Sessismo linguistico e linguaggio inclusivo: uno sguardo al passato per il dibattito presente

di Marina Scroccu

Sempre più spesso ormai capita di sentir parlare di linguaggio inclusivo: il dibattito è tuttora molto acceso e se ne discute ampiamente soprattutto nei social network. Ma che cosa si intende esattamente per linguaggio inclusivo e quando sono iniziate le riflessioni al riguardo?

Gli studi di linguistica femminista e di lingua e genere si sono sviluppati nel tempo estendendosi a tematiche sempre più ampie, fino ad arrivare ai giorni nostri, in cui gli approcci linguistici considerano l’importanza del linguaggio nella creazione dell’identità, basandosi su aspetti più complessi di lingua e genere.

La definizione di sessismo linguistico è mutata nel tempo, fino a indicare in generale un uso della lingua che in diversi modi porta alla svalutazione, alla discriminazione delle donne, o alla loro invisibilità. Il concetto di sessismo chiaramente non si applica solo al genere femminile, ma ciò che emerge dagli studi linguistici è una discriminazione che in particolare riguarda le donne (e, come vedremo, anche chi non si identifica nel binarismo di genere).

In Italia la prima linguista che parlò di sessismo linguistico fu Alma Sabatini, che nel 1987 scrisse il libro “Il sessismo nella lingua italiana”, accompagnato dalle “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana”, in cui individuò le forme di sessismo linguistico presenti nella nostra lingua e propose delle soluzioni per eliminarle o evitarle.

Il sessismo linguistico si può manifestare in modi diversi, e non fa riferimento solo alle strutture grammaticali di una lingua, bensì a un insieme variegato di elementi espliciti e impliciti che portano all’identificazione di atteggiamenti sessisti.

Qui ci concentreremo solo sul sessismo linguistico di più semplice individuazione, quello che la linguista Sarah Mills definisce overt sexism (sessismo diretto).

In italiano questo tipo di sessismo linguistico si può manifestare per esempio attraverso l’uso di parole che assumono una connotazione negativa al femminile, mentre al maschile no. Si pensi alla distinzione tra zitella e scapolo: una zitella è una donna che ha superato l’età per il matrimonio, non è più considerata piacente, non è stata scelta da nessun uomo, e a cui vengono attribuiti dei tratti caratteriali negativi dovuti proprio alla mancanza di un uomo nella sua vita; uno scapolo è un uomo di una certa età che ha scelto di non sposarsi ed è degno di ammirazione per questo. A due parole che dovrebbero avere lo stesso significato vengono associate delle valenze differenti, in base al genere.

Un’altra pratica considerata sessista nella lingua italiana è la distinzione tra signora e signorina, parole che specificano lo stato civile di una donna, mentre al maschile non esiste tale distinzione: è importante precisare se una donna sia ancora disponibile, mentre per un uomo non è rilevante. La lingua inglese ha trovato una soluzione a questo problema introducendo la parola Ms, che non specifica lo stato civile come Miss e Mrs. In italiano si sta perdendo tale distinzione di significato, e spesso le parole signora e signorina vengono usate per marcare una differenza di età. Resta il fatto che per il maschile non esiste tale differenziazione, per cui sorge spontaneo chiedersi come mai per le donne sia necessaria una specificazione di questo genere.

Altri esempi di sessismo linguistico in italiano (come in tante altre lingue) sono gli insulti: un gran numero di insulti, anche se indirizzati a uomini, fa riferimento alle donne a loro vicine. Si insultano madri, compagne, sorelle, con imprecazioni che nella maggior parte dei casi riguardano la sfera sessuale delle donne in questione. O ancora, un insulto che può essere rivolto a un uomo riguarda parole che comportano il paragone, l’accostamento al genere femminile in termini negativi (femminuccia). Per non parlare degli insulti che suggerirebbero che la persona in questione non sia eterosessuale; ma questo è ancora un altro discorso.

Un’ulteriore pratica di sessismo linguistico è l’uso del genere maschile quando sarebbe corretto il femminile (basti pensare alla direttrice d’orchestra dell’ultimo festival di Sanremo che chiedeva di essere chiamata direttore). L’italiano è una lingua con genere grammaticale, che distingue tra due generi, maschile e femminile (alcune lingue hanno più di due generi, altre non ne hanno). Gli esseri animati vengono quindi distinti in italiano al maschile o al femminile a seconda del sesso di appartenenza (la gatta/il gatto, la senatrice/il senatore). Gli oggetti inanimati invece hanno un genere che è fisso per convenzione linguistica (la sedia, il tavolo). In seguito al caso della direttrice d’orchestra di Sanremo, in Italia abbiamo assistito a un acceso dibattito tra le persone che la sostenevano e quelle che la criticavano. Il caso di Beatrice Venezi, a mio parere, rivela un problema purtroppo ancora molto diffuso: il sessismo interiorizzato. La direttrice chiedeva di essere chiamata direttore sostenendo che quello fosse il termine corretto per la sua professione, confermando come il maschile sia non solo la norma, ma anche più autorevole, più prestigioso. Al femminile fa pensare a una direttrice d’asilo, non a un importante direttore d’orchestra. La realtà è che, per quanto riguarda i nomi delle professioni, è ancora troppo palese la distinzione tra maschile e femminile nei termini di posizione sociale: per molto tempo determinati incarichi di prestigio sono stati prerogativa degli uomini, perché alle donne erano precluse certe posizioni. Le donne erano perlopiù destinate a lavori domestici, o lavori di cura e assistenza, e per questo a nessunə suona strano dire infermiera, maestra, casalinga, ostetrica. Ma i tempi cambiano, e ora esistono le chirurghe, le sindache, le rettrici; la scelta di usare il maschile denota quanto il femminile venga sminuito e svuotato della sua importanza. Usare il femminile quando occorre è quindi non solo una pratica corretta dal punto di vista grammaticale, ma anche un atto che denota un’attenzione verso i cambiamenti sociali a cui inevitabilmente (e fortunatamente) andiamo incontro.

Un punto cruciale quando si parla di sessismo linguistico in italiano è il cosiddetto maschile generico (o sovraesteso), e questo ci porta a un discorso più attuale e al concetto di linguaggio inclusivo.

Per maschile generico si intende l’uso del solo genere maschile quando ci si riferisce a una moltitudine mista (“Buongiorno a tutti” in un contesto non di soli uomini) o quando si parla o si scrive senza conoscere il genere di chi riceverà il messaggio (si pensi alla burocrazia e ai moduli da compilare per questioni di ogni tipo, in cui solitamente si trova solo il maschile: “Il sottoscritto, nato a…”). L’uso del maschile generico è stato criticato fin dal principio, da quando l’interesse femminista è stato rivolto alle questioni linguistiche. Si criticava l’invisibilità della donna derivante da un modo di parlare che dava per scontato che la norma fosse l’uomo. Ora possiamo dire che l’uso del maschile generico è una pratica che esclude tutto ciò che è altro rispetto al maschile, e lo rende invisibile. Ciò si collega al concetto di non-binary: le persone non binarie non si identificano nel binarismo di genere che distingue tra maschile e femminile, per cui non si definiscono né maschi né femmine.

Diversi studi hanno dimostrato che l’uso del maschile generico (non solo in italiano) porta a delle vere e proprie difficoltà di identificazione in chi legge o ascolta. Che si tratti di persone di genere femminile o persone non binarie, l’esclusione dovuta all’uso del maschile generico è un dato di fatto. Il linguaggio inclusivo sarebbe quindi un modo di parlare col quale si cerca di evitare tale esclusione. In italiano non è semplice, ma si può fare.

Di recente si sta discutendo molto sulla proposta di uso dello schwa (ə) a fine parola al posto delle desinenze maschili o femminili, che è stato proposto come alternativa all’asterisco (*) o alla chiocciola (@) i quali, essendo solo simboli, non hanno un suono e sono quindi impronunciabili. Lo schwa, in quanto simbolo dell’alfabeto fonetico internazionale (IPA), ha un suono ben preciso, che però non esiste in italiano (nonostante esista in numerosi dialetti italiani). Non ha la pretesa, come molte persone credono, di inserire il genere neutro nella lingua italiana, e lo scopo del suo uso non sarebbe quello di modificare la grammatica nella sua totalità. La proposta di uso dello schwa nasce da una necessità di un gruppo sociale che percepisce una mancanza di rappresentazione linguistica, e questo è un fatto che non può essere ignorato. Sicuramente lo schwa può creare numerose difficoltà sia nel parlato che nello scritto, ma ciò non toglie che non si possa sperimentare.

Ciò che nominiamo quando parliamo, automaticamente, esiste, viene reso visibile, mentre non possiamo nominare ciò che non esiste. Le lingue cambiano e si evolvono nel tempo, adattandosi alle necessità sempre nuove delle comunità di chi le parla. Si pensi per esempio ai neologismi nel campo dell’informatica: da cliccare a linkare, da googlare a taggare, da influencer a troll. O a tutte le parole legate alla pandemia di Covid19 che da un anno e mezzo circa sono entrate nell’uso comune come neologismi (lockdown) o tramite slittamento semantico (il verbo tamponare, prima del 2020, si riferiva all’incidente in macchina, mentre ora significa anche “effettuare un tampone”).

Insomma, quando ci troviamo davanti alla necessità di nominare qualcosa di nuovo, è automatico che nelle lingue si diffondano nuove parole, nuove locuzioni, nuovi modi di esprimersi. Il cambiamento è abbastanza semplice quando coinvolge il lessico, ma estremamente complesso quando andrebbe a toccare il livello morfologico di una lingua, e questo è il vero ostacolo all’uso dello schwa o di altri elementi che si pongono come nuove desinenze.

Ma il discorso sul cambiamento non può non essere applicato anche al linguaggio inclusivo poiché, nel momento in cui in una società si pone la questione della mancata rappresentazione linguistica di un gruppo sociale, significa che nuove necessità stanno prendendo forma. Fino a poco tempo fa si parlava solo della mancata rappresentazione delle donne, o del sessismo linguistico in riferimento al genere femminile, e queste possono ancora, purtroppo, essere considerate questioni irrisolte. Alle voci femminili che lamentano una discriminazione attraverso il linguaggio si uniscono ora le più recenti voci delle persone non binarie, con la problematica comune dell’invisibilità.

Affermare che il maschile generico sia “non marcato” e che il suo uso includa senza ripercussioni anche il femminile e tutto il resto, significa negare anni di studi linguistici, filosofici, sociali; negare l’esistenza di un ordine patriarcale che ha fatto sì che anche la lingua si plasmasse in un certo modo, rendendo il maschile il centro di tutto, la norma, la totalità che include, e il femminile una derivazione.

La ricerca di un linguaggio inclusivo non è quindi un capriccio, un tentativo immotivato di cambiare una lingua tanto per il gusto di farlo. È una ricerca che esprime un bisogno sempre più vivo nella nostra società. Senza alcuna pretesa di sedersi a tavolino con le regole della lingua italiana davanti e inventare il genere neutro, o distruggerne la morfologia mettendo schwa, asterischi e chiocciole al posto delle desinenze. Stiamo sperimentando, come parlanti, soluzioni nuove, con la consapevolezza delle difficoltà, ma tenendo a mente i bisogni di tuttə senza sminuirli e senza affermare a priori che un cambiamento sia assolutamente impossibile oltre che irrilevante.

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