Lavorare nella ristorazione in Sardegna, un’esperienza

di Teresa Rettig

È da tanto tempo che vorrei parlare di un argomento che mi sta particolarmente a cuore: il lavoro nella ristorazione in Sardegna. Questa è la mia esperienza. Ma prima, qualche numero: il settore alberghiero e della ristorazione in Italia è in continua ascesa e secondo la FIPE ha guadagnato domanda per oltre 6,6 miliardi di euro e la ristorazione da sola ha superato i 4 miliardi di euro con un incremento reale del 5,7%. La continua crescita porta anche a un aumento delle offerte lavorative negli esercizi pubblici come bar, ristoranti e alberghi. Nella stagione estiva poi i posti di lavoro aumentano esponenzialmente. Sempre in un comunicato della FIPE si legge infatti che sono 925.000 gli occupati in bar, ristoranti, discoteche e stabilimenti balneari nel mese di agosto. Se si aggiungono gli indipendenti si supera quota 1,3 milioni.

Un quadro piuttosto favorevole, dunque. Addirittura, mi è capitato di leggere che alcuni datori di lavoro non trovano personale. Ci si è subito scagliati contro i giovani: non hanno voglia di lavorare, non vogliono rinunciare alla vita sociale, vogliono divertirsi.

Ma vi siete mai fermati a pensare a quale sia la situazione di chi lavora nella ristorazione? Avete mai ascoltato le loro testimonianze? Vi siete mai chiesti quale sia il vero motivo per cui la gente non vuole più lavorare nei bar, ristoranti, ecc?

Forse non si tratta di non avere voglia di lavorare, forse ci si è stancati di lavorare in una situazione in cui i diritti del lavoratore vengono calpestati continuamente.

Conosco tantissime persone che lavorano o hanno lavorato nella ristorazione e le storie che ho sentito, e quelle che mi sono successe in prima persona, sono sempre storie di sfruttamento che vanno contro i diritti fondamentali del lavoratore. Tra queste ci sono persone che lavorano senza contratto, quindi senza contributi, senza la possibilità di chiedere la disoccupazione in caso di cessazione del rapporto lavorativo, senza nessuna assicurazione.

Poi c’è chi il contratto lo ha, ma che lavora 9/10 ore al giorno anche se per contratto dovrebbe farne 3/4. C’è chi lavora tutti i giorni senza riposo settimanale per le solite 10 ore giornaliere, c’è chi subisce manipolazione psicologica (chi non ha mai avuto un datore di lavoro che dice che ti sta facendo un favore dandoti un lavoro e che come te ne trova altri 10?), c’è chi non viene pagato da mesi e continua a lavorare, chi viene pagato un mese sì e due no e che ha migliaia di euro di stipendi arretrati che non vedrà mai, ci sono quelli che sul lavoro non possono mangiare e chi ha una pausa di 15/20 minuti in 10 ore di lavoro per mangiare e andare in bagno.

E poi ci sono i tirocini, che di tirocinio formativo hanno ben poco. Il motto è “lavori come gli altri, ma stai imparando il mestiere”. Le ore previste per il tirocinio regionale in Sardegna sono 30 settimanali, con un giorno di riposo che sia preferibilmente la domenica, inoltre il tirocinante non può lavorare durante le festività e oltre al riposo settimanale ha diritto a 2 giornate di riposo mensili per garantire il recupero delle energie psicofisiche. E ovviamente durante il lavoro, al tirocinante deve essere assegnato un tutor che lo segua da vicino e gli insegni il mestiere[1].

Non ci vuole un genio per capire che se un bar, un ristorante o un albergo offrono un tirocinio durante la stagione estiva, questo non può assolutamente rispettare certi parametri, vista la mole di lavoro del periodo.

Tutte le situazioni descritte sono illegali e andrebbero riportate all’Ispettorato del Lavoro ma la cosa assurda è che ci sembrano normali. È ormai un dato di fatto che se fai un lavoro stagionale devi lavorare più di 10 ore al giorno e senza giorno libero.

C’è chi ha paura di denunciare le situazioni di disagio in cui si trova perché non può permettersi di perdere il lavoro e quindi sopporta vessazioni all’infinito.

Ma dobbiamo essere noi i primi a dire basta. Dobbiamo essere noi a opporci a questo sistema profondamente sbagliato che porta al logoramento fisico e mentale del lavoratore.

Per questo motivo ho deciso di raccontare una delle mie peggiori esperienze lavorative a Cagliari. Un’esperienza in cui spero non si debba trovare mai nessuno; una situazione che bisognerebbe denunciare, cosa che io al tempo non feci. Mi limitai a dare le dimissioni rendendomi conto troppo tardi che le avrei potute dare per giusta causa e che avrei potuto denunciare i miei datori di lavoro per l’ambiente che avevano creato.

Gli orari e le pause. Da Aprile a circa fine Maggio lavoravo dalle 12:00 alle 20.30; un orario normale e non troppo pesante, pagato  intorno ai 1400 euro al mese. La pausa pranzo, – che di solito facevo per prima, quindi circa mezz’ora dopo che entravo a lavoro e che per me non era effettivamente una pausa, visto che ancora non avevo lavorato davvero e che poi dovevo stare a digiuno fino alle 20:30, era inutile. Ma non mi lamentavo, andava bene lo stesso. La facevo sempre, a parte i giorni in cui arrivavano le navi da crociera, e chi vive a Cagliari sa che arrivano molto spesso. In quei giorni la pausa pranzo veniva automaticamente annullata. Per tutti, anche per chi era lì dall’apertura e finiva di lavorare alle 17. Alcune volte riuscivamo a prendere (di nascosto) una ciotola di patatine che veniva portata fuori per chi faceva aperitivo, altre volte ci venivano concessi pochi minuti ( cinque) per ingurgitare un panino. Dopo essermi lamentata dicendo che non potevo lavorare tutte quelle ore senza mangiare, decisero di lasciarmi fare una piccola pausa – a me e solo a me; la giustificazione era il fatto che io fossi celiaca e quindi avessi bisogno di mangiare, altrimenti sarei stata male. Nessuno dei dipendenti si lamentava. In questo modo sono stata messa in una posizione privilegiata rispetto ai miei colleghi.

A giugno sono stata spostata al turno serale perché una mia collega si era licenziata. Il turno serale iniziava alle 17 e terminava alla chiusura, quindi alle 3 o 4 del mattino, a seconda dei giorni. Lo stipendio era più alto: 1600 euro al mese. Questo orario mi ha completamente distrutta. Non avevo più tempo di far nulla, la mia vita si riduceva all’andare a letto alle 5 del mattino, alzarmi dopo l’una, mangiare, lavarmi, prepararmi la cena e andare a lavoro. A ripetizione, ogni giorno. Ogni giorno perché ci era stato tolto il giorno libero (“d’estate non ce lo possiamo permettere, non possiamo lasciare una persona a casa, d’altronde vi paghiamo 1600 euro”). Sono arrivata a pesare 39 chili per 1,55 di altezza.

La violenza psicologica e il rito delle paste da colazione. Le vittime di questo genere di violenza erano quasi sempre le stesse: due ragazze. Un episodio si ripeteva ogni notte all’una, dopo aver chiuso la porta del locale e prima di iniziare le pulizie. Il titolare prendeva il vassoio con le paste da colazione avanzate, ne dava una a ogni dipendente e faceva il giro di tutti fino ad arrivare a una delle ragazze che lavorava lì da anni. A quel punto la guardava e diceva “No, per te no. Non te la meriti”, e gettava il resto delle paste nella spazzatura ridendo e cercando approvazione negli altri dipendenti che ridacchiavano. Questo succedeva ogni giorno. Odiavo quel momento. Una volta, prima di compiere il solito rito, chiese ai dipendenti “Beh, oggi gliela facciamo mangiare una pasta?”, e tutti dissero di no, sempre tra le risate; io dissi di sì, e dissi anche che visto che io ero celiaca e non la potevo mangiare, la ragazza avrebbe potuto mangiare la mia. Ma ovviamente le paste finirono come sempre nella spazzatura, e mentre tutti mangiavano (affamati perché la pausa cena era verso le 7) la mia collega venne accanto a me a pulire il bancone e scoppiò silenziosamente a piangere perché il datore di lavoro oltre a essersi beffato di lei in quel modo ed averla emarginata aveva continuato a dire che lei non se la meritava, che lavorava male, che non era brava.

L’altra vittima era un’altra delle dipendenti che stavano lì da più tempo. Con lei non c’era un episodio che si ripeteva tutti i giorni ma succedeva invece quando il datore di lavoro, probabilmente annoiato, decideva di prenderla di mira. Ricordo che una volta, mentre stavamo facendo le pulizie, lui iniziò a parlare di sua madre e a darle della troia, a dire che se l’era scopata (o che se la sarebbe scopata) e altre cose che sfortunatamente (o fortunatamente) ho rimosso. Anche lei aveva iniziato a piangere, senza rispondergli, subendo i suoi insulti.

Un’altra volta, sempre quando il locale era chiuso, le aveva detto che attraverso i leggins si vedeva che indossava un perizoma, e siccome indossava un perizoma era una puttana. Aveva cercato anche di coinvolgere me nella sua violenza dicendo “Vero, Teresa? Vero che le puttane usano il perizoma?”, ma io non avevo intenzione di prendere parte all’aggressione verbale e gli avevo risposto che io neanche le indossavo le mutande. Da quella volta non tentò più di coinvolgermi. Oltre a questo le ragazze venivano sempre prese in giro per aspetto fisico, imitate e derise in vari modi.

C’è un altro episodio che ricordo chiaramente e che da spettatrice mi provocò grande imbarazzo: la ragazza era alla cassa a fare lo scontrino a un cliente e non aveva capito quello che il cliente stava dicendo. Il datore di lavoro, seduto a un tavolino di fronte alla cassa allora le gridò, davanti a tutti, “ascolta, vedi di lavarti le orecchie, visto che non senti un cazzo. E già che ci siamo, lavati anche i denti, ché lo sappiamo tutti che dopo cena non te li lavi”.

Il rapporto tra colleghi. Di una cosa i datori di lavoro avevano paura, ossia che noi dipendenti facessimo gruppo. Per evitare che ciò accadesse usavano una serie di stratagemmi che sicuramente loro trovavano geniali. Uno di questi era cercare di mettere continuamente contro i ragazzi del turno del mattino e quelli del turno serale. Io, che il primo periodo lavoravo con entrambi i gruppi, vedevo chiaramente quello che succedeva e mi rendevo conto di quello che cercavano di fare. La mattina arrivava il datore di lavoro che seguiva il turno serale e raccontava a tutti quello che avevano detto quelli della sera, e viceversa. Ovviamente ciò che riferiva erano sempre offese verso una persona in particolare o verso tutto il gruppo, oppure cercava di far parlare male qualche dipendente di qualche collega. Quando non ci riusciva si inventava qualcosa e andava a riferirla agli altri. Chiaramente questo creava ostilità e competizione tra i due turni e evitava che i dipendenti, parlando tra di loro, scoprissero che molte di quelle cose non erano mai accadute.

Tra le tante voci che i datori di lavoro mettevano in giro, ce n’era una in particolare che ricordo ancora: due dei mie colleghi erano sposati, lei lavorava la mattina e lui la sera. Un giorno venne fuori che una delle mie colleghe del turno serale ci aveva provato con il marito della ragazza che lavorava la mattina. “Stai attenta, quella è un po’ troia” dicevano i datori di lavoro, “Guarda che ci sta provando con lui, te lo possono confermare tutti”. La mia collega accusata lasciò il lavoro poco tempo dopo e le accuse contro di lei aumentarono a dismisura perché oltre che troia era diventata anche una traditrice. Ovviamente, le accuse erano infondate; semplicemente, ai datori di lavoro dava fastidio che andassero d’accordo.

Quando mi spostarono al turno serale, uno dei primi giorni salutai una delle mie colleghe delle mattina e le chiesi come stesse, e la sua risposta fu fredda e distaccata. Ma noi eravamo sempre andate d’accordo. Dopo qualche minuto lei mi passò accanto guardando il pavimento e disse sottovoce “Scusa Tere, non possiamo più parlare con te”.

Nel turno serale lavoravo fianco a fianco con la ragazza che si licenziò poco dopo. Vedevo che spesso il datore di lavoro la chiamava da parte e parlava con lei sottovoce. Un giorno chiamò me e mi disse “Lo sai che Gianna pensa che sei lesbica e che ci stai provando con lei?”. In quel momento realizzai che, probabilmente da quando mi avevano cambiato turno, lui stava dicendo chissà quali cose alla mia collega per farle mantenere le distanze. Il suo piano dopo poco tempo smise di funzionare, perché iniziammo a parlare.

La politica. Più di una sera accadde che il mio datore di lavoro ripetesse a gran voce il discorso di Mussolini. Una sera, mentre si teneva il rito delle paste, mi azzardai a proporre di dare le paste avanzate al senzatetto che passava le notti lì vicino; il datore reagì con un grido: “Avete sentito? Teresa è comunista! Noi qua siamo fascisti, eh”.  In pratica, proporre di dare cibo a una persona che aveva bisogno equivaleva per loro a intonare Bandiera Rossa. Dopo quell’episodio mi veniva sempre chiesto se fossi di sinistra e se avessi servito  dei clienti dichiaratamente fascisti. Questo fatto portò anche ad avere più paura che facessi amicizia con i colleghi, perché, come mi venne riferito da uno di loro, avrei potuto mettere loro in testa “strane idee”.

Il mio ultimo giorno. Dopo 3 mesi di lavoro mi sentivo sfinita, non riuscivo più a dormire. Lavorare in media 10/11 ore al giorno e non avere un giorno libero per rilassarmi e staccare mi stava facendo impazzire, senza contare l’ambiente in cui mi trovavo ogni giorno. Decisi quindi di comunicare al datore di lavoro che mi sarei licenziata con il preavviso di quindici giorni per dar loro il tempo di trovare qualcun altro. La prima reazione fu un semplice “ok”. Dopo 10 minuti fui richiamata al cospetto del grande boss che mi chiese per quale motivo me ne volessi andare. Gli dissi che non reggevo quegli orari, non ce la facevo più e avevo bisogno di riposare. Allora arrivò pronta la proposta: “Noi ti diamo il giorno libero una volta a settimana, lavori fino a metà agosto, quindi solo un altro mese e poi ti fai 15 giorni di ferie e ti prendi lo stipendio pieno. Ma sappi che i tuoi colleghi ti odieranno perché tu hai il giorno libero e loro no”. Mi innervosii; gli feci notare che se loro non avevano il giorno libero non era colpa mia, ma sua. Non accettai l’offerta. Da quel momento il mio ultimo giorno si trasformò in una delle situazioni più surreali in cui io mi sia mai trovata.

La prima cosa che il datore fece fu annunciare ai colleghi che me ne sarei andata e che li avrei lasciati nel bel mezzo della stagione (ovviamente, i miei colleghi già lo sapevano). Poi iniziò a gridare “ma noi ce la faremo anche da soli, non è vero?!” poco dopo arrivò anche la sorella, altra datrice di lavoro, a cercare di risollevare gli animi dicendo “Ce la faremo da soli, io lo so!”. Quel giorno il datore di lavoro era amico di tutti, faceva complimenti a tutti i dipendenti e ovviamente a tutti venne intimato di non parlare con me. Anche io ero diventata una traditrice.

Per finire, decise di portare tutti i dipendenti del turno serale al BluFan, parco acquatico nella vicina Sarroch, una delle mattine seguenti. Come se le persone che lavoravano fino alle 4 del mattino potessero avere voglia di andare al parco, per poi rientrare a lavoro alle 17. Chiese a tutti i dipendenti, uno per uno: “tu ci vieni, vero?”. Ovviamente a me non veniva chiesto, e il datore ripeteva “ah, quanto ci divertiremo- alla faccia di chi non c’è!”.

Dopo questo siparietto mi venne comunicato che dal giorno successivo non mi sarei dovuta presentare a lavoro e avrei dovuto dare le dimissioni immediate. Quando finimmo di lavorare scoprii che il datore di lavoro aveva intimato alla mia collega di non accompagnarmi a casa quella notte, di farmi tornare da sola, a piedi. Un ultimo dispetto nei miei confronti. La mia collega mi accompagnò ugualmente, perché non se la sentiva di farmi rientrare a quell’ora da sola.

Concludo qui il racconto sulla mia peggiore esperienza lavorativa degli ultimi anni con un messaggio per chi lavora nella ristorazione. Smettete di accettare qualsiasi violenza, smettete di accettare posti di lavoro quando sin da subito vedete che il contratto non viene rispettato, quando subite mobbing, violenza psicologica, quando gli orari sono insostenibili e non avete il giorno libero. Non abbiate paura di denunciare queste situazioni, ricordate che se fate una denuncia quest’ultima è coperta da segreto e la legge tutela la riservatezza del segnalante[2]. Se proprio non volete dare i vostri dati potete fare una denuncia anonima, che non ha però lo stesso peso di una denuncia fatta di persona; ma la cosa importante è che se verrete chiamati a fare un colloquio all’ Ispettorato dovrete dire la verità: quante ore lavorate, quanto vi pagano, cosa succede sul posto di lavoro. Il vostro datore di lavoro non può sapere chi ha detto cosa, quindi non fatevi intimorire dalle sue minacce. Non può mandarvi via, voi siete tutelati. Iniziamo a pretendere che i nostri diritti vengano rispettati, perché se non lo facciamo noi nessuno lo farà al posto nostro.


[1]Le indicazioni qui riportate possono essere consultate nella pagina www.sardegnalavoro.it

[2]https://www.laleggepertutti.it/264924_denuncia-ispettorato-lavoro-conseguenze

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