Come fare la carta riciclata delle tue visioni passate

di Arianna Apicella

L’apprendimento – e la soddisfazione che ne deriva – è sempre stato uno dei miei esercizi preferiti ed è per questo che forse ora mi oppongo alla necessità di disimparare che avverto da mesi. Mi sembra che in maniera autonoma, quando ho iniziato a voler disimparare le regole di un gioco a cui non mi ero resa conto di aver preso parte, ho iniziato a imparare a fare la carta riciclata, seguendo un input che una mia amica dei banchi del liceo mi aveva lanciato.

Si raccoglie carta che avresti buttato e la si spezzetta, la si lascia macerare in acqua per qualche giorno o qualche settimana. Ho notato che la carta più morbida e meno lucida si lascia andare più facilmente e si trova bene con un bel pezzo di cartone, ma la selezione della carta è una scelta personale. Io mi sono divertita a stracciare appunti vecchi e inutili, cv ugualmente vecchi e inutili ma anche cose belle che comunque bisognava buttare.

Credo sia stata una di quelle belle delusioni che ti arrivano in pieno petto, mentre lo tenevi gonfio perché sicura della vittoria in pugno, il ghigno soddisfatto e il vento dietro la schiena a far partire la voglia di scendere dalla rotaia della fase schizo-paranoide in cui tutto era possibile per trovarmi a piedi, su scarpe scomode sulla strada sterrata della consapevolezza benedetta ma problematica, rugosa, dalla superficie irregolare.

Dopo che la carta si è ammollata ben bene, prendi di nascosto dalle persone con cui vivi e cucini un frullatore ad immersione e azionalo nel secchio dove hai lasciato a macerare l’acqua. Ti conviene mettere le mani lì dentro, di tanto in tanto, vedere se qualche pezzo grosso è rimasto sul fondo e frullare fino a quando non ha una consistenza omogenea e divertente al tatto.

Da quel momento non ho smesso di fare, immaginare, pianificare, tirare freccette su qualsiasi pallino rosso mi sembrava essere interessante raggiungere, ricordandomi che non credevo più all’ ‘hype’ ma continuavo ad avere fede nella disciplina e nella ricerca. Vacillavo perché avevo smesso di vedere solo le ragioni per cui tutto sarebbe andato bene e i motivi per cui tutte le cose sarebbero andate male iniziavano ad attrarmi magneticamente alla casella di partenza.

Sposta il tuo impasto in un contenitore che sia più grande del telaio. Si tratta di una cornice su cui viene appoggiata un setaccio o una vecchia zanzariera e la sua grandezza, nella maggior parte dei casi, determina la grandezza del foglio. Immergi il telaio nell’impasto e tiralo su delicatamente, mantenendolo orizzontale ma agitandolo per far compattare la pappetta e far gocciolare via l’acqua.

Il processo stava andando abbastanza bene, ma proprio quando avevo trovato un ritmo ho sentito il fischio che interrompeva anche quella partita. Ammetto di averlo percepito un mese dopo e da quel momento la vertigine del “Tanto è inutile” si univa agli appelli della televisione davanti alla quale mio nonno collassa e aveva una voce sempre più accattivante e familiare, come se mi conoscesse.

Il momento in cui devi capovolgere il telaio e adagiarlo sulla stoffa è decisivo. Basta poco e il foglio diventa pezzetti di carta. Non ho ancora capito quale sia la strategia migliore ma quando sono concentrata su quel gesto senza pensare ad altro riesce meglio. All’inizio non pensavo che si potessero mettere dei fogli così vicini da crearne uno grande, anche grandissimo, ma la collaborazione me l’ha suggerito, consapevole della forza delle cose in transizione, e da allora lo faccio quasi sempre.

Mi sono ritrovata in una smania del fare tanto per fare che non riconoscevo mia, eppure non smettevo di dire sì, agitare le mani, fare anche cose che mi rendevano stranamente felice fino a che non sentivo che dovevo fare un’altra cosa o chiedermi cosa avesse senso.

All’inizio spostavo la carta quando era ancora bagnata e non capivo perché i fogli si rompessero sempre. Anche ora vorrei che fosse pronta il giorno dopo che l’ho stesa, ma so che l’umidità del laboratorio in cui la faccio, la mancata esposizione a sole e vento e la sovrapposizione degli strati bagnati non lo rende possibile e quindi mi dico di attendere e lo faccio.

Sto riciclando alcune delle mie visioni passate e voglio riuscire a godermi il vantaggio della visione totale, continuando a ripetere tante e tante volte un gesto per migliorare una carta riciclata di cui non conosco ancora il valore e il fine, sebbene ne conosca la storia, le voglie e le paure.

Quando è asciutta, staccare la carta dalla stoffa è un regalo dell’attenzione e dell’attesa. Carta che diventa ali fragili di una falena notturna e nutrimento per il lupo buono della favola Cherokee.

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