Italiano non sessista: guida all’uso

di Marina Scroccu

Di recente, quando ascolto telegiornali o seguo programmi televisivi, mi capita spesso di sentir nominare persone nella modalità articolo al maschile + carica al maschile + cognome (esempio banale: il ministro De Micheli). Le conseguenze di solito sono due: se non conosco la persona di cui si parla, do per scontato che sia un uomo; allora faccio una velocissima ricerca online e, se scopro che si parla di una donna, mi infastidisco alquanto e mi chiedo perché se ne parli al maschile. Se invece conosco la persona in questione, come nel caso della ministra De Micheli, mi infastidisco e basta, senza bisogno di veloci ricerche online. “Che esagerata che sei!”, molte persone penseranno leggendo le mie parole. “Alla fine non è così importante stare sempre a specificare il femminile”. E invece io penso che sì, è molto importante.

Tanto per cominciare, l’italiano è una lingua che distingue il genere dei sostantivi, quindi si usa il maschile per parlare di esseri viventi maschili e il femminile per gli esseri viventi femminili. Poi lo so, c’è il discorso importante della non conformità al binarismo di genere, sul quale ritornerò brevemente più avanti.

Con questo articolo vorrei creare una guida veloce per un uso non sessista e più inclusivo della nostra lingua, concentrandomi in particolar modo sui nomi femminili delle professioni, magari togliendo qualche dubbio su certe parole che possono creare un po’ più di confusione (del tipo: quale sarà il femminile di gestore? E di falegname? Non sarà mica falegnama?). Per scrivere questo articolo ho utilizzato due testi di base, Il sessismo nella lingua italiana di Alma Sabatini (1987) e Femminili singolari di Vera Gheno (2019), uniti alla consultazione del sito dell’Accademia della Crusca e di vocabolari di italiano online e cartacei. In generale comunque, il consiglio più importante è quello di consultare sempre un vocabolario aggiornato, che ci può togliere davvero una marea di dubbi.

Iniziamo con le cose più semplici, come i sostantivi con la desinenza –o che formano il femminile con la desinenza –a: impiegato/impiegata, cuoco/cuoca, psicologo/psicologa, sindaco/sindaca, ministro/ministra, notaio/notaia, maestro/maestra, segretario/segretaria. Avete mai fatto caso al fatto che il maschile segretario non fa pensare allo stesso concetto del corrispettivo femminile segretaria? È una questione di connotazione, il significato che associamo alle parole. Quando pensiamo a una segretaria pensiamo a una donna che svolge mansioni di segreteria (e probabilmente lavora per un uomo). Se usiamo la parola segretario è più probabile che la associamo a una carica di prestigio come il segretario di stato. Questo perché storicamente le cariche più importanti e prestigiose sono state ricoperte da uomini, le donne ne erano escluse. Adesso le cose stanno cambiando, una segretaria di stato non è una donna che svolge mansioni di segreteria, così come una segretaria di partito.

Altre professioni che seguono la stessa regola grammaticale: architetto/architetta (l’associazione alla parola “tetta” non fa ridere), arbitro/arbitra, chirurgo/chirurga, avvocato/avvocata, magistrato/magistrata, prefetto/prefetta, deputato/deputata, perito/perita, primario/primaria, tecnico/tecnica, critico/critica e, dulcis in fundo, medico/medica.

Seconda cosa semplice, ovvero i sostantivi con la desinenza –tore che formano il femminile con la desinenza –trice: così come usiamo scrittore/scrittrice, allo stesso modo possiamo usare amministratore/amministratrice, direttore/direttrice, procuratore/procuratrice, gestore/gestrice, ambasciatore/ambasciatrice, ispettore/ispettrice, senatore/senatrice, commendatore/commendatrice, redattore/redattrice, operatore/operatrice, programmatore/programmatrice, rettore/rettrice. Attenzione a pastore/pastora, pretore/pretora, questore/questora (raro questrice).

Vorrei aprire a questo proposito una piccola parentesi sulla rettrice dell’Università di Cagliari la quale, in un’intervista, ha motivato la sua scelta di farsi chiamare “rettore” affermando che “[…] si continua a dare valore al maschile e al femminile, invece non dev’essere così. Bisogna salvaguardare le istituzioni: il nome dell’istituzione è quello – rettore – e poi nella nostra società c’è anche qualcuno che non si riconosce nei due generi maschile e femminile”.

Professoressa Del Zompo (immagino si faccia chiamare professoressa e non professore), non sono d’accordo con lei. L’università di Cagliari ha avuto 60 rettori e una sola rettrice, e dobbiamo usarla la parola giusta. Non mettiamo in pericolo le istituzioni se usiamo un femminile, in che modo potremmo? Prima le donne non potevano accedere a certe cariche e questo è l’unico motivo per cui non abbiamo l’abitudine all’uso del femminile di quelle parole. Quando una cosa la nominiamo significa che esiste. Se iniziamo a nominare le donne nel modo giusto possiamo contribuire a un importante cambiamento nella nostra società, a rendere le donne meno invisibili. Per quanto riguarda chi non si riconosce nel maschile e nel femminile, qui non ha a che fare con la nostra questione. Una donna cisgender può tranquillamente decidere di farsi chiamare rettrice senza mancare di rispetto ad altre persone; il problema semmai si pone quando si parla in modo generico, ma è un altro discorso. In Italia ci sono solo 7 rettrici a fronte di 77 rettori, i numeri parlano chiaro: per le donne è ancora molto complesso arrivare ai vertici. Ma se noi per prime non attuiamo delle scelte significative (anche a partire dalla scelta delle nostre parole), il cambiamento sarà molto più lento.

Torniamo a noi. Terza cosa semplice: i sostantivi di genere comune, vale a dire quelli che hanno la stessa forma al femminile e al maschile, per cui dobbiamo solo cambiare l’articolo: la/il parlamentare, la/il preside, leader, manager, caposezione, capoufficio, capostazione, presidente (non presidentessa), corrispondente, giudice, pilota, docente, insegnante, linguista, giornalista, artista, elettricista, astronauta, falegname, vigile. La vigilessa a volte si sente, ma l’ideale sarebbe evitare quel suffisso –essa “derivativo” (cioè, si parte dal maschile dando per scontato che sia la norma e si aggiunge –essa per formare il femminile: no). Quindi, la vigile. E allora dottoressa, studentessa, professoressa, poetessa? Si tratta di parole che ormai si sono completamente affermate nell’uso, e sarebbe controproducente tentare di modificarle. Anche se capita di leggere o sentire la poeta. Noi parlanti modifichiamo la lingua usandola. Magari tra vent’anni sarà in uso la studente e non più la studentessa, chissà.

I sostantivi di genere comune a volte mantengono la stessa regola sulla variazione del solo articolo anche al plurale (il/la responsabile, i/le responsabili), altre volte cambiano desinenza col plurale (lo/la psichiatra, gli psichiatri/le psichiatre).

Quarta cosa semplice, ovvero i sostantivi che hanno il maschile in –ere e il femminile in –era: consigliere/consigliera, ingegnere/ingegnera, portiere/portiera, finanziere/finanziera, cancelliere/cancelliera, magazziniere/magazziniera, infermiere/infermiera e così via.

Quinta cosa semplice, ovvero i sostantivi col maschile in –sore e il femminile (quasi sempre) in –sora: assessore/assessora, difensore/difensora (o difenditrice), incisore/incisora, revisore/revisora, supervisore/supervisora, censore/censora. Ma: precursore/precorritrice.

Una cosa leggermente più complicata riguarda l’uso del cosiddetto maschile sovraesteso o maschile generico: quando parliamo in italiano e ci rivolgiamo a una moltitudine di persone, tendiamo a usare solo il maschile (buongiorno a tutti); oppure tendiamo a usare solo il maschile nei documenti ufficiali, o in tutti quei casi in cui si parla in modo generico. Questa è una pratica che si può modificare facendo un piccolo sforzo: includendo anche il femminile (buongiorno a tutte e a tutti), e cercando di usare delle circonlocuzioni (giri di parole) che permettano di non parlare né al maschile né al femminile. Quest’ultima soluzione è molto utile per un linguaggio inclusivo ad ampio spettro, che comprenda anche chi non è conforme al binarismo di genere. Il semplice uso della parola persona permette molto facilmente di produrre delle frasi inclusive: anziché rivolgermi a tutti coloro che leggeranno il mio articolo, mi rivolgo a tutte le persone che leggeranno il mio articolo. Essendo l’italiano una lingua che distingue maschile e femminile, è difficile parlare eliminando completamente il genere, e le linguiste e i linguisti stanno studiando la questione. Ma l’italiano è anche una lingua molto ricca, che ci permette di trovare numerose vie alternative.

Una proposta interessante, poi, riguarda l’uso dello schwa a fine parola. Lo schwa è un elemento dell’alfabeto fonetico internazionale (ə), al quale corrisponde un suono vocalico indistinto (vedi Vera Gheno per approfondimenti). Usarlo al posto delle desinenze maschili permetterebbe di evitare l’uso del maschile sovraesteso (buongiorno a tuttə). Io personalmente lo uso molto nello scritto, mentre nel parlato tendo a usare le soluzioni proposte in precedenza.

Ultimo punto, anche questo molto facile: evitare l’uso dell’articolo determinativo davanti al cognome per segnalare il femminile. Pensiamo alla politica: la Boldrini, la Azzolina, la Meloni…ma non il Di Maio, il Conte, il Salvini. Perché? Perché nella nostra società il maschile è la norma, partiamo dal presupposto che si parli sempre di uomini, e quando non è così lo dobbiamo specificare. A questo proposito consiglio la puntata di Otto e Mezzo nella quale Alessandro Sallusti si riferisce a Michela Murgia chiamandola la Murgia e, in risposta, Michela Murgia lo chiama il Sallusti. La segnalazione dissimmetrica è sempre da evitare. Se vogliamo usare l’articolo davanti al cognome è bene usarlo sia al maschile che al femminile (il Sallusti, la Murgia), altrimenti non usarlo e basta (Murgia, Sallusti).

Un’altra segnalazione dissimmetrica che si può evitare molto facilmente riguarda il riferirsi alle donne col solo nome proprio e agli uomini col cognome. Durante la campagna elettorale USA 2016 si leggeva spesso (o si sentiva) Trump per Donald Trump e Hillary per Hillary Clinton. L’uso del solo nome proprio è indice di confidenzialità, diminuisce le distanze e le differenze di status tra persone e, di conseguenza, con quest’uso contribuisce a sminuire i ruoli rilevanti ricoperti dalle donne.

Molte persone pensano che le questioni linguistiche siano marginali, che le parole non siano importanti. Ma le parole definiscono tutto ciò che ci circonda, e definiscono noi che le usiamo. Ogni volta che parliamo attuiamo tante scelte e spesso non ci facciamo caso. Per esempio, a seconda della situazione in cui ci troviamo parliamo in modo più o meno formale, usiamo un linguaggio più o meno “colorito”, usiamo lo slang o facciamo code switching tra italiano e dialetto o italiano e un’altra lingua. Ma siamo sempre noi che scegliamo come parlare. Ci sono parole che evitiamo perché sappiamo che sono offensive (negro, handicappato, frocio), e se sentiamo una persona che le usa con molta probabilità la cataloghiamo in un certo modo (rispettivamente come razzista, abilista, omofobə). Ecco perché le parole ci definiscono, ed ecco perché è importante diventare più consapevoli del potere del linguaggio e dell’importanza delle nostre scelte in quanto parlanti. Il femminile in italiano esiste, e nel momento in cui scegliamo di non usarlo ne stiamo in qualche modo escludendo la presenza, lo stiamo nascondendo. Ognunə di noi può contribuire con un minimo sforzo a importanti cambiamenti, semplicemente cercando di usare un linguaggio più inclusivo. Le parole hanno un grande potere, per questo è fondamentale saperle usare nel migliore dei modi.

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