Storie di discriminazione – Parte V

La colpevolizzazione della depressione

Arriva il giorno della mia prima dose di vaccino anti Covid19. Devo compilare i moduli nei quali, tra le varie dichiarazioni, devo dire se soffro di particolari patologie e se prendo farmaci di qualunque tipo. Mi sento a disagio, come sempre nella mia vita quando mi è capitato di dover dire che soffro di depressione e che prendo farmaci antidepressivi. È una sensazione che mi accompagna da quando il disturbo è stato diagnosticato per la prima volta, una sensazione di inadeguatezza, come se nel mio problema ci fosse qualcosa di intrinsecamente sbagliato. Vado a fare il vaccino e dentro di me aspetto quel momento. Forse mi sbaglio, forse non arriva. E invece no, non mi sbaglio, arriva: il medico, un uomo tra i 60 e i 65 anni, legge i miei documenti e dice: “Una ragazza come te soffre di depressione?”; decido che non voglio più stare zitta, non voglio più sopportare in silenzio certe cose. Gli rispondo che anche le ragazze “come me” possono soffrire di depressione e lui rincara la dose: “Devi prendere bene la vita!”. In quel momento non ci vedo più dalla rabbia e dalla frustrazione, sono incredula da un lato, perché non è possibile che un medico pronunci una frase del genere, ma sono anche affranta perché in fondo me lo aspettavo, perché capita continuamente. Faccio un respiro profondo e gli rispondo: “Lei non si rende conto che una frase del genere non è certo una cosa che si può dire a una persona che soffre di depressione. Se io avessi una gamba ingessata lei non mi direbbe di andare a correre. Io la mia vita la prendo benissimo, ma riconosco di avere un problema e mi faccio aiutare da chi ritengo opportuno”. A quel punto forse capisce di aver esagerato e, tentando una giustificazione, aggiunge: “Ma io volevo dire che, sai, una bella ragazza come te…”. Non ho più le forze per rispondergli, per chiedergli se secondo lui una “bella ragazza” non può soffrire di depressione, mentre una “brutta” sicuramente ne avrebbe motivo; o chiedergli come si stabilisce il canone di bellezza e bruttezza in base al quale poi si capisce chi può soffrire di depressione e chi no. Me ne vado, vado a fare il vaccino, arrabbiata, triste, frustrata. Perché nel 2021 ci sono ancora medici che pensano che la depressione sia una specie di capriccio, che se capisci che basta sorridere poi ti passa tutto. Convivere con tutto questo è doloroso e ingiusto. La vita di ogni giorno è complicata, perché in fondo sai che è raro che le persone attorno a te capiscano questo dolore invisibile che lentamente ti divora. Ogni cosa, anche la più piccola e insignificante, è mille volte più difficile da fare. Non sai mai se parlarne o meno, perché aprirsi su questi argomenti è decisamente rischioso, perché troppo spesso le persone non capiscono, si allontanano. E poi c’è sempre come un senso di colpa, come se in fondo avessi qualche responsabilità su tutto questo, come se dipendesse in gran parte da te. E le difficoltà sono ingigantite da fatti come questo, che avvengono di continuo, che ti fanno perdere la fiducia anche in quelle persone che dovrebbero poterti aiutare a stare meglio o, come minimo, dovrebbero comprenderti. Episodi che in fondo ti fanno provare vergogna anche se sai che non è giusto, e che la vergogna dovrebbero provarla solo le persone che dicono cose del genere.

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