tanto sollievo, visto che, in realtà, a parte il coprifuoco durato tre mesi, l’impossibilità di bere dentro un pub, andare per negozi senza coprirsi naso e bocca o visitare un museo per qualche mese (il settore culturale, evidentemente, è stato l’ultimo ad aprire), per fortuna i momenti di socialità in Olanda non sono mai stati completamente cancellati dalle misure: anche le più dure infatti non hanno impedito di passeggiare per la città con gli amici a viso scoperto o radunarsi all’esterno, ma hanno limitato le occasioni di assembramento nei luoghi in cui si spende (che nell’immaginario comune sono oggi quelli in cui l’interazione tra concittadinə si compie al meglio ma in realtà non fanno altro che veicolare l’idea di società classista e abilista in cui siamo abituatə a vivere da ben prima del covid-19).

La settimana scorsa, mentre pedalavo verso la mia spiaggia naturista preferita in città, sulle sponde di Gaasperplas, il mio sguardo è stato catturato da un manifesto che accomunava le restrizioni di quest’anno all’occupazione nazista dell’Olanda nel 1940. Un brivido mi ha attraversato la schiena: lo stile è lo stesso dei volantini di Casapound e Forum voor Democratie, inconfondibile, perché chi parla di libertà in questo modo così superficiale non ha mai saputo cosa significhi essere umiliatə, braccati, discriminate e messe in una gabbia. Sono gli stessi che non vorrebbero mai che Keti Koti (la giornata che celebra l’emancipazione dalla schiavitù olandese in Suriname, letteralmente ‘catene spezzate’ in Sranantongo) diventi festa nazionale nei Paesi Bassi, gli stessi che odiano la polizia solo quando fa disperdere la folla durante i raduni dei novax mentre il resto dell’anno venera i militari e le loro missioni di pace, gli stessi che vanno in Sud Africa perché lì sentono le loro radici però i marocchini qui non ce li vogliono.

Mi sono chiesta come mai questa fretta di liberare tutti da parte del governo Rutte IV (che ha recentemente stravinto le elezioni nonostante il toeslagenaffaire, ovvero lo scandalo che ha portato alla luce il sistema di discriminazione su base etnica nell’assegnazione dei sussidi per i figli di più di 20.000 famiglie a basso reddito). La risposta, in realtà, è la più semplice, banale e crudele di tutte, e sta nel solito gioco dei due pesi e delle due misure, un gioco orientato su chi detiene il potere maggiore e vinto sulla pelle della salute pubblica, fisica e mentale.

In un paese in cui il razzismo istituzionale c’è ma non si dice, la sanità è a pagamento e il nulurencotract la fa da padrone (se non ti senti bene e non puoi andare a lavoro non ti pagano), quando chi ha lo stesso cognome di commercianti e schiavisti del 1600, un contratto che ne tutela i diritti e i soldi per pagarsi le cure in caso qualcosa vada storto, ecco, quando quel qualcuno dice che non ne può più di fare shopping indossando un oggetto invasivo e spersonalizzante e che se ne vuole andare in vacanza senza farsi controllare il naso, allora c’è un ottimo motivo di avere fretta, soprattutto se quel qualcuno ti ha votato per il decimo anno di fila.

L’estate è arrivata e ad Amsterdam sono tornati i turisti con gli occhi gonfi come biglie dalle nove del mattino che ciondolano facendo lo slalom tra le biciclette sputando per terra con la bocca impastata, ridendo delle sex workers davanti alle finestre rosse a De Wallen; pedalo da lavoro verso casa la notte e sui marciapiedi ci sono di nuovo i grupponi di uomini che si incontrano per sostenere la nazionale maschile arancione o la seconda scelta che si è qualificata, imprecano sbronzissimi e stanno in mutande perché loro possono (in questo punto qualsiasi dell’Occidente dove sono sempre gli uomini a decidere i limiti di decenza e libertà da non superare, dove il niqab è un affronto all’autodeterminazione femminile e qualunque donna sarebbe un’esibizionista se sedesse a tavola senza reggiseno per mangiare al fresco a fianco dei familiari maschi a petto nudo). Le strade sono di nuovo quasi piene, eppure si vede che manca gente, il vuoto che rimane è inconfondibile: mancano i tanti Pejter e Marieke con figli che sono già partiti nella loro villa a Curaçao e i tanti Mark con gli amici che stanno ballando a Tenerife mentre pensano che questa seccatura del virus se la sono finalmente tolta dalle palle, e menomale, ché i problemi erano già tanti. Quantə di loro torneranno tra qualche settimana e compreranno datteri israeliani, storcendo il naso davanti al servizio sui rifugiati in tv e gongolando per la generosità del proprio governo che scarica alle ex colonie le dosi di Astrazeneca che non si fida di somministrare agli olandesi sotto i sessant’anni, e così, abbronzati e felici festeggeranno la propria libertà riconquistata?

È ovvio che gli europei con i soldi non li si vuole fermare: chi non ce li ha se ne stia pure a casa come ha fatto d’inverno, certo, ma chi ce li ha bisogna farlo sentire come un dio, tutte le strade gli si spalanchino davanti, l’Occidente ha avuto un anno duro, va consolato e premiato senza limitazioni. E allora, se in Italia abbiamo avvantaggiato i ricchi e i benestanti permettendo loro di attraversare le regioni per raggiungere le seconde case, ma lasciato i poveri a impazzire dentro i loro bilocali, anche qui è arrivata un’altra estate e di nuovo la retorica sul virus improvvisamente si capovolge: la pressione mediatica improvvisamente scompare, da nessuna parte viene ricordato di non abbassare troppo la guardia, esiste solo il turismo nella sua accezione più devastante per territori e popolazioni indigene, i giovani rampolli della società che conta possono anche vaccinarsi dopo la loro vacanza e gli anziani vadano pure nei club esclusivi in Sardegna o in groppa agli elefanti dove la gente già muore d’altro, ché non sarà certo un po’ d’influenza a spaventarla, “speriamo che a ottobre vada tutto bene”.

Mangiamo maiali imbottiti di antibiotici e pesci pieni di plastica, ci intossichiamo d’alcol tabacco coca cola e droghe sintetiche immersi nel wifi e nello smog giorno e notte, ma di fronte a un vaccino diventiamo tutti salutisti; in Sardegna chiamiamo la polizia se un senegalese passeggia per strada con la bocca scoperta, ma il tedesco con il cash ci può pure mangiare in testa mentre gli puliamo le infradito tra un cielo e una terra invasi dai militari; ci lamentiamo delle piogge tropicali a novembre ma fa figo schizzare la gente in bici con le ruote della macchina in corsa e stare sempre dalla parte dell’imprenditore del mattone che piange crisi, ci piace denunciare il fruttivendolo con il carretto sul marciapiede ma ci eccita l’evasione fiscale del calciatore abbronzato; hanno stuprato un’altra donna e il video è online, ma certamente sarà una fake news; la green card sarà il nuovo asso nella manica della fortezza Europa per lasciar fuori chi vorrà entrare, ché avrà la colpa di non avere in corpo la miscela vaccinale della compagnia giusta, ma noi intanto possiamo viaggiare; nel mondo che abbiamo reso povero girano malattie mortali per la cui estinzione non si è trovata urgenza in decenni, ma quando vuole la scienza si unisce e fa miracoli per salvare la vita della gente che vale sul serio.

È andato tutto bene?

Tra due settimane partirò in Sardegna lasciando la casa dentro il parco nella via de I sindaci dei drappieri di Rembrandt e ammucchierò i miei ultimi cinque anni in un paio di scatoloni con la bici in garage in attesa di spostarli di nuovo non so ancora dove. «Un sacco di gente se n’è andata!» è una frase che sento dire sempre più spesso dalle persone che ho intorno: amiche, conoscenti, ex colleghe e compagni di scuola vanno via, si sono stancatə, forse avevano ancora desiderio di restare ma non ce l’hanno fatta oppure si sono sentite respinte, trascinati alle origini o a diverse latitudini, nauseati o deluse, forse mosse da un senso di rinascita o magari di sconfitta. Quello che provo io è un crescente fastidio verso il sistema di cui faccio parte, l’Italia, i Paesi Bassi, l’Europa tutta, ladra vigliacca e bugiarda, verso questo vittimismo ipocrita che ci chiude nella forma che abbiamo e ci impedisce di provare empatia, di guardare il dolore degli altri e percepirne la rabbia, sentire vicinanza, amore per questa terra intera e chiunque la abiti, di costruire qualcosa di nuovo e diverso.

Mi mancano già un sacco di cose: la gente che non mi guarda i peli nelle ascelle, il più anziano tra i signori che lavorano al Ruthless, il coffeeshop vicino a casa, che mi ricorda mio zio per via del sorriso dolcissimo che mi fa come se gli fossi davvero nipote; i musei sempre aperti ogni giorno dell’anno, migliaia di persone in corteo per il popolo palestinese che partono da piazza Dam, cantare Mahmood in fila al supermercato sognandone un concerto al Paradiso; prendere il sole in balcone e imparare i trucchi di cucina dai miei coinquilini, farmi sorprendere dalle mostre d’arte per strada; i cartelli del Feminist Collages Amsterdam, le conversazioni in bicicletta con gli sconosciuti al semaforo, il giardino di quartiere sempre affollato; i camion in mezzo alla strada per i traslochi e nessunə che suona il clacson dietro per mettere fretta, il ragazzo olandese che mi regala il suo accendino mentre sta nudo e parla lentamente con l’amico turco che ride di gusto su qualcosa che non capisco, le mie compagne del corso di lettura della biblioteca a Mercatorplein; la signora Marlies con cui mi vedo una volta alla settimana e mi corregge la pronuncia delle u, le passeggiate fumando sui canali con le mie amiche, la studentessa d’arte che non vedo spesso ma ogni volta mi dice che ha ancora il mio ritratto in camera; le persone che ho amato e che ho incontrato qui, i limiti di me che questo posto mi spinge a superare, le cose a cui dato lo spazio per crescere. Mi terrorizza l’idea che tutto questo si dissolva, che quando me ne andrò resterò solo in qualche quadro in soffitta e che tutte le cose belle che ho vissuto vengano via con me e non si lascino nulla dietro.

Io e te viviamo in un mondo in cui ci viene insegnato che l’Africa è nata povera mentre i nostri risparmi vengono usati per comprare bombe e le gerarchie ecclesiastiche decidono sulle nostre vite, dove è eroina la futura regina d’Olanda che rinuncia momentaneamente all’indennità annuale di 4.000 euro al giorno e terrorista chi combatte contro le basi militari, dove le storie di gioia e di lotta delle comunità marginalizzate continuano a essere o cancellate o filtrate e interpretate da voci e volti dominanti. Ogni giorno sappiamo che da qualche parte vicino e lontano c’è chi umilia una donna trans in televisione, chi incarcera le bambine palestinesi ribelli, chi condanna la vernice sulle statue di illustri stupratori, chi insabbia le proteste dei lavoratori dietro gli stadi degli europei di calcio, chi picchia i migranti nei campi e in carcere, chi svuota mari e foreste per giustificare l’esistenza dei sandwich al salmone.

È assurdo se ci pensi, no?

In questo mondo qui in cui sono dal 1989 io non so che fare della mia vita, mi sento perennemente inadeguata a viverla come abbiamo imparato si dovrebbe. Sono di fronte al penoso lusso di sentirmi in trappola nonostante abbia un’infinità di possibilità in più di chissà quante vite su questo pianeta.

Oggi conosco una lingua che prima non conoscevo, ho amici nuovi e preziosi, con quellə di sempre e con la mia famiglia sento di poter condividere unə me più vera di prima; sto cercando una via per imparare a gestire le mie emozioni, specialmente la rabbia, ho iniziato ad affrontare le cose di me di cui mi vergogno e a dare fiducia alla mia passione più grande; continuo a non saper ballare e a chiudermi a riccio in alcune situazioni ma comincio a pensare al mio genere con più tranquillità di qualche anno fa; per la prima volta nella mia vita so di stare con una ragazza perché la amo e non perché non riesco a stare sola.

Di sotto ho dieci scatole piene di domande, privilegi, storie meravigliose e dubbi. Non so se scioglierò i miei nodi dove mi è capitato di nascere e crescere o qui dove mi sono sentita liberə come mai prima, o chissà, ma credo sarebbe più facile se riuscissimo davvero a parlare di questo: mi chiedo se la senti anche tu questa cosa di fondo che proprio non va.

Questo elefante nella stanza, questo bisogno di esplorarci e tirare fuori le cose non dette, questa incertezza costante, questo senso di colpa verso un futuro che non riusciamo a vedere, quest’idea di successo che bramiamo mentre ci soffoca, questo dogma del realizzarci rincorrendo obiettivi di successo costruiti da altri, con idoli e ideali che sono gabbie per noi e per chi di noi sta peggio, questo continuo immaginare di guadagnare abbastanza da avere il rispetto di chi guadagna più di noi per biasimare chi ha di meno, questa inquietudine di fondo nascosta dai nostri schermi, questa parola che diciamo “ansia” che forse la generazione a cui appartengo ha sdoganato nel discorso comune proprio per riuscire a sbarazzarsene alla radice, ecco… Non è forse possibile che tutto questo sia un segnale che abbiamo ignorato, il sintomo di qualcosa che ci unisce molto più di quanto crediamo? Non sarà che viviamo un male che può essere sconfitto solo se ci pensiamo insieme alle vite di tuttə?

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