Dal ddl Zan al G20 sul clima: dove eravamo rimastə

di Marina Scroccu

Dopo un periodo così lungo di silenzio, una riflessione sulle tante cose che sono accadute e stanno accadendo attorno a noi è a dir poco necessaria.

Partiamo da giugno, il mese del Pride, quando il Vaticano invia al governo italiano una nota per richiedere una modifica al ddl Zan. Il ddl Zan, lo ricordiamo brevemente, è un disegno di legge contro discriminazioni e violenze basate su sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere e disabilità. Questo disegno di legge viene continuamente utilizzato da partiti di destra, conservatori e cattolici, per pura propaganda. Si critica una presunta limitazione delle libertà personali, che avverrebbe in seguito alla punizione di reati basati su discriminazione. I detrattori del ddl Zan sostengono teorie assurde e infondate, senza mai peraltro considerare l’elemento della disabilità presente nella legge; ci si concentra solo sulle temutissime parole genere, orientamento sessuale, identità di genere, si diffondono notizie false per attirare consensi, si critica la presunta nonché inesistente teoria del gender (teoria inventata proprio negli ambienti ultracattolici dell’estrema destra). Quindi, una legge volta a punire reati basati su discriminazioni per sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere e disabilità, volta a diffondere una maggiore sensibilizzazione verso un’educazione al rispetto e alle differenze, diventa in Italia un importante motivo di scontro e viene bloccata prima alla camera e poi al senato, perché pare proprio che possa essere pericolosa. In aggiunta alle critiche dei partiti politici si pronuncia il Vaticano, perché l’ingerenza della chiesa cattolica in Italia purtroppo rimane un serio problema molto difficile da eliminare. Il Vaticano lamenta la presunta limitazione della libertà di espressione causata dal ddl Zan e critica l’istituzione di una giornata nazionale contro omofobia, bifobia e transfobia. Si tira in ballo il Concordato del 1984, accordo che regola i rapporti tra Stato e Chiesa, sostenendo che il ddl Zan lo violerebbe. Nello specifico la preoccupazione è per l’articolo 2 del Concordato, il quale garantisce “ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Il ddl Zan in realtà non ha niente a che fare con il Concordato e non lo toccherebbe in nessun modo, ma il Vaticano maschera la propria omobitransfobia sostenendo la presunta limitazione della libertà di pensiero. Tutelare le minoranze che sono vittime di discriminazioni e violenze non è certo una limitazione della libertà di espressione; e commemorare le vittime di tali violenze, insegnare nelle scuole il rispetto verso le differenze, è solo segno di una società più avanzata. Non la nostra, questo è certo. Perché, dopo l’intromissione del Vaticano, a luglio il ddl viene discusso in senato. Vengono presentati oltre mille emendamenti, circa 700 solo dalla Lega, che ha sempre e solo voluto affossare il ddl e appoggia apertamente le politiche anti LGBTQ+ di Orban. Si sussegue una raffica di commenti assurdi: da Matteo Salvini che dice che bisogna togliere i bambini delle elementari dallo scontro politico (in riferimento alla sensibilizzazione nelle scuole proposta dal ddl), a Matteo Renzi che sostiene sia meglio eliminare la definizione di identità di genere dalla legge. Conclusione? Si rimanda tutto a settembre, con un senso di profonda amarezza dovuto al fatto che, nella tanto avanzata Italia, compiere atti di violenza e discriminazione nei confronti di persone disabili, omosessuali, trans, bisessuali, sia considerata libertà di espressione.

Intanto la pandemia di Covid19 avanza in modo preoccupante, con la variante Delta che moltiplica i contagi in tutto il mondo. Nonostante questo, si svolgono i campionati europei di calcio aperti al pubblico, con la consapevolezza che saranno causa di un’impennata dei contagi in tutta Europa. Ma mentre i paesi occidentali guardano solo al profitto, dimostrando un’attenzione maggiore per il denaro che per la salute pubblica, si parla a malapena del fatto che nel resto del mondo ci sono nazioni dove accedere ai vaccini o anche solo mettere in atto misure di contenimento dei contagi è molto difficile. La Thailandia e l’Indonesia si trovano nel picco della crisi, con l’Indonesia che ha superato i 100.000 morti per covid e registra un’altissima mortalità infantile: oltre 100 bambini a settimana muoiono a causa del coronavirus, molti sotto i 5 anni. In Africa, dove nel mese di luglio i contagi si diffondevano con una velocità tripla rispetto agli altri continenti, sono disponibili 2 dosi di vaccino ogni 100 persone, mentre globalmente la media è di 24 dosi ogni 100 persone. Intanto in Italia i partiti politici si scontrano sulla legittimità di una certificazione che permetterebbe di accedere ai servizi limitando la diffusione della malattia.

Anche altri dati lasciano senza parole: nel 2021 il numero delle persone migranti morte in mare è aumentato del 130% rispetto al 2020. Tra gennaio e giugno le vittime sono state almeno 1.146, ma il numero esatto non si può conoscere perché molti naufragi non vengono segnalati.

I cambiamenti climatici imperversano e gli incendi bruciano centinaia di migliaia di ettari di foreste in tutto il mondo: Canada, Siberia, California, Europa, Bolivia, Africa. Ormai è chiaro che nessun luogo è al sicuro dagli effetti disastrosi dell’emergenza climatica. Nonostante ciò, in seguito al G20 non si è raggiunto un accordo su due punti fondamentali: il dimezzamento delle emissioni entro il 2030 e la decarbonizzazione. Se i paesi coinvolti non troveranno accordi per un serio cambio di rotta, è certo che andremo incontro a catastrofi ben peggiori di quelle a cui stiamo assistendo ora.

Nel mese di luglio abbiamo ricordato il G8 di Genova del 2001, quando avvenne quello che Amnesty International definì la “più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale”. E sempre nel mese di luglio abbiamo visto le violenze e i soprusi della polizia penitenziaria contro i detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere.

Ai campionati europei di pallamano femminile, la squadra norvegese è stata multata perché al posto del solito bikini, ha deciso di indossare dei pantaloncini, andando contro le regole che impongono come uniforme “slip del bikini con una vestibilità aderente e tagliati con un angolo verso l’alto verso la parte superiore della gamba”. Gli uomini possono invece gareggiare indossando canottiera e pantaloncini, anche sotto il ginocchio.

Dai campionati europei di calcio non ci si aspettava niente in particolare, ma vedere la maggior parte delle squadre, Italia compresa, non inginocchiarsi contro il razzismo, non può lasciare indifferenti. Le Olimpiadi di Tokyo, al contrario, hanno mandato dei messaggi positivi, in quanto atlete e atleti hanno colto l’occasione per portare alla luce tematiche di grande rilievo: da Naomi Osaka, la tennista che ha parlato pubblicamente dei suoi problemi depressivi, apertamente schierata col movimento Black Lives Matter, alla ginnasta Simone Biles, che si è ritirata da molte competizioni dichiarando di avere dei problemi e di avere bisogno di concentrarsi sulla propria salute mentale, ma che è comunque riuscita a vincere il bronzo alla trave; dalle francesi del nuoto sincronizzato che hanno eseguito una coreografia sul tema del femminicidio, a Luciana Alvarado, ginnasta del Costa Rica che alla fine dell’esercizio a corpo libero si è inginocchiata con un pugno alzato per omaggiare il movimento Black Lives Matter. E altri gesti ancora, contro il sessismo, contro la violenza di genere, per i diritti LGBTQIA+, oltre a dimostrazioni di solidarietà e rispetto, ci hanno ricordato attraverso le Olimpiadi di Tokyo che la speranza è sempre viva e le lotte non si devono fermare mai.

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